Una vita per raccontarla

Ecco un’altra storia.

Fresca come una goccia di pioggia sulla schiena. Screanzata come la giovinezza. E malinconica come una canzone con gli accordi minori nei punti giusti. Ogni frase di M. dondola tra passato e presente, e mentre scende prende la spinta per risalire con grazia e potenza.

M. è nata all’estero e vive in Italia da qualche anno. Si preoccupa perciò di dirmi che devo perdonare il suo italiano ancora “circa”. Ma ha una consecutio temporum che parecchi italiani non riescono ad assemblare manco dopo la maturità. Per cui la pubblico tale e quale. Perchè l’amore non è mai stata una questione di ortografia o sintassi. Ed io la ringrazio ancora per aver voluto condividere un frammento della sua vita su questa pagina.


Avevo solo 13 anni, lui 17 o 18. Ovvio che non mi ha vista, uno figo come lui non sta a guardare le bambine come me.

Ho poco più di 20, sono sicura che l’ho visto prima. Lui mi guarda con la stessa faccia che devo avere avuto io. Ma dove l’ho visto? Sto per andar via quando lui mi prende del braccio e mi offre un passaggio, ho tanto da fare e non ho nessuna voglia di camminare sotto il sole quindi accetto volentieri. Dopo 10 minuti di macchina e nessuna indicazione, scendo proprio davanti a casa mia. 

Ci siamo ritrovati in diverse occasioni, concerti, feste, aperitivi. Avevamo amici in comune e conoscevo molto bene la sua fidanzata. Non abbiamo mai parlato ma ancora mi chiedevo come fosse possibile che mi avessi portato a casa senza io avergli detto dove vivevo. Una sera lui venne a prendere la sua fidanzata a casa mia, li stavo aiutando a fare una locandina, è stata la prima volta che ci siamo toccati, sfiorati solo per caso. Elettricità, non c’è un’altra parola che descriva meglio cosa ho sentito. Lui non ha detto niente, forse ha detto “scusa” ma i suoi occhi mi dicevano altro che non ho capito. La seconda volta la scossa fu ancora più forte, non potevamo dire niente, eravamo circondati. Ci siamo lasciati sconvolti, in silenzio, neanche un ciao. Non ero sicura di cosa voleva dire o se lui aveva sentito lo stesso, non avevamo mai parlato se non con gli occhi e io, io non sapevo leggere tutto quel nero, profondo, mi perdo, non voglio sapere cosa vuol dire, e allora guardo da un’altra parte.

E fu un giorno di estate che finalmente mi parlò. Ciao mi dice sulla chat, eravamo tanto lontani, in due città distanti, ma quel ciao bastò per parlare per ore. Di lui, di me… era lui chi avevo visto quasi 10 anni fa, e lui, lui sapeva chi ero. Mi ha riconosciuta un giorno che sono andata a trovare la mia coinquilina all’università, lui la conosceva e ha fatto di tutto per portarla a casa, così avrebbe saputo dove vivevo io. È ufficiale, non posso più fare a meno di lui.

Lui la lasciò, per me, lui voleva solo essere insieme a me, e io, io no! Non posso, io la conosco, non posso farle questo, lei lo ama e sta soffrendo. Non posso.

Solidarietà femminile”!!! che grande bastardata!!! Ma perché ci imponiamo delle regole che non fanno che nuocere la nostra felicità?! Perché la felicità degli altri vale più che la nostra?! Non è che una scusa, travestire di lealtà la nostra mancanza di coraggio. Questo che sento è vero, lui mi manca tanto.

Mi sono innamorata di un altro. Lui è con un’altra adesso, se ti dicono sempre NO, c’è un limite anche per il più innamorato. Ma io m’invento motivi per vederlo e copro di amicizia il mio amore tanto bene che neanch’io riesco a distinguerlo più. Con il mio nuovo amore non sono mai stata insieme, adesso penso che forse non volevo neanche esserlo.

Sto per fare 23. Uscì di lezioni e non ci ho pensato due volte, non so perché ma la chiamai. Sono andata a trovarla e le ho detto quel che sentivo, mi sono risparmiata i dettagli, sarà passato più di un anno ma avevo ancora paura di ferirla. Qualcuno mi ha detto, anche se non succede niente, lui merita di saperlo. E al giorno dopo andai da lui. Non rispondevano al citofono ma il custode mi fa salire lo stesso. Suono alla porta ma nessuno risponde e quindi mi giro per prendere l’ascensore e proprio come sceneggiatura di Rom Com Hollywoodiana si apre la porta ed era lui con i suoi occhi aperti forte, sempre neri, profondi, e io capisco che quei due universi neri sono il mio mondo.

Iniziai così: so che ci sono mille ragioni per dire che è sbagliato questo che sto per fare ma solo una mi valida e per quella ragione sono qui, lo faccio per me… Io non ho mai smesso di pensare a te, e so che sei con un’altra adesso, ma dovevo dirtelo, non ti chiedo di lasciarla, solo volevo dirti che io sono ancora qui… Vidi il suo riflesso nella TV, seduto con la testa tra le mani fa passare lunghi minuti in silenzio ma poi mi guardò e sorrise. Era un pomeriggio di primavera, un raggio di sole illuminava i suoi occhi. Io mi sentì finalmente leggera, e me ne andai. Due giorni dopo arrivò da me, e rimase per 3 anni. Ci sono persone che non mi hanno più parlato, pranzi in cui il silenzio e gli sguardi di disapprovo erano terrificanti; domande mai fatte, nessuno me lo disse ma io non avevo permesso per parlare di lui, ma niente m’importava perché ero felice.

Non ho mai più amato così. I suoi difetti erano quello che mi piaceva di più di lui perché le sue virtù erano tante che solo se conoscevi i suoi difetti voleva dire che lo conoscevi davvero. Quello mi faceva sentire importante, unica, il pezzo mancante del puzzle. Lui si dedicava a farmi sentire bella, a incoraggiarmi, a mostrarmi un mondo migliore ogni mattina. I suoi occhi sono oscuri ma non facevano che illuminare la mia vita, lui mi faceva ridere, non nascondeva niente e sapeva tirar fuori di me il meglio anche nei momenti bui. Ballavamo da soli senza musica in salotto, ci guardavamo per ore in silenzio perché sapevamo che a volte quelle sono le conversazioni più eloquenti, ci facevamo il tifo e rimproveravamo a vicenda, eravamo una famiglia; e abbiamo chiuso il patto con un anello.

Il giorno che il mondo crollò, quel giorno del “non sei tu, sono io”, “ti lascio libera”, “lo faccio per te” arrivò il giorno che compiei 27. Lo fece nuovamente su una chat. Eravamo di nuovo tanto lontani, in due paesi distanti, lontani da casa, dagli amici, dalla nostra lingua. Ma la vera distanza era quella tra di noi, e io non ne ero a conoscenza, o meglio, io non l’avevo vista crearsi, piano piano, una piccola fessura si era creata ed era adesso ormai un burrone. Non la vidi mai, ma era li e una storia che inizia così come la nostra non poteva finire diversamente. Doveva essere intensa, violenta, hollywoodianamente drammatica. Son dovuti passare anni per farmi aprire gli occhi e vedere che non ero la vittima, che magari sarebbe potuta finire meglio o meno male, si! ma io semplicemente non avevo visto che la nostra storia non ci apparteneva più solo a noi, eravamo su un nuovo palcoscenico con nuovi personaggi a recitare. Allungarla ancora non era che forzarla a essere banale, una storia in più come tante altre e noi, noi non siamo stati mai banali. Dovevamo percorrere altre strade, ognuno per conto proprio. Io soprattutto avevo tanta strada da fare ancora, da sola. Maledetta cecità la mia, ma finalmente ho capito che la verità non fa meno male, ma fa male meno tempo.

Non ci siamo mai più visti né abbiamo più parlato. Ho saputo che lui si sposò, che aveva il lavoro dei suoi sogni, che stava bene e che era felice. Io ancora non ero arrivata da nessuna parte, ma mi ha fatto onesto piacere saperlo.

E ancora sono passati altri anni e io continuo a perdermi e ritrovarmi. È che forse io non vado effettivamente da nessuna parte, sono troppo concentrata a vivere il presente, ma non farò passare più anni tra di noi mi dissi, e lo chiamai. Verrò dalle tue parti e vorrei trovarti, quando hai tempo?

Il giorno che ci siamo trovati non ero nervosa, ansiosa né preoccupata bensì felice, come quando da bambina a scuola suonava il campanello che avvisa che iniziavano le vacanze. Dopo quel ring! le giornate non potevano che migliorare. Dopo questo incontro non posso che star meglio.

Siamo stati tutto il pomeriggio insieme e fu come se non esistessero orologio né calendario. Sono passati più di 9 anni da l’ultima volta che ci siamo visti e più di 20 dalla prima ma non importava. Non c’erano temi tabù, no c’è stato nessun silenzio scomodo, abbiamo parlato, riso e abbracciato forte e a lungo.

È arrivato il momento di salutarci. Non so se ci rivedremo mai più ma sono contenta perché so che la nostra storia non è finita…

M.


Se volete raccontare la vostra storia, inviate una e-mail all’indirizzo virginia@nonostanteme.com

Image: Pixabay

Dimmi di no

music-note-1279915_960_720

Amici di chi?

Non siamo fidanzati, né siamo mai stati insieme.

Non mi risulta nemmeno che noi due siamo amici: non facciamo le cene in pizzeria e non ci organizziamo per andare assieme al mare al sabato pomeriggio. A dirla tutta, noi due ci scansiamo di continuo, anche quando non ci incontriamo. Eppure a volte immagino ancora le mie dita che giocano con i tuoi capelli neri su quel divano. Il tuo profilo è accanto al mio e sembra quello di una fotografia degli anni ’40, dove però ci sono solo persone che non conosco. La tua mano destra sulla mia gamba segue la cucitura dei miei jeans e disegna la nostra eterna linea Maginot. Perchè altro non siamo che lettere esplose di parole mai dette e granate di pioggia deflagrate tra quei coraggiosi rami di pino.

È già passato un anno.

Tu, che sapevi camminare al mio fianco facendomi sentire il tenore del tuo passo. Le tue spalle raccontavano la calma del tuo corpo. La tua voce, aveva sempre qualcosa da insegnarmi. Poi arrivava un momento di te che mi teneva in ostaggio, e da quanto io ricordi non ho mai tentato di evadere. Accadeva quando mi parlavi e mi guardavi negli occhi nell’abbrivio di un respiro. Poi mi lasciavi lì, mentre il tuo sguardo cercava altrove la risposta che non siamo riusciti a trovare per noi due. Intanto nella nostra testa arrivava il bacio che non ci siamo mai dati. Ancora una volta.

Ricordo il rimprovero del mare che quella notte mi ha spinto verso di te. Così ho trovato un coraggio che non era il mio. L’ho preso lo stesso, perché in quel momento mi serviva.

“Posso provare a fare una cosa?”.

Le tue mani ancora in tasca. Quel sorriso come sempre pronto a qualsiasi magnifica catastrofe. Ho fatto un passo che ha riempito di colpo quel nostro mese di maggio. Finalmente vicini, i nostri cuori per la prima volta si sono fiutati. Mordicchiati. Spaventati. Una doppia sistole che ci stringeva nelle braccia e nel tuo mento appoggiato alla mia bianca spalla.

Ci siamo scritti, ci siamo letti. Abbiamo fatto i bravi e abbiamo contato addirittura fino a due, ma non ci bastava mai. Abbiamo imparato ben poco l’una dell’altro. Così sul crinale dei quarant’anni, per il nostro bene abbiamo deciso di nominarci genitori di noi stessi. Di colpo siamo diventati gli adulti che non giocano più, che non si sporcano più, che non tentano più di disubbidire ai lividi dei loro cuori. Il nostro tempo, già archiviato, come le nostre conversazioni al telefono.

Mi piacevi. E non piacevi solo a me, ma so che saresti stato simpatico anche a quel mio futuro che non ti ha mai conosciuto. Se ora ti vedessi, forse potresti dirmi che sono la ragione per cui esiste una prospettiva che non restringe gli oggetti lontani, ma li amplifica e li rende più veri. Allora io potrei trovare il modo di ingannarmi ancora una volta e nascondere il tradimento di me stessa nel tuo abbraccio. Ma non accadrà.

Con te ho imparato che l’ispettore Zenigata non deve mai acciuffare il suo Lupin, altrimenti finirebbe in un attimo tutta quella meravigliosa serie di inseguimenti che ancora oggi ci tengono in vita entrambi.

Image: Pixabay

Song: Rufus Wainwright – Going to a town

Tacco 12

Trentasei anni fa, lungo la navata della chiesa, pensavo alla fuga. Credo me la impedisse solo il tacco dodici. L’esperienza a dir poco negativa dei miei certo non aiutava.

Promettere a qualcuno che lo si sarebbe amato “per sempre”? Una follia scientificamente scorretta.

Trentasei anni dopo siamo ancora qui. Insieme, intendo. 

Nel mezzo? Momenti di felicità pura, di sopportazione pura, di amore puro, di amicizia pura, di condivisione pura, di mutuo soccorso puro.

Superando – come tutti – varie difficoltà, non ultima quella di essere contemporaneamente Isotta e una moglie borghese. 

E soffermandomi spesso sul  miracolo di quest’uomo che, da estraneo, era diventato carne della mia carne e, appunto, compagno, amante, amico…

Ricette? Nessuna naturalmente. Nessuno con un po’ di sale in zucca si sognerebbe di darne. Perché il filo rosso che unisce un uomo e una donna (per trentasei giorni o trentasei anni) è sottile come una ragnatela, fragile, effimero e personalissimo. Alchimia? Fortuna? Casualità? Destino? 

Trentasei anni dopo non ho ancora la risposta.

Laura


Mi piacerebbe esordire dichiarandomi “fortunata lettrice in anteprima” delle fantastiche storie che avete inviato. Le pubblico e le leggo con gioia qui assieme a voi, perchè in soli due giorni ne sono arrivate tante, tantissime: inutile dire che da sabato, controllare l’account del blog è diventato il mio hobby preferito. Laura è stata una delle prime a scrivere. Quando è arrivata questa e-mail, l’ho letta in compagnia di un sorriso e un po’ di batticuore. I  motivi sono facilmente immaginabili. Il primo è perchè mi sono sentita lusingata dal fatto che una persona abbia voluto raccontarsi in questo spazio. In secondo luogo perchè parla di un’emozione che scivola leggera sul raso del vestito bianco. Sono quei racconti belli e semplici, che lasciano un senso di stucchevole verità. Io non sono sposata e non ho nemmeno idea di cosa sia un bouquet, ma so che queste sono le storie di cui ho bisogno. E mi piace ancora di più pensare che tutto questo sia successo all’inizio degli anni Ottanta e alla fine di una navata di una chiesa.  Per credere che c’è qualcosa che ancora non so, ma che funziona comunque. Nonostante tutto.

Se volete raccontare la vostra storia, inviate una e-mail all’indirizzo virginia@nonostanteme.com

Images: Pixabay

Tu, come lo fai?

Esistono in Amore gli approcci a lieto fine? Sì?!?

No, perché a me a volte, sfugge ancora  qualcosa che accade nel mezzo. Dunque, chi ha capito qualcosa di fondamentale, cruciale, sostanziale, cortesemente ce lo illustri. Raccontate le vostre esperienze e i barbatrucchi che vi hanno aiutato nelle situazioni a due, oppure dite cosa NON si dovrebbe assolutamente fare.

Fatelo, come meglio vi pare e la vostra esperienza sarà condivisa su queste pagine tenerone.

Personalmente prenderò appunti, in deferente silenzio e col sorriso fiducioso di chi crede di potercela fare. Ancora una volta.

Attenzione: a chi condivide un super-spoiler, anonimato garantito! Segnatevi dunque questo indirizzo virginia@nonostanteme.com ed inviate i vostri racconti!

P.s. Viva noi!

Image: Pixabay

Kiss,first. #9

Riassunto della puntata precedente: Il padre di Anna viene ricoverato d’urgenza e lei apprende la notizia quando è con Filippo. Lui si offre di accompagnarla in ospedale in macchina. Lei, suo malgrado, accetta per guadagnare tempo…

L’aria fresca di marzo solleticava i vecchi infissi della scuola. Le venature marmoree dei corridoi seguivano naturalmente il flusso delle storie, degli amori, delle amicizie.

Nelle aule, le grandi finestre ottocentesche regalavano squarci di cielo azzurro e briciole di desideri. La lezione di latino sembrava eterna. Eterna come la sua storia. Carolina era incastrata in quell’azzurro così lontano ed i suoi occhi percorrevano i contorni a singhiozzo delle nuvole che lentamente si disintegravano, per poi riformarsi, all’infinito. Pensava ad Anna, a suo padre e a quel messaggio che le aveva inviato il giorno prima.

– Sono all’ospedale, hanno ricoverato mio padre. Parlano di pneumotorace, ma non so nemmeno cosa voglia dire. Era al lavoro e non riusciva a respirare. Hanno chiamato l’ambulanza e l’hanno portato d’urgenza al pronto soccorso.

– Davvero Anna? Cacchio, potevi chiamarmi subito!

– Ce l’ho fatta lo stesso.

– Sì, lo so tu ce la fai sempre lo stesso. Vengo lì?

– Lascia stare, sono qui con mia madre.

– Va bene, fammi sapere presto qualcosa.

– Ok.

Anna si arrangia. In qualche modo, ce la fa sempre.

La porta scura dell’aula, che si apre.

Ed ecco proprio lei, la sua amica che entra alla seconda ora, dopo aver passato la notte in ospedale. Sul suo viso la stanchezza della mezzanotte, della una e pure quella delle due di notte.

Anna consegna alla prof.-strega la giustificazione d’entrata posticipata e va a sedersi al suo posto, che di colpo si riempie di tutto ciò che lei ha vissuto in quelle ultime ore. Carolina la aggancia con gli occhi e con il cuore. Dal fondo dell’aula, Matteo la guarda. La abbraccia. La bacia. Le chiede come sta. E tutto questo senza muoversi né dire una parola.

Carolina non può aspettare e subito va dritta al sodo:

– Come sta?

– L’hanno operato ieri sera. Deve rimanere sotto osservazione, ma ora va meglio.

– Sono contenta!

La prof. alza sensibilmente la voce proclamando un nuovo paradigma latino. Lo fa per rimettere a posto l’acustica dell’aula. E Matteo, mosso dalla rabbia, dall’avversione all’adulto o semplicemente per la noia dell’età, non fa tardare la sua replica.

– Prof, lei sa come si dice “empatia” in latino?

La prof. non capisce. E questo oramai l’abbiamo capito anche noi, che leggiamo questa storia da dicembre.

È arrivata la parentesi della ricreazione, troppo preziosa per non fare questa cosa.

Anna lascia Carolina a bocca asciutta, e se ne scappa al piano di sopra. Sa che ha un principio di occhiaie e una coda di cavallo che tradiscono un sonno arido e un risveglio faticoso. Ma deve andare in V B. I piani alti. La porta dell’aula è la seconda nell’ordine, accanto alla sala di lettura. Si avvicina alla soglia dei futuri maturandi. Un po’ di emozione, passi più corti e sguardo prudente. Si affaccia all’ingresso e lo cerca. Squadra al volo tutte le capigliature bionde, ma non c’è corrispondenza con la sua idea. Allora si fa coraggio e si rivolge a due ragazze che stanno chiacchierando nel corridoio. Una è seduta sulla cattedra del bidello, l’altra le è di fronte ed è la prima che si volta verso Anna e il suo sguardo da piccola fiammiferaia.

– Scusate, sto cercando quel ragazzo alto con i capelli biondi e mossi.

La ragazza in piedi la squadra subito e la condanna altrettanto presto; il tutto con la proverbiale solidarietà femminile dettata dall’invidia.

– Guarda, mi sa che non sei l’unica a cercarlo. Dovresti metterti in fila.

– Scusami? – la purezza di Anna è a volte disarmante.

Ma è l’altra a rincarare la dose.

– Filippo c’è e non c’è. Se ti piace l’idea di essere un led ad intermittenza…prendi il numero.

Lo sguardo di Anna si fa meno fiabesco e più da donna. Nonostante i suoi diciassette anni.

– Grazie lo stesso, siete state molto gentili.

Le due scope in jeans skinny rimangono così, secche e vuote. Come prima.

Anna percorre a ritroso la strada verso la sua classe. Si dirige verso la scalinata neoclassica con quelle colonnine a forma di birillo che sembrano un inno allo strike. E forse perché proprio in quel momento lei si sente come un birillo scaraventato a terra.

Passa davanti alla sala di lettura. La strada del ritorno sta già per diventare un ricordo. La porta aperta, e quell’improvviso abbozzo di sagoma che le ricorda il parcheggio, le scale, la festa di Natale.

È Filippo, che se ne sta da solo seduto alla tavolata centrale, un libro sotto gli occhi, lo sguardo in una storia. Lei lo riconosce e in lui rivede anche la se stessa di ieri pomeriggio. Lei che aveva paura. Lei che non è rimasta sola. Perciò decide di entrare. E lui solleva lo sguardo verso di lei, come se fosse la prima volta in vita sua.

Lì fuori, invece c’è Matteo. È rimasto immobile, sulla scala. A metà tra se stesso e ciò che vorrebbe. Vede Anna entrare in quell’aula, ma capisce che deve fermarsi. È questione di empatia.

Image: Pixabay

L’appuntamento perfetto

music-note-1279915_960_720

Asole e bottoni

Quella sera di maggio lui indossò la sua camicia preferita.

Come quando la stirava sua madre, sapeva di un pulito antico, eterno, senza anno né stagione. Questa volta però era passata sotto l’ardito tocco della signora della lavanderia, ma questo poco importa alla nostra storia. La stoffa azzurrina scivolò silenziosa sulle sue spalle. Le asole e i bottoni si baciarono uno dietro l’altro, senza preliminari. La cintura, seria e raffinata allo stesso tempo, si accomodò perfettamente a metà, tra la sua curiosità e il suo passato. Nel frattempo il computer dondolava sulle note di “No surprises” dei Radiohead. La barba appena accennata, era stato un atto estetico premeditato del mercoledì appena trascorso. Il ciuffo da trentenne screanzato e le basette accorte solleticavano la pelle del suo viso, ma soprattutto lo sguardo di una commessa che mentre abbassava la saracinesca del suo negozio, se lo mordicchiò tutto con gli occhi.

Lui, che andava al suo primo appuntamento con lei.

Lei invece era un merletto di capelli biondi che giocano inesperti sulla curva delle spalle. Il suo sorriso, un papavero che si schiude nel verde riposo di un prato. Nei suoi occhi, la stessa grazia femminile della nonna: come lei aveva un carattere antico, fatto di sogni colorati e di accordi in bianco e nero come quelli delle canzoni di Sergio Endrigo. Stasera è serena, e ama ciò che è diventata. Ha imparato a voler bene ai suoi sguardi imbarazzati e alle mani che si congelano al solo pensiero di trovare un amore che le riscaldi.

Quella sera l’aria era tiepida e tradiva già i segreti dell’estate. Lui parcheggiò la macchina con il dovuto riguardo e quando si alzò dal sedile osservò con diffidenza e sarcasmo le pieghe che si erano formate sulla sua camicia da lavanderia. Ora era più se stesso e anche la situazione era tornata in sé. Arrivò alla fontana alla fine del viale alberato e la mano soffusa del tramonto aveva iniziato a coccolare la città, che presto inarcò la schiena e fece pigramente le fusa.

Lei arrivò e lui la riconobbe da lontano. Un delicato acquerello di cui lui si appropriò con un sorriso. Lei si avvicinò, e ad ogni passo confermò la sua scelta di essere lì quella sera. Lui lo capì, e non ebbe più dubbi quando lei – ormai prossima – gli disse:

– Che bella camicia. Su questa piega mi sembra ci sia scritto qualcosa.

Lui non si tirò indietro, e accolse la sfida:

– Hai ragione, ma non ho fretta di scoprirlo. Vogliamo andare?

Arrivarono in quel ristorante che trionfava di legno profumato e mani lente che sfogliano i menù.

Parlarono.

Di quando erano piccoli e disobbedivano agli adulti. Del genio attoriale di Aldo Baglio nei film con Giovanni e Giacomo. Di cosa avrebbero voluto fare nel 2024.

Entrambi erano soddisfatti di se stessi mentre si regalavano all’altro con i loro racconti. A fine serata, in un atto di tanto consapevole quanto logico posizionamento nell’era contemporanea, lei si offrì di contribuire alla cena, ma lui la guardò sorpreso. Come se gli avesse detto che quella volta Walt Disney si era sbagliato e Mufasa non era morto. Così le intimò di non scherzare sulle cose serie, e regolò i conti con l’oste. Lei lo ringraziò, non solo per la cena, ma soprattutto per quello sguardo meravigliato.

Uscirono e camminarono verso ciò che stavano diventando, o che forse in realtà erano sempre stati.

Erano vicini. Non si sfioravano. Eppure lui sentiva il volo colorato della gonna di lei, mentre lei percepiva la delicata serietà delle mani di lui.

Arrivarono al mare e lì lui non ebbe paura di parlare:

– Sono felice. Perché sono sicuro che entrambi ci meritavamo una serata così.

Lei annuì:

– È vero. E se domani ci sarai ancora, ne sarò felice. Se però non ci vedremo più, sarò comunque contenta di averti conosciuto. E ci ho messo trent’anni per credere in quello che ho appena detto.

Lui obbedì alla logica delle parole, che di notte sono più vere che mai:

– Hai ragione. Ed è scritto pure qui – e indicò sulla camicia, la piega obliqua che gli si era formata accanto al cuore.

Image: Pixabay

Song: Radiohead – No surprises

Inter-svista!

Ciao a tutti!

Chiedo venia per l’attesa della pubblicazione del podcast, ma soprattutto per quella della diretta. Ecco finalmente l’intervista realizzata dal bravissimo Christian alla disgrazia ambulante, che poi sarei io. Non abbiamo potuto inserire le tracce musicali che avevo scelto per motivi di copyright (come sarebbe a dire “Grazie al cielo!”???). A presto!

 

Image: Pixabay

A passi lenti

Sono entrata in quella piccola stanza. I passi lenti spiffervano il cambio di atmosfera sonora, ma soprattutto emotiva. Mi sono seduta di fronte al microfono. Mi fissava, e un po’ mi strizzava l’occhio. Mani fredde, bocca asciutta e piede destro col Parkinson. Non conoscevo nessuna delle domande che mi avrebbero fatto: mi sono così ricordata di quell’interrogazione di biologia del marzo ’96. Eppure ho parlato. Col mio accento che fischia come la bora scura e la loquela impazzita di una mitraglietta irredentista.
Oggi però posso finalmente dire che sono felice di aver creduto in me stessa.
In questa giornata desidero anche dire grazie a Christian, che da subito mi ha offerto questa opportunità col sorriso tranquillo e sereno di chi sa che ce la puoi fare. Anche negli impicci dell’ultim’ora che hanno reso difficoltosa la messa in onda del programma all’orario stabilito, è stato solido e zelante e queste sono cose che faranno sempre la differenza.
Ora.
Sarà l’età. Sarà la primavera. O forse solo la nostalgia canaglia. Ma giorno per giorno capisco un po’ di più come va la vita e di come noi “andiamo” in essa. Quindi, bravo a chi affronta ciò che in fondo è. Senza per questo toccare il fondo.
Avanti tutta quindi.

Image: Pixabay

Nonostante una fragola

Giovedì 18 maggio “Nonostante me” sarà ON AIR su Radio Fragola!

Tra le 12.45 e le 13.50 (a sorpresa!) …solo per veri estimatori del mio accento triestino!

“Lunch Break”, Radio Fragola 104.5-104.8. In streaming su www.radiofragola.com

 

Image: Pixabay

Autolavaggio selvaggio

Io mi lavo la macchina da sola. Non è uno slogan, ma la mia verità.

Ci credo talmente tanto che non lo lascerei fare ad un uomo: se dovesse capitare infatti, sarebbe la mia personale Caporetto (“Vaporetto”, nel caso degli interni in velluto).

Naturalmente non ho la pretesa di affermare che il pensiero che sottende lo strofinamento dello spazzolone sia lo stesso dell’approccio maschile. Ma poco importa. Da sette anni ho il mio autolavaggio preferito, che è semplicemente il primo in cui tutto è iniziato. È diventato il mio self-service “di fiducia” proprio perché lì ho acquisito sicurezza in me stessa e nelle mie intenzioni.

Le prime volte però me la facevo sotto. Ricordo che lo pianificavo come si programma un’operazione in day hospital. Mi prendevo il pomeriggio intero e non fissavo appuntamenti né prima, né dopo. Prima sarei stata troppo tesa. Dopo forse ne sarei uscita stesa. Una finestra temporale assoluta insomma, che rimbombava nel vuoto dell’aspirapolvere a canne mozze.

Inoltre, all’inizio della mia carriera di “washer” avevo le mie teorie. Valutavo attentamente le condizioni della carrozzeria e dei vetri della mia utilitaria: non dovevano essere troppo sporchi, perché altrimenti tutti mi avrebbero fissato con pietismo e commiserazione. Ma nemmeno troppo puliti, altrimenti sarei passata per una col disturbo ossessivo compulsivo per l’igiene. Ed ecco che l’ansia cominciava a darmi i primi pizzicotti sul sedere.

Dopo numerosi deliri di sapone, catartici risciacqui ed aspirazioni di aghi di pino e sassolini, sono migliorata parecchio e posso dire che ora all’autolavaggio mi muovo con scatto felino ed abile mossa.

Ovvietà: il self-car wash risponde ad una logica territoriale palustre custodita dal gracidio del silenzio maschile. Qui le donne sono da subito ospiti respinte da mute occhiate incredule, a volte ironiche. Lo senti dal primo sguardo che ti si strofina addosso, come le setole di quella scopa che vomita mille bolle blu.

Ah, poi all’autolavaggio non ci si parla. Mai.

C’è una sorta di atmosfera da bagno degli uomini: dove ognuno la fa per conto suo e non ci dovrà mai essere un motivo per comunicare. E se anche ci fosse, si rimanda tutto all’atto di uscita da quel maledetto frammento di Interstellar. Forse perchè il sottofondo è già governato da sciabordii e vortici di aspirazione convinta. Ed è più che sufficiente per un maschio.

All’autolavaggio nel tempo ho dato il meglio di me: gettoni allegri in tasca, cordone ombelicale danzerino dal soffitto e maniche della mia camicia azzurra arrotolate in un gesto di frivola emancipazione. Gli elementi per una servizio di Studio Aperto c’erano tutti.

Infine, ho capito che all’autolavaggio esistono diverse categorie di “washer”, che ho imparato a riconoscere e a rispettare.

  1. L’anziano prosciolto. Di solito ha una Regata del 1992, di un colore blu-poltrona-da-cinema-Capitol. Innocuo, ma da non disturbare quando vuota il bagagliaio per aspirare i dinari rimasti dopo l’ultima perquisizione nell’ex confine yugoslavo.

  2. Il fidanzato annacquato. Lo riconosci dalla rassegnazione con cui monta la panna sul parabrezza. In uno spiraglio di noia e inerte attesa, possiamo rinvenire sul sedile del passeggero lo sguardo sovietico della sua morosa: un’elemosina continua di sorrisi taccagni e vittoriosi tutti dedicati a me, che di colpo sono stata eletta a sguattera della casa di Pony.

  3. Il padre spompo. Dopo essere andato a prendere al ricreatorio i figli che hanno fatto mini-basket e ju jitsu brasiliano, per rimandare all’infinito il momento di passare a prendere in farmacia i fermenti lattici per la moglie, decide di andare all’autolavaggio. Praticamente passa la sua ora d’aria tra rimproveri e orli dei jeans fradici. Oltre ad invidiare la vita dell’anziano prosciolto.

  4. L’esteta 308. A metà tra l’erotismo algebrico di uno scontrino con un totale senza decimali ed i primi tre accordi di “Losing my religion”, l’esteta ha una Peugeot 308 GTI devota al dio del differenziale Torsen. Frequenta il lavaggio self non per spilorceria, ma perché nessun altro, se non lui, può mettere le mani su quel pacco di migliaia di euro. Si dà da fare con prodotti sicuri e certificati, rigorosamente trasmigrati da casa. E mentre lava, lui fa l’amore. Un flirt pienamente ricambiato dai cristalli di cera sdraiati a prendere il sole e dall’Arbre magique che emette gemiti agli agrumi di Capri ad ogni vibrazione.

Adesso che ci penso è un po’ che non ci vado. Un pomeriggio all’autolavaggio a breve ci sta. Tanto per sentirmi nuovamente tra amici che non mi rivolgono la parola.

Image: Pixabay