Burrocacao

Non mi hai dato il permesso di amarti, perciò adesso sono qui a raccogliere da terra i miei stracci.

La saponetta al miele del mercatino di Natale è sempre sulla mensola del bagno, accanto alla pila di asciugamani belli. Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla dalla sua confezione. Usarla, sarebbe come dare il nulla osta affinchè il mio amore si consumi con lei. Invece voglio farlo durare anche se so bene che non mi vuoi. È il mio patetico modo di preparare le briciole per l’inverno.

Guarda che io l’ho capita questa cosa. Non ti chiedo di spiegarmela più. Ma devo ancora farla comprendere al mio cuore perché a lui non gliene frega niente se sei stato cortese e mi hai chiesto “scusa” mentre mi rimettevi educatamente il cuore in tasca. Penso a quel pomeriggio di novembre. Ai sassi che scrocchiavano sotto in nostri passi, mai sincronizzati, e per questo così reali. Ricordo il profumo rassicurante del burrocacao che in un gesto tanto inutile quanto necessario baciava le mie labbra al posto tuo. Allora mi appostavo in un angolo di me per sbirciare tra i tuoi sorrisi, che rimborsavano sempre le mie attese di te.

È finito il tempo del batticuore e ora mi capita spesso di annoiarmi. Allora per ingannare i minuti, inizio a giocherellare con crudeltà con il mio cuore e provo ad immaginare come sarebbe stato il nostro primo Santo Stefano assieme. Quando la ribalta dell’arrosto di Natale è oramai finita e ciò che resta della giornata viene avvolto nella carta stagnola. Allora realizzo che probabilmente noi siamo gli avanzi di una festa che sul calendario non esiste. Arrotolo quindi le maniche della camicia e brindo a me con con un succo alla mela. Il mio silenzio è la più grande conferenza stampa sulla devozione che ho per te. La tua assenza invece, la più grande dichiarazione della vita che continua.

Ma come nelle migliori fiabe 2.0, ecco la svolta da cotta scolastica che tanto aspettavo: stamattina hai cambiato la tua foto profilo su WhatsApp.

L’immagine dell’orologio fermo alle due e mezza ha ceduto il posto ad un vostro ritratto. Tu e lei, schiena contro schiena, sfidate l’obiettivo e sorridete profeticamente al futuro. L’ho guardata. L’ho vivisezionata. Ho cercato un nuovo status che l’accompagnasse. Mi serviva disperatamente la frase finale del romanzo per chiudere questo libro.

Non c’era scritto nulla, ma io avevo già preso la penna per firmare il mio armistizio. Poi in un solenne silenzio procedurale,  ho deposto la mia baionetta di carta nel cassetto.

Finalmente potevo diagnosticarmi un quarto d’ora di infermità mentale e cardiaca ed ho fatto una cosa da manicomio per innamorati respinti. Ho frugato nella mia borsetta in cerca di un burrocacao. L’ho trovato. Si era nascosto per bene, tra le chiavi e i fazzoletti. Un residuo bellico, per essere più bella. Una volta a contatto ci siamo voluti a vicenda. L’ho aperto con un gesto pensato e lento. Lui mi ha lasciato fare, arreso alla mia temporanea incapacità di intendere e volere. L’ho osservato. Era lo scarto della sua stessa storia. Solo un bossolo ormai, esploso in tempi migliori. Era così simile a me. Per questo col palmo ben disteso ho iniziato a disegnare sulla mano sentieri rosati sulle linee della vita, della fortuna, dell’amore. D’un tratto ero una chiromante senza più bugie da raccontare. Poi ho proseguito in questo rituale privo di senso e di sensi e mi sono spinta sulle dita, indugiando sulle nocche e sulle unghie. L’ho consumato tutto. Poi con la mano spalancata ho ammirato il mio capolavoro per un po’. Sapevo che non l’avrei rifatto. Per questo l’ho osservato bene.

Mi sono diretta in bagno ed ho scartato quella saponetta. Ho strappato l’involucro che all’inizio ha fatto resistenza. Era come se avessi interrotto di colpo il sonno di un neonato sazio e pulito. È bastato però solo qualche istante di gesti mirati per assecondare quella mia follia. Ho aperto il rubinetto ed ho lasciato scorrere l’acqua assieme alla mia vita. Mi sono insaponata le mani. I polsi. Sono arrivata agli avambracci bagnando gli orli della camicia e poi ho riempito di schiuma il mio viso, i miei capelli, la nuca. Ho sgocciolato e inzaccherato tutto lo specchio, il pavimento e pure il tuo ricordo.

Mi son sciacquata. Ho afferrato un asciugamano bello, uno di quelli che non uso mai, per non rovinarlo. L’ho profanato affondandoci il viso. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio, quello mi ha guardato e mi ha sussurrato che non ero normale.

La saponetta invece l’ho buttata. O lei ha buttato me, non ricordo.

Mi sono tolta la camicia bagnata e ho indossato la mia maglietta della “Seven Up”. Poi mi sono seduta in terrazzo: era una bella giornata e ne ho approfittato per far asciugare i capelli al sole, mentre bevevo ciò che era rimasto di quel succo alla mela.

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Freeway

Carezzevole il fiume scorre e va

Oggi graditissimo ospite sul blog, Davide Calabrese, membro triestino degli Oblivion, nonchè attore, regista, cantante e molto molto altro. Ebbene sì, in un giorno di luglio, con temperature da Fiat Punto nera lasciata al sole, gli ho chiesto se avesse voglia di dare un suo contributo a questa disgrazia di blog. Contro ogni mia previsione ha accettato la proposta senza alcun indugio.  L’ho rivisto di persona dopo ben 25 anni ed ho pensato che è proprio bello quando la bravura e l’umiltà si fondono in una risata sincera. Che altro dire quindi? Ecco qui il suo racconto, “Freeway”: catadiottrico e metropolitano come lui. Assolutamente da leggere, accompagnato da una familiare di Peroni gelata e rutto libero.  Grazie Davide!


“Ma che è? Inverno?”.

Cerco di non dare confidenza, sorrido e guardo se ci sono spazi disponibili. La misantropia va sistemata prima di qualsiasi bagaglio. Certo, in vacanza tutto funziona meglio: di solito appena arrivato compro una copia del Times e la tengo sottobraccio per tutta la permanenza. L’unico modo per tenere lontani gli altri turisti italiani in cerca di una partita a racchettoni. In un treno però tutto diventa più difficile. Mi siedo e respiro profondamente mentre a sinistra un manager in abito blu si libera dal raffreddore partorendo dal naso. Un buon inizio. Inutile dire chi urla, urlano tutti. Urla la vecchia al telefono per dire che è partita, urla l’altoparlante di Trenitalia invitando a gustare il menù del giorno, urla il controllore declinando ogni responsabilità per il freddo e urla il manager. Quest’ultimo è l’unico giustificato in quanto intento a dare alla luce una nuova vita. Un profumo dolcissimo attraversa le mie narici. Vorrei essere Hannibal Lecter per stupire la riccioluta adolescente che sta prendendo posto di fronte a me rivelando la marca del suo profumo. Ma ho i turbinati congestionati. Un vagone di rinopatie. Non sono Lecter, sono Franco dei Ricchi e Poveri. Una suoneria urla un brano degli Yes. Nessuno risponde. Di chi sarà questo telefono? Davvero un intenditore. La ricciolina si guarda attorno infastidita. “Sono gli Yes, chiudiamo un occhio!” esclamo con sicurezza e sorriso di chi la sa lunga. “Sa se funziona il Wi-Fi?” replica disinteressata. Mi da del Lei. Beh, certo. Potrei essere suo padre. La ragazza sarà nata all’epoca di Pulp Fiction. E in quell’anno ero in piena attività non protetta. Incosciente e impavido. Stagione di salto delle quaglie. Che tempi. Anzi no.

“Wi-Fi su Trenitalia? Ma non sa che tutto quello che finisce in “Italia” funziona sempre male? Alitalia, Equitalia, Trenitalia…” e rido come quello che la sa ancora più lunga. La saprò anche lunga, ma non fa ridere. Qui non si ride un minuto. Voglio morire. La ragazza senza capire in tutta fretta apre la borsetta per prendere le cuffiette: il telefono vibra. “Ca**o, la call!” “Audace, usa paroloni la ragazzina” penso mentre sto per valutare l’arrivo dell’ostetrica per il manager che ha rotto le acque. “Enrico, ti chiamavo io. Oggi il Mentor me la deve far per forza la Formazione oppure mi compromette il design dello speech”. Tutto quello spreco di dativo etico mi fa collocare la ragazza in Lombardia. Comunque non capisco. Sono io il pugliese che a Hurgada vorrebbe chiedermi di giocare a racchettoni. “Eh, bello che la vostra generazione sappia le lingue. Noi imparavamo l’inglese con i video musicali di Emmetivù. Avevamo solo quel canale.” Vero niente, ma fa tanto anziano che ha fatto la guerra. La ragazza mi guarda ma è più preoccupata per il fatto che la telefonata si sia interrotta. “Sono le gallerie, signorina. Facciamo i treni veloci e poi non riusciamo a far funzionare i telefoni. Questa è l’Europa, secondo lei? Io mi sono comprato il Teledrin. Molto più rilassante. Quando scendi dal treno guardi il numero e ritelefoni. Lo vendono ancora, sa? E l’ho comprato”. Non capisco cosa mi stia succedendo. Temo di aver contratto un tipo di deficienza virale che mi fa pensare come Di Maio e parlare come Mengacci. “Nessuna galleria purtroppo: mi è caduto l’apparecchio mentre scendevo a Tiburtina. Non si sente più”. Lei vorrebbe il mio telefono. Un brivido ingiustificato percorre la schiena. “Tenga…” sussurro sudando brina. La riccia compila il numero di Enrico e riparte: “Ti dicevo, solo i Leader delle Unit. Sono sei minuti al massimo, una sorta di Ted che analizzi il Network e il Product Placement in base al Customer Profile. Come “qual è il Product Placement? Che domanda è?”. Sembra un testo di Max Pezzali ma non faccio in tempo a pensarlo che la ragazza si scusa attraverso un improvvisato linguaggio dei segni e corre in bagno parlando.

Aiuto. Faccio mettere le mani sul mio telefono ad una ragazzina del ’94. Ora starà scambiando l’ordine delle mail, cancellando app, cambiando l’ID Apple o addirittura caricando in rete il video di “Perchè l’hai fatto” con me e Paolo Mengoli a Lido di Volano. Sono terrorizzato. Per fortuna il miracolo della vita sta avvenendo alla mia sinistra. I fazzoletti Tempo sono finiti e ormai qualsiasi cosa è buona per fermare la placenta nasale. Siamo alle salviette umidificate Trenitalia. Il manager si commuove ma io sono teso. La ragazza ha in mano il mio telefono. E se curiosasse nella cronologia e scoprisse la mia passione politica per Tabacci o i video hard “Nani contro camionisti”? E se pensa che sono gay solo perchè ho la sigla di Grey’s Anatomy come suoneria? Sono davvero a pezzi. Ridatemi il telefono. La vecchia dietro di me ancora urla luoghi comuni. Furba la vecchia, lei il telefono col cavolo che te lo da. L’attesa è insopportabile. Arriva una hostess che con accento di Tor Bella Monaca mi chiede se dolce o salato. “Non so rispondere”. Il mio telefono non torna e miss Mediolanum si è chiusa nel cesso. Sono un uomo in preda al panico. Controllo tre volte le valigie, mi complimento con il manager per il peso partorito, fumo un sigaro con lui alla prima stazione, schifo la vecchia senza un motivo vero e mi reco deciso di fronte alla porta del bagno. Risoluto esordisco con: “Scusi, il mio telefono!”.

Niente più signorina, niente più telefono, niente. Bagno aperto e vuoto.

Lo sconforto accompagnato da un’improvvisa e preoccupante simpatia per Giorgia Meloni. Una ragazzina mi ha ciulato il telefono. Lì dentro avevo tutto. Numeri, password, foto. L’intero video della reunion dei Beehive con Pasquale che canta “Baby, I love you” indicandomi. Perso tutto. Non bisogna attaccarsi alle cose materiali, penso e scendo. Pensieroso. Non è una questione di soldi, dovevo cambiare quell’apparecchio visto che non so come si aggiorna, ma è il gesto. Mi sono fidato di una persona sbagliando. Mentre sto per uscire da Centrale una mitragliata di tacchi alle mie spalle. “Eccola, l’ho trovata! Il suo telefono! L’ho cercata inutilmente sul treno. Posso offrirle un caffè?” Il mio sorriso abbraccia tutti i binari, accetto di buon grado e al bancone del bar le racconto tutto il mio terrore fino alla fine. “Molto divertente davvero, certo che Lei di film in testa se ne fa tanti!” “È la mia generazione”, rispondo. “Ci hanno cresciuti raccontandoci che il genere umano si divide tra chi ha il contorno viola e chi no e che basta un abbraccio per cambiare casacca”. “Ora intuisco il perchè dei suoi acquisti. D’altronde è il mio mestiere. La saluto e grazie ancora”. Ringrazio e rifletto sul perchè la giovane economista abbia abbinato l’Aids al Teledrin. Drin. Drin. Un sms annuncia il suo arrivo e noto in prima schermata un messaggio di ventisei minuti prima. “Amazon: Il pacco Magnum da cento pezzi di Settebello ritardanti è in consegna”. Più chiaro ora il concetto di Product Placement?

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Anestesia

di Anonimo

Ero dentro ad un locale più o meno sobrio, a parlare del più o del meno con degli amici, circondati da prostitute e donne messe lì a caso ed in cerca di uno sguardo di qualche cliente ubriaco. Mi trovavo in un mondo che non era mio o in qualche modo cercavo di non farmi piacere. Cercavo in qualsiasi modo di estraniarmi da quel mondo di alcolizzati, diversi da me. Alcolizzati in cerca di un piacere facile trovato per caso. Ma ero lì, mio malgrado, nel buio dell’angolo con il fare del timido ubriacone. Cercavo anche io uno sguardo facile, un sorriso a buon mercato. Ne trovai tanti, ma la voglia di mettermi a giocare con dei sorrisi anestetici non era quella che cercavo quella sera. Strano da parte mia: ormai di quei falsi sorrisi stereotipati e ubriachezza del venerdì ne avevo visti a migliaia. Avevo solo bisogno di un sorriso complice, di un sorriso che mi portasse a mattina dicendomi solamente IO… IO CI SONO.


Quando è un uomo a raccontarsi, lo capisci subito. Il monitor sbanda e si cricca. Al di là delle ovvie desinenze di genere, capisci che a scrivere è un maschio perché gli uomini sono ruvidi. Ma in ogni spazio bianco tra una parola e l’altra sono veri. Adoro “leggere” gli uomini. E non c’è niente di freudiano in questo. Semplicemente più ho modo di parlare in maniera intelligente con loro, più capisco tutti gli errori che ho commesso nel passato. Perché l’uomo che ti dice una cosa negativa, ha già fatto i conti con se stesso ed ora è pronto a farli anche con te. Sa che sarà una stretta di mano amara ed ostile, ma lo farà lo stesso. Questi sono gli uomini che apprezzo. Quelli da cui ho sempre qualcosa da imparare.

Avete un Amore catturato, mancato, sognato da condividere? Siete nel posto giusto. Mal che vada troverete il conforto di un’anima in pen(n)a come la sottoscritta. Inviate il vostro manoscritto digitale a: virginia@nonostanteme.com

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Ventuno

Abbassa il volume dello stereo.

Umberto Tozzi mi fa effetto ancora oggi se sento grattugiare parole d’amore in alta fedeltà.

Ho delle cose importanti da dirti e anche i compiti di latino possono aspettare. Come dici? Domani c’è l’ultima verifica sui verbi? Credimi, nella vita le uniche parole latine che ti serviranno davvero saranno “curriculum”, “bonus/malus” ed “ex”. Ecco, soprattutto quest’ultima, tientela bene a mente. Quindi molla quel gerundivo e adesso siediti sulla poltrona di papà.

Lo so che sei innamorata. Lo vedo da come tieni le mani sulle ginocchia. Sono rilassate per finta. Siamo alle solite.

Quale nome hai scritto sul diario che hai trovato nel Cioè? Hai 17 anni, ed in realtà so bene chi c’è stabilmente nel trailer dei tuoi sogni migliori. Lo chiedevo così, tanto per fare un minimo di preambolo. Perché volevo dirti delle cose senza per questo rovinarti l’effetto sorpresa e farlo diventare un effetto “soppressa”. In due decenni come potrai immaginare ti accadranno delle cose ma soprattutto delle persone. Sì, hai capito bene, “ti accadranno delle persone”. E tu ancora non lo sai quanto non sai. La vita è così. Va per tutti così. Ma permettimi di avere un minimo di riguardo nei tuoi confronti visto che la cosa mi tocca da vicino. Non hai idea di cosa voglia dire avere 38 anni oggi. Bella scemenza, nemmeno avere 17 anni deve essere un semplice giro di giostra. Lo capisco da quelle unghie mangiucchiate che non sanno tenere un segreto. Ma non devi avere paura di me e di quello che ti dirò, perché sono la tua più grande fan. Sono un’ammiratrice spontanea soprattutto delle cavolate che hai fatto. Quando hai atteso le 10.40 per chiedere alla prof di andare in bagno. Ed invece sei entrata in una classe deserta per scrivere sul banco di quel tizio quella frase di Nazim Hikmet. E quando a quella festa di compleanno sei andata a fumare la tua prima sigaretta sul tetto di una casa in costruzione. Ma ventun anni sono passati, e sono abbastanza per farti capire che le persone che ti “accadranno” ti suggeriranno, stagione dopo stagione, chi diventerai. Crescendo ti farai sempre più spesso quella domanda-jolly. Quella che ti salverà la faccia e il didietro. Ma continuerai a fare anche le tue più classiche “cavolate etiche”, quelle per cui oggi si complimenterebbe con te solo il sopracciglio benevolo di Paolo Fox. Perché ad un certo punto piangerai riempiendo lo specchio del soggiorno e ti guarderai così bene mentre sgoccioli delusione, che nel rossore dei tuoi occhi rivedrai tutta una serie di ruvide assenze. E lì scoprirai quanto è fantastico dire con voce breve e pacifica “Ti voglio bene, ma ho capito che voglio più bene a me”. Ti comporterai male. Un giorno deciderai di essere cattiva e per questo non lo scorderai più. A fine giornata ti struccherai e archivierai quel ruolo. Lo riporrai in quell’armadio che contiene il tuo primo bacio e quegli orrendi jeans “Gente de Ibiza”.

Mi stai ascoltando? Guarda che ho visto che hai alzato gli occhi al buon Dio, e accavallato la gamba di traverso. Puoi sfidarmi quanto vuoi, tanto lo so che stai facendo finta di essere una dura. Lo faccio anch’io ancora oggi. Dal canto mio ho l’animo molle dell’adulto che si sente inutile e si vede scalzato da un futuro che in fin dei conti è già passato. Ma voglio dirti tutto, a costo di dovermi rivedere assieme a te tutte le puntate della serie tv francese “Primi baci”. Dove eravamo rimaste? Ah, si. Un giorno in macchina forse ascolterai musica da un cd blu. Sarai così incavolata con quella canzone che ti verrà voglia di buttarlo fuori dal finestrino. Non farlo. Sarà poi la stessa canzone che molti anni dopo ti salverà la vita.

Ascolta i tuoi sì, anche se ti sembreranno molto più deboli dei no che vorresti dire. Perché c’è un’età per ogni domanda. E ogni domanda, apparecchia la tavola nell’età giusta. Una volta finito il pranzo, ricorda che i tuoi coetanei saranno tutti sazi anche se tu non avrai azzannato nemmeno un’oliva.

Piccolo spoiler (scusami, ma devo): se nel mese di settembre 1997 un ragazzo straniero ti chiederà di rimanere ancora un po’ a Barcola, non dire di no. Non c’è alcun pericolo, te lo assicuro. Questa cosa non ti ucciderà e ti farà bene. Comprenderai invece che sarà del tutto inutile aspettare una persona in piazza Oberdan e che sarà decisamente meglio per te andare a fare uno straziante shopping di poliestere dai cinesi.

Goditi gli ultimi anni senza cellulare. Lo so, ti sembrerà assurdo quello che ti sto dicendo. All’inizio penserai di essere tu ad avere lui. In seguito però caprai che sarà lui a possedere te. E in alcuni momenti rimpiangerai l’incantesimo di una busta chiusa. E la salsedine delle cartoline dalle vacanze.

Non andrà tutto liscio. Forse sarà un po’ zigrinato, ma è normale quando si diventa adulti. Tu cammina con passo secco, abbassa lo sguardo per vedere dove metti i piedi e rialzalo per addentare ciò che la vita ti scaraventerà addosso. Mordi o bacia, a seconda di ciò che ti capita. Ricordati che sarai ciò che amerai.

Non ho davvero altro da dirti.

Sei stata brava, sei ancora qui, sebbene tu abbia la testa pesante di chi non crede ad una parola di quanto ha appena sentito. Ma ora che hai vinto il sollievo di chi ha capito che la tortura sta finendo, hai qualcosa da dirmi. Così stavolta appoggio io le mani alle ginocchia e simulo una sicurezza che ovviamente non ho.

Tu hai gli occhi grandi e le tue parole sono piccole ma potenti.

“Ho una cosa da farti sentire”.

A quel punto ti sei alzata, e mi hai riservato il tuo sguardo più fresco. Mi hai sorriso e ti sei diretta verso lo stereo. Quel tasto ha fatto clic al tocco leggero della tua mano. I tuoi capelli per un momento sono scivolati verso il primo accordo. In un soffio di tempo la canzone “Gli innamorati” del nostro Umberto si è adagiata lentamente in noi e in tutta la stanza.

A 38 anni ho davvero ancora troppe cose da imparare.

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Image 1996: K. Marecic

Image 2017: M. Riva

Make up 2017: C. Carbonelli

Song: Gli innamorati – Umberto Tozzi

In principio c’era un principe

Trovo che la trentina sia l’età del cambiamento. Quello vero e intimo. Puoi ritrovarti sposata, con un figlio magari e iniziare un tuo nuovo percorso. O puoi ritrovarti ad aver fatto scoppiare la tua bolla, resettato tutto per ricominciare da una pagina bianca. Eh sì certo che sei spaventata, sbigottita, nostalgica ma anche molto eccitata. Perché diamine, ce l’hai fatta, hai soverchiato il tavolo e ti sei alzata in piedi. Potremmo stare a discutere se non ti andava bene la pieghetta del tovagliolino oppure ti continuavano a servire carne a te che sei vegetariana. Imparerai che sono dettagli inutili. Qualsiasi siano stati i motivi, te ne sei andata e ora ti metti in gioco.

Un faro però ti guida la strada. Tu il tuo principe l’hai conosciuto. Tu sai cosa vuol dire perdere il controllo. Tu hai vissuto un film, fossero solo quelle due settimane, ma ci sono state. E proprio loro ti hanno fatto capire che qualcosa doveva cambiare. Il principe azzurro arriva su di un cavallo bianco. Il mio è arrivato in aereo da una terra straniera. Parlava la lingua, per me, più bella al mondo e faceva il lavoro che ho inseguito e continuerò a farlo per una vita intera. Vi presentate, due chiacchiere e il rullo parte. Per quei giorni vivi un’altra vita, sei nella tua città ma non sei più lì, sei sempre tu ma non ti riconosci. Hai due occhioni che brillano e la sola volontà di stare con lui, parlarci e guardarlo. Tutto è sbagliato ma anche così dannatamente perfetto che tirarsi indietro è sacrilegio e comunque impossibile. Con lui ti riscopri, conosci una nuova cultura, ti metti in gioco e ti fa sentire desiderata come nessuno mai. Farfalle allo stomaco e nottate in bianco, mare e tramonti. Non vuoi che finisca più ma ovviamente giunge l’ora della partenza, sta per finire e hai giusto un attimo per realizzare quello che stai perdendo. Il distacco però è inevitabile, non sei lucida per fare delle scelte. Ci starai tanto male, prima moltissimo poi il tempo affievolisce, non i ricordi, ma le sensazioni e la vicinanza.

Il guaio di queste cose (ma anche la loro magia) è che si allontanano ma restano lì. Oramai le hai provate, la tua testa ed il tuo cervello le hanno immagazzinate. E quella vocina dal tuo profondo non se ne va più. E allora lì è tutto una questione di bilancia, pesi tutto: i familiari, gli amici, il mutuo, il cane o il gatto in comune.

Ecco io il principe l’ho conosciuto e quando succede non ci sono consigli e strategie, lo si vive a pieno. Io sono contenta di averlo fatto perché senza il mio principe non avrei realizzato come ci si sente quando si è completamente perse, quando si naviga a vista o a briglie sciolte.

Ascoltare o meno quella vocina che ti dice che sei ancora in tempo a cambiare è una scelta personale. Nessuna decisione è quella giusta, tutte vincenti e tutte perdenti allo stesso tempo. Chi può dire onestamente se è più coraggioso uno che si alza dal tavolo o uno che rimane seduto?

Ma il principe, quella persona che fa conoscere dove la nostra mente e il nostro cuore possono arrivare, quali picchi riescono a toccare, no Signore a quello non va mai rinunciato. È pura magia, va vissuto e assaporato, non sciupatelo che si tratti di un giorno, due settimane o una vita intera.

Anonima


Chi ha seguito un po’ questo blog in questi mesi, oramai ha capito l’aria da “sguardi intensi sulla metro” che tira qui. E non mi riferisco solamente al soffio di drago di questa copertina o agli appuntamenti a stampo romantico-utopico di cui abbiamo letto mordicchiandoci un’unghia.

Questa lettera poi (a proposito, grazie all’autrice!), mi ha dato lo spunto per pensare a quale fosse la mia concezione di “uomo top” o se vogliamo “principe” nella visione storico-tradizionale. Sì insomma, quello che come dice la nostra Anonima, ti fa meravigliosamente perdere il controllo. Mi sono data una risposta e a dire il vero non ho dovuto nemmeno pensarci più di tanto.

Grave, molto grave.

Infatti, anche secondo me il principe esiste ancora, ma ha semplicemente perso la sua carica nobiliare. Intendo dire che ho intravisto più prìncipi tra gli artigiani e gli agenti di commercio, che tra gli eredi delle Tredici Casade Triestine. Insomma, il principe è diventato un borghese. E per questo sta meglio di tutti noi. Il principe del mondo classico attendeva il giorno del tuo compleanno per poterti presentare i suoi auguri coreografati con una bella riverenza. Quello borghese di oggi, ti mette la mano sul ginocchio mentre guida per andare assieme al mare. Il principe vecchio stampo cavalcava sempiterno alla ricerca della sua bella rapita. Il suo mantello nel vento, un soffio di ovvietà. Il principe-borghese invece cavalca una vespa del ’78 che ha assemblato lui stesso navigando per le fiere del motociclo e le autorimesse con i calendari sconci; nel mentre, indossa una polo griffata con il colletto rampante. Il principe borghese inoltre va alle assemblee di condominio e non vuole farsi fregare dalla ditta di manutenzione dell’impianto di riscaldamento. Sa montare una mensola e smontare la tua insensata rabbia quando il ciclo usurpa la tua razionalità. Si dimentica sempre la tavoletta del wc alzata, ma non si scorda mai  di aiutarti a centrare il secchio quando hai la gastroenterite.

In tutta onestà io non so dire se sia in atto l’ennesima lotta di classe tra nobiltà e borghesia. Ma m’importa relativamente, in quanto già lo so, in questo stato di belligeranza, faccio sicuramente parte della plebe.

Avete una storia d’Amore da raccontare? Una riflessione travasata da una fiasca di saggezza? Prima di partire per le ferie, condividete il vostro racconto qui: virginia@nonostanteme.com

Image: Pixabay

Scostumati, noi.

In estate, puntuale come la traccia sbagliata del Ministero all’esame di maturità, arriva la prova costume.

E noi, nonostante la sgragnuola vendittiana di “Notte prima degli esami” non siamo mai pronti all’appello. Arriva però per tutti quello strano giorno di giugno, in cui ci scansiamo dai nostri soliti affari e facciamo questi fatidici quattro conti con noi stessi.

Perché diciamocelo per bene: la prova costume non “prova” proprio un bel niente. La prova costume è in realtà una semplice constatazione (neanche tanto amichevole) di ciò che noi già possediamo come patrimonio genetico-fisico: fianchi, pancia, seno e sedere. Perché il costume copre poco, troppo poco per attribuirgli il concetto estetico kantiano di una camicia alla Tom Selleck o di una gonna tzigana. In contemplazione statica -ma soprattutto stitica- regaliamo la nostra peggiore immagine ad un riflesso specchiato che ci appare fin da subito troppo brutale. Non è come quello dei camerini di Zara, dove le nostre gambe sembrano per qualche minuto quelle delle ragazze-ombrellino ai box del Moto GP. Ma tranquilli tutti, ad un certo punto della faccenda, arriverà sì un ombrello: e quel gesto schioccato dal nostro braccio sarà lineare, franco, liberatorio. Tutto per te, riflesso manigoldo!

“Come mi sta?”, in effetti è una domanda senza senso, perché dovremmo chiederci piuttosto “Come sto con i miei fianchi?”. “E la mia pancetta (che Dio l’abbia in gloria assieme a quei cannoli), che ci racconta di bello a questo punto dell’anno?”

James Blunt loves you

Il costume è un falso amico, e noi che siamo teneri e ingenui come Accorsi col Maxi Bon, abbiamo pure strisciato il bancomat per ottenere la sua fraudolenta compagnia. E tutto questo perché “madame Estate” ci vuole nudi come pulli caduti dal nido, e questo a volte fa male, ma non per la caduta dal ramo. Perché noi stiamo lì, come dei pischelli sull’autobus, ad attendere il controllore, sapendo bene di non avere il biglietto in tasca. Ognuno conosce bene i suoi punti critici e diacritici. E non c’è atto consolatorio amicale che ci convinca: per questo da dietro il riflesso dello specchio ci ritroviamo ad invocare il sorriso misericordioso di James Blunt che intona la sua “You’re beautiful… (ANYWAY)”. Perchè in fin dei conti, del costume ci resta solo il segno emostatico dell’elastico. Tanto per rinfacciarci che alla fine, ha fatto qualcosa pure lui.

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Song: James Blunt, “You are beautiful”

Aula veneziana

A metà luglio ho fatto una cosa strana.

Ho preparato la valigia e da Trieste me ne sono andata a Venezia a frequentare un corso di scrittura creativa presso l’università Ca’ Foscari. Tre giorni pieni di mani sulle tempie ed inchiostro che scivola sulla pagina. Eravamo una trentina di appassionati, provenienti principalmente dal nord-est Italia, ma non sono mancate delle coraggiose presenze da Roma, Napoli e addirittura Potenza. 

Il cortile interno della Ca’ Foscari a San Sebastiano

La nostra docente, la scrittrice Antonella Cilento ha creato qualcosa di unico, e per questo la ringrazierò ogni giorno, fino al prossimo Natale. Oltre ad averci da subito accolti e raccolti, ognuno col suo personale sentore di cosa volesse dire “scrivere”, è riuscita ad accendere in noi delle scintille senza per questo farci bruciare a vuoto. Abbiamo infatti lavorato con cognizione e presenza di noi stessi e di ciò che vorremmo riuscire a trasmettere, esercitandoci a boicottare i freni e i revisori che spesso ci bloccano nella scrittura. All’inizio per me non è stato semplice. Io che sono una che quando si mette a scrivere, è convinta di fare un’opera di restauro seicentesco. Ma ci ho provato, e questo è già qualcosa. Perché questa esperienza mi ha offerto una visione nuova di ciò che ho dentro di me. Gli esercizi di scrittura sono stati crudeli, e per questo giusti. Da un concetto/pensiero-stimolo dovevamo infatti creare un racconto. Così, d’emblée. Ah, ovviamente avevamo un tempo prestabilito. 10, 20 o 30 minuti al massimo. Praticamente un suicidio letterario per me. Ma l’ho fatto. Ed è stato davvero bello.

Copio qui sotto un esercizio di scrittura che ho provato a realizzare: tra un centinaio di immagini sparse su un tavolo, dovevamo scegliere la foto di una persona che ci colpiva ed in base alla scelta del personaggio raffigurato, assumerne il punto di vista (io ho scelto l’immagine di copertina di questo articolo). Poi via, a raccontare. Ho preso la foto e mi sono seduta. L’ho guardata per 4 o 5 minuti, non lo so. Ne è uscita questa bozza, con la quale vi saluto e vi invito a tornare per aggiornamenti romanticoni… Fatemi sapere cosa ne pensate (nel bene ma soprattutto nel male!). Ciao!!!

ESERCIZIO N# 4

L’orologio della sala schiocca le dita: sono già le quattro.

Posso ben dire che da adesso è iniziato il mio “per sempre” senza di te. Sono affamata di vita e per questo ho deciso di godermi da subito i primi minuti dal nostro addio. Dieci anni fa avevo scelto te, perché mi avevi dedicato un’attesa che avrebbe convinto anche una donna antica e ricamata come mia madre. Oggi invece ti ho detto addio perché è giusto regalarsi la possibilità di essere felici, in un modo o nell’altro. Vorrei potermi addossare qualche colpa – di tradimento, nefandezza, illusione – tanto per non rischiare di rimanere impunita. Invece la mia faccia di oggi è semplicemente un volto che non ama più. Mi si è consumato l’amore addosso, e come un torrente in secca, mi sono ritrovata arida e poco umana. Scusami perciò, se non ti amo più. Mentre lo dico però, la vita già mi afferra per un braccio, e tutto ciò che voglio, non comprende più te.

Non amo un altro, e non ho bisogno di un uomo.

Questa è forse la più grande colpa che mi addosserebbe quel soprammobile di mio padre, se ora fosse in questa stanza e mi vedesse così sollevata nel licenziare un sentimento che lui, un decennio fa, aveva legittimato con quella stretta di mano tra uomini. Non ci sei più dentro di me, ed io non sono mai stata più colma di così. Amo questo tempo che rintocca gentile e pacifico nella mia nuova libertà. Sono un ostaggio liberato da me stessa e per questo accetto tutto quello che ne verrà. Ho la grinta di una bambina che ha appena imparato a dire il proprio nome e per questo lo ripete all’infinito. […tempo esaurito!!!]


P.s. Un ringraziamento speciale a:

  • Lisa per avermi sopportato per quattro interminabili giorni: scusa se ti ho fracassato l’anta dell’armadio.

  • Pier per essermi venuto a recuperare fuori dall’Università nonostante l’afa, il vaporetto e i turisti cinesi.

  • Tutte le belle persone che ho conosciuto in aula e soprattutto fuori. Grazie davvero!

Dorian Gray, dove sei?

Posso provare a raccontare la mia storia.

O posso provare a raccontare la storia che avrei voluto.

L’abitudine è la rovina dei ricordi! Confonde ciò che ricordiamo come vero e modella quello che si credeva fosse autentico.

Posso provare a raccontare le mie storie.

Hanno tutte un filo comune, sono legate indissolubilmente tra di loro, e la questione “ricordi” non ricopre questa importanza fondamentale; non ci sono dettagli da conservare meticolosamente. Il filo comune sono io.

Io.

Storie, che valessero la pena di essere definite tali, ne ho sperimentate 4 -5 contando il primo grande amore che per me assolutamente così non è stato, ma bisognerà pur avere un primo grande amore no?

Tra una e l’altra, e soprattutto attualmente, sperimento invece un tipo diverso di relazione, basato esclusivamente su un rapporto che lascia “esterno” qualunque tipo di coinvolgimento sentimentale. Almeno da parte mia.

Fatto sta che qualche storia l’ho vissuta. E ciò che accomuna tutte queste esperienze sono io. Io, che non le ho mai amate.

Potrei sprecare righe su righe a dire quanto sia da biasimare, quanto sia cinico, quanto sia egoista eccetera eccetera ma fortunatamente la faccia tosta non appartiene alle mie caratteristiche principali.

Non le ho mai amate.

L’ho detto, l’ho ripetuto migliaia di volte. Quelle due parole che unite generano conseguenze inimmaginabili; meravigliose o disastrose che siano. Ma le ho dette.

E tuttora, mi chiedo se utilizzarle fosse per uno “scopo” riconducibile a tale parola; se invece fossi realmente convinto di provare qualcosa -ma col senno di poi ne dubito- o se mi rivolgessi in realtà esclusivamente a me stesso!

Perché, potrete trovarlo banale, spregiudicato, ma la curiosità e la voglia di poter provare tale sentimento io le nutro davvero. Me lo impedisco da solo, ma una mia parte è troppo affascinata da questo “vortice di pensieri irrazionali” che ti sconvolge la vita. E lo dice una persona estremamente razionale e metodica. La dannazione dell’uomo moderno e scientifico!

Posso dire che sono stato amato, che ho vissuto in seconda persona questo sentimento, e che gli effetti tutt’ora a pensarci mi stupiscono. Pensando a quelle che a distanza di anni, nonostante nel frattempo si siano impegnate o addirittura sposate, continuano a farsi vive. A ricordarmi che, da qualche parte nella loro fragilità, esiste ancora un “noi” di cui facciamo parte.

Questa è forse la parte peggiore, la conseguenza che forse il mio atteggiamento ha generato. E che solo me stesso e con me stesso ne beneficio.

E quando parlo di innamorarsi escludo a priori qualsiasi riferimento a cottarelle o “simpatie carnali” verso qualcuno. Quelle ovviamente chi non le ha mai conosciute.

Ma pochi, molto pochi, si sono fermati alla conoscenza di solo quelle sensazioni.

Tuttavia sono felice di poter affermare senza false ipocrisie che, nonostante me (cit.), non avrò avuto modo né la fortuna di assaporare il piacere e le mille fragranze che l’amore sprigiona da sé, ma che amo me stesso, di questo ne sono assolutamente consapevole.

E, pensandoci bene, preferisco di gran lunga provare questo incondizionato amore, puro e -diciamo- “ricambiato”, che riversare tutte le mie energie per qualcuno che poi magari potrebbe non rendere questa funzione biunivoca, o peggio ancora ritrovandomi, come sempre più spesso posso spiacevolmente constatare, a mettere la mia persona in secondo se non addirittura in terzo o quarto piano.

Oscar la sapeva lunga, quando ancora Dorian era intrappolato nel ritratto della sua stessa mente: “Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura tutta a vita”.

Federico


Sarà che la curiosità è donna (cit.), ma secondo me questo racconto maschile è la reale proiezione ortogonale della delusione degli uomini che io classifico “seri”. Perché ortogonale? Perché il ragazzo che l’ha scritta, analizza la sua vita da vari punti di osservazione: il suo passato di devozione, il suo presente senza impegno e il futuro che deciderà per se stesso, proprio quando il suo presente si sarà in qualche modo compiuto. Suppongo che all’aggettivo “serio” si potrebbe contrapporre quello di “libertino” a seguito dell’attuale atteggiamento da buon rimorchio che nulla avrebbe a che fare con un uomo di antichi valori. Io invece vorrei concentrarmi sulla traccia lasciata nel percorso e mi pare di intravvedere un prolungato girotondo di sviste clamorose, conferme mancate ed inopportuni ritorni. Tutto da parte della compagine femminile.

Illuminazione! Ecco cosa mi ha ricordato.

Avete presente il film “Manuale d’amore”? Ebbene, al tempo in cui uscì, per me rappresentò un’affascinante rivelazione. Chissà, forse fu addirittura il terreno fertile che avrebbe custodito l’embrione di questo blog, nato più di dieci anni dopo. Lì infatti ho capito di essere una disgraziata che crede nelle attese d’Amore. In quel film però, ho adorato la coppia “in fieri” di Giulia e Tommaso. Per me rappresentavano il quaderno nuovo del primo giorno di scuola, i primi secondi dell’inno nazionale alla finale dei mondiali, il taglio della prima fetta di una torta appena sfornata. Di Tommaso, in particolare, ho amato i capelli anarchici e l’intraprendenza risorgimentale nei confronti di Giulia. E proprio lui, una sera e con disarmante verità, le rovescia addosso gli effetti devastanti della volubilità femminile sull’animo maschile. Quella che probabilmente farebbe perdere lo slancio anche ad un nerd romantico come Leopardi o al lentigginoso Richie Cunningham. Perchè se è  vero che gli uomini un po’ ci amano anche per quella nostra acrobatica capacità di tenerli sulle spine, forse però a volte riponiamo inutilmente al sicuro i petali, il profumo e le nostre incantevoli sfumature di maggio. E gli uomini, dopo un po’, mi sa che preferiscono pungersi altrove.

Image: Pixabay

Video: dal film Manuale d’amore (di Giovanni Veronesi, 2005)

Utopia hard c(u)ore

Ecco la mia storia che dura da ben 27 anni.
Successe nel 1990 che mia sorella si mise assieme ad un bellissimo bassista diciassettenne di un gruppo hard core triestino, con capelli lunghi, jeans stretti, chiodo e anfibi e io ebbi la fortuna di mettermi assieme, nello stesso periodo, al cantante di tale gruppo, anch’esso molto bello, ma con un look più punk che trasher. A quell’epoca, in piena adolescenza ormonale, non si andava tanto per il sottile e dopo due mesi io e mia sorella abbiamo fatto scambio di ragazzi e direi che la scelta non poté essere più felice. Lei stette col cantante punk per ben due anni e considerando che ne aveva appena 15 fu un rapporto sicuramente lungo e io il bassista trasher me lo tenni bello stretto, tanto che dopo 15 anni l’ho sposato e dopo 17 ci ho fatto il primo figlio. E ciò avvenne nonostante non mi abbia mai chiesto: “Ti metti con me?”.
Perché funzioniamo ancora? Che ne so! So solo che abbiamo la fortuna ancora adesso di parlare, ridere, divertirci, condividere gli stessi valori e idee politiche. Certo bisticciamo ogni tanto, ma alla fine ci riappacifichiamo nella stessa giornata. Non vale nella nostra coppia prolungare il broncio per più giorni. Devo confessare che sono contenta (per ora, mai dire mai ?) di aver avuto solo una storia importante, di non aver vissuto amori contrastati, pene d’amore da romanzo ottocentesco e di sapere che il mio uomo sa “quasi” tutto di me da sempre. Seppur siamo cambiati nel corso degli anni, abbiamo avuto la fortuna di adeguarci l’una all’altro, di continuare il percorso assieme. Questa è la nostra forza. Alla faccia di coloro che dicono che la prima storia d’amore adolescenziale non può durare!

Sabina


Ecco la storia di un riuscitissimo baratto d’amore! Non fraintendetemi… spero ovviamente che nel frattempo anche la sorella di Sabina abbia trovato il suo principe trash. Ma il sottofondo adolescenziale e il lieto fine di questo Amore, regalano la leggerezza necessaria per poter leggere questa storia con la giusta croccantezza. Mi piace immaginare quegli anni possibilisti. Che hanno portato una coppia a studiarsi e a scegliersi, nonostante un iniziale abbinamento imperfetto.

Che poi… a chi interessa più un Amore perfetto? Quella è roba per le apparenze delle casalinghe di Wisteria Lane. Confesso che anch’io, vent’anni fa, avrei fatto un tentativo col bassista di Umberto Tozzi. E poi con Umberto stesso (dan-dabadan…). Grazie Sabina, un saluto anche a tua sorella (non è un’offesa, giuro) e a tuo marito, che si conservi sempre trash, come piace a te.

E voi che Amore avete da raccontare? Scambista? Monoteista? Apripista? Apneista? Inviatelo con o senza vergogna a: virginia@nonostanteme.com

 Image: Pixabay

Alberto, mio Angela.

Dammi tre parole: dorico, ionico, corinzio.

Ed io lo so che tra qualsiasi collarino, abaco ed echino di un capitello ci sei sempre tu, Alberto.

Le tue sopracciglia, che nell’atto espositivo si inarcano come volute, si spalancano con fiducia alla conoscenza. E le tue mani, in una continua danza aerea, corteggiano la Storia, la Scienza, l’Arte.

Eppure da questa nostalgica terra istroveneta al confine nordorientale della penisola italica, ho deciso di provare a conquistarti. Puro azzardo di follia di quell’Erasmo lì. Lo so.

Prima di iniziare però, vorrei farti una confessione in un totale atto di onestà intellettuale: in seconda superiore ho ricevuto un 6/7 nel compito in classe sugli alleli dominanti e recessivi di Mendel. Lo so, fa male. Ma te lo dovevo dire, perché non voglio ci siano segreti tra di noi.

Sei lontano Alberto, eppure così vicino alla mia ragion pratica. E anche a quella pura.

In questo mio improbabile tentativo romantico, dovrò giocoforza disturbare il buon Auguste Comte: diventerò così una positivista francese, che elimina ogni traccia di metafisica e si fonda esclusivamente sui dati dell’esperienza. Finalmente scoprirò le leggi che permettono di ricostruire la società, e per farlo, partirò proprio dalla nostra meravigliosa diade: “Alberto e Virginia”.

So bene che hai 17 anni più di me, ma d’altronde tu stesso ci hai dimostrato che l’amore per l’antica Roma va oltre il tempo depositato all’anagrafe comunale.

Poserò per te.

Se ti piacerà il mio profilo destro sarò la tua Cecilia Gallerani, la famosa dama con l’ermellino. Se invece preferirai quello sinistro, sarò la ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. Come loro, ti guarderò sempre di traverso, fintantoché la mia cervicale ed i miei muscoli orbitali me lo permetteranno.

Io con te lo so, sarei “Serenissima” come quella Repubblica Marinara a te tanto cara. Con buona pace di Genova, Pisa e Amalfi.

A proposito, a Natale che fai? Ho trovato un’offerta on line per un ponte a Roma per quattro persone: tu, io, Carlo Magno e papa Leone III. Aperitivo e poi festa grande a casa di Jep Gambardella per il primo Imperatore del Sacro Romano Impero.

Pensa: mentre gli altri innamorati festeggeranno il 14 febbraio, noi potremmo celebrare San Carbonio-14. Per le idi di marzo invece a Maniago è in programma la mostra “Coltello in festa”. Ci andiamo assieme?Ma l’amore, si sa, è fatto di elettricità e magnetismo. I conduttori (soprattutto televisivi) hanno l’ultimo orbitale semivuoto e ciò significa che l’energia di attrazione con il nucleo degli elettroni più esterni è bassa. Qui gli elettroni hanno margine di movimento verso gli altri materiali. Ebbene, io ho fiducia nella fisica, perciò resto nelle vicinanze e confido nella forza di attrazione che ti porterà inevitabilmente a me.

Saremo simili, ma squisitamente complementari: io diverrò lo “Sturm und drang” del tuo Illuminismo. E già lo so, che nel fraseggio di un endecasillabo dantesco, sarò la tua guelfa e tu il mio meraviglioso ghibellino. Ed intanto, immagino le nostre vacanze al mare: noi, stupende creature vitruviane, sul solenne bagnasciuga bizantino.

Oh Alberto, se è vero che il Dolce Stil Novo ha creato il mito della donna-angelo, io ora mi ritrovo ad osannare un uomo-Angela.  Così, te lo chiedo ufficialmente: vorresti essere il mio Beatricio?

Tu, che per me sei stato come la scoperta della penicillina o la firma di Roosvelt sul New Deal. Fa’ che questa lettera non rimanga un vuoto appello alla Soprintendenza per l’ Archeologia,  le Belle Arti ed il Paesaggio.

Con immenso positivismo francese,

tua Virginia

Image: Picture from web – “Stanotte a Venezia”