…Giacomo chi? #3

Riassunto della puntata precedente: Acquistare un libro di seconda mano, trovarci sopra un nome e un numero di telefono. Avere una discreta dose di incoscienza e scrivere un messaggio.


Ora, l’esordio.

Non è mica cosa da poco. Anzi, nei casi come il mio, è tutto. One shot, one kill.

Poverino, non so nemmeno chi sia e già studio come farlo fuori.

Decido di agganciarmi all’unica cosa che so di lui, ovvero la frase sulla ridimensionata ambizione di Dio nei confronti del mondo. Scrivo.

– Il mio progetto ambizioso di oggi era leggermi un libro sul molo. Ma sulla terza pagina di “Lolita” ci ho trovato il tuo numero di telefono e ho deciso di scriverti questo messaggio 😀 Spero tu non sia un maniaco e non pensi che io sia una strana. Non credo di avere altro da aggiungere.

INVIO.

Lo so, sono un disastro, troppa verità fin da subito. Ma credo che in un caso così fuori dalla norma, non abbai senso mentire. Né a lui, né a me. Così “mi invio”, con queste parole lineari e chiare. Nella mia foto profilo tocco con un dito, un ulivo secolare in Umbria. È una foto di un paio di mesi fa, mi piaceva perché sembravo una pin-up senza up. Praticamente un codice numerico da decifrare.

Una cosa è vera però. Quando mandi un messaggio di questo tipo, ipotechi il tuo immediato futuro nell’attesa di una risposta fragorosa. L’ho scoperto il secondo dopo aver premuto il triangolino di invio. Ora me ne vado da questo molo, non riesco a stare ferma. Il tempo farà il resto.

CHE DISASTRO. Sono passate più di due ore dall’invio e non c’è ancora stata nessuna visualizzazione. Avrà sbirciato nell’anteprima e in questo momento starà contattando il garante per la privacy. Anzi, con la fortuna che mi ritrovo, sarà lui stesso il garante della privacy. Lo sapevo, adesso verranno a prendermi i carabinieri, stile Pinocchio. Altro che “la vita, la bicicletta e non fermarsi per non cadere ecc”. In carcere avrò ben un’ora d’aria per passeggiare col libro in mano e leggere le prigioni di Pellico. Tra un’ora ho lezione di yoga e dopo forse mi butto dal balcone.

Non so bene il perché io mi sia iscritta a questo corso di yoga. La mia amica Serena dice che da quando lo pratica, tutto le riesce più facile. Realizzo che a me forse da adesso riescono più semplici le figuracce. Dopo la tortura delle posizioni del bambino, del cane e del piccione, penso di aver interpretato per bene un’intera fiaba di Andersen.  

Durante la lezione Serena era tutta concentrata, sembrava stesse ritualizzando se stessa. Vorrei riuscire ad approcciare anch’io le cose in maniera totale. Invece mi riservo sempre una via di fuga, quasi a temere la catastrofe. In realtà le tragedie migliori le apparecchio quando sono consapevole e razionale.

Nello spogliatoio chiacchieriamo. Non le dico nulla di come mi sono incasinata da sola oggi pomeriggio. È lei però, a stupire me:

– Non mollare, mi raccomando!

Come può essere, mi ha letto nel pensiero? Anche questi sono gli effetti dello yoga ben praticato?

– Scusami?- sbrodolo incredula.

– Lo yoga. All’inizio è complicato, ma poi è come andare in bicicletta!

Ok, adesso ne ho abbastanza.

– Va bene, va bene ho capito, non mollo, non ti preoccupare!

– Caspita, ma ti sei arrabbiata?

– No, non vedi che continuo a pedalare? Sono qui, no? Senti piuttosto…

– Sei strana oggi… Dimmi.

– Quando si può parlare di molestie? Nel senso di tormentare una persona?

– Oddio, chi ti maltratta? Andiamo subito alla polizia!

– Ok, lascia perdere! Ci vediamo martedì!

Immagino che la polizia verrà da me senza che io la chiami. Infilo rapidamente la seconda scarpa e agguanto il cellulare dalla borsa.

Serena mi legge la fretta negli occhi e rincalza d’urgenza:

– Ti telefono dopo!

Tre messaggi su WhatsApp. Uno è di Giacomo. Volo via verso la curiosità di quella notifica che aspetta solo me.

Scendo in strada, mi rifugio accanto alla vetrina di un negozio di animali, con le calopsiti che mi guardano di traverso. Tocco lo schermo del telefono nei chakra giusti.

– Donna coraggio. E non ho altro da aggiungere 😉

Sollievo! Non è indignato.

– Dici? Forse era meglio se mi facevo i fatti miei. O no?

– Da quello che ricordo, Lolita non era proprio una santa, e nemmeno il suo amico professore. Trovarmi tra quelle pagine poteva non essere un’ottima presentazione. Eppure.

– Sarebbe un complimento?

– Lo è, in effetti.

Da quel giorno, è cambiato qualcosa. Giacomo è diventato come la stracciatella. La cioccolata croccante che all’improvviso dà gusto alla tua giornata.

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…Giacomo chi? #2

Riassunto della puntata precedente: Comprare un libro di seconda mano in una libreria. Trovarci sopra un nome e il suo numero di telefono. Prepararsi all’impatto.


Insomma, noi tre siamo qui.

Giacomo -o meglio, la sua insensata sequenza numerica-, Nabokov ed io.

Brutto affare.

Pensiero logico: un numero di telefono è di chi lo riceve in modalità consenziente.

Pensiero emotivo: chi sei Giacomo? Perchè c’è il tuo numero su queste prime pagine? Sei uno di quelli che chiede “Che fai nella vita?” oppure azzardi un meraviglioso “Qual è il primo ricordo che hai di quando eri piccola?”.

Era meglio se compravo un romanzo di fantascienza. Ho deciso, leggerò Marquez. Così nel frattempo mi dimenticherò di questa idea balorda.  Provo ad addentare il primo anno di solitudine, così forse mi distraggo. Ma le frasi sono briciole sulla tovaglia: si sparpagliano e perdono il loro senso. Coraggio, ci devo riuscire, non sono mica una ragazzina che sviene lanciando un peluche al concerto degli One Direction (ma esistono ancora?).

La tentazione mi tira la maglietta. Lo sapevo. Ho passato il tempo tra complotti insaccati nelle parentesi, il tutto per attenuare la mia frenesia. Oramai devo fare questa cosa.

Salvo il numero sul cellulare e spulcio la foto su WhatsApp. Lo so, non sono il detective Conan, ma questo passa il convento. Magari è un numero inesistente. O di un anziano in pensione. Oppure è il contatto di un rappresentante di sanitari. Insomma, la solita delusione legata ad un mio affezionato infruttuoso destino.

Bene, lo faccio. “Ma quanti 8 in questo numero…” ammicca il mio cellulare. L’infinito che si dilata davanti alla mia curiosità donnesca.

Fatto. Ora andiamo a stanarlo. La misericordia ha il sopravvento su di me: è registrato su WhatsApp, quindi non è imprigionato nel Rinascimento. E ora momento topico: la foto.

Primissimo piano su un paio di occhi neri trincerati dietro degli occhiali squadrati e sottili. Un’espressione corrucciata che racconta un principio di disappunto nelle linee di espressione disegnate sulla fronte. Un ciuffo di capelli neri sul sopracciglio sinistro. Sfondo color grigio novembre.

Carina ‘sta foto. No esibizionismo. No narcisismo. No limits. Potebbe avere trent’anni o giù di lì.

Ora, lo status. Se ha qualche motto latino, prometto che lo cancello all’istante. Anzi, mi cancello io da questo pomeriggio di euforia adolescenziale.  E invece Giacomo sorprende tutto il molo con poche parole, anche queste squadrate come i suoi occhiali: “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso.”

Giacomo, eri on line ventitrè minuti fa. Ed io ora ti scrivo. Perché da quando ho comprato questo libro, so che sono montata in bicicletta e se ora smetto di pedalare cado io, ma cadi pure tu.

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…Giacomo chi?

– “Cent’anni di solitudine” oppure “Lolita”? – Il mio labiale interrogò la mia mente.

Forse l’inizio dell’estate 2017 era un buon momento per giustificare un azzardo letterario. Quella libreria era piccola e fragile, come le pagine dei libri che conteneva. Scaffali e spine dorsali di tomi ingialliti dominavano lo sguardo dei rari clienti. L’aria sapeva di tappeto mai sbattuto. Un negozietto -insomma- di quelli nascosti tra le pareti scarabocchiate delle case del centro storico. Entrare in una libreria che vende libri di seconda mano mi aveva fatto tornare indietro di una ventina d’anni, come quando ero una studentessa delle superiori e alle prime piogge di fine estate andavo a fare scorta di conoscenza a buon mercato. Per qualche motivo deciso dal fato, credevo di trovarmi in un posto speciale. Un luogo per pochi eletti che -nel caso- avrebbero saputo apprezzarne anche le mancanze. E dire che nell’intimo provavo un paradosso a dir poco etico a proposito di libri già posseduti da altre persone. Igienicamente parlando mi facevano senso. D’altra parte mi piaceva immaginare chi ci avesse fantasticato addosso. Insomma, anche se piene di microbi, mi attraevano le storie che avevano avuto altre storie prima della mia.

La proprietaria della libreria era una donna sui sessanta, affilata e pensosa. Aveva una camicia con i bottoni a forma di roselline e due occhi sfioriti e rassegnati alla protratta mancanza di sorprese. I codici ISBN probabilmente, le avevano annientato la mimica facciale. Quel giorno l’avrei sorpresa io forse, con ben due acquisti, risultato di una drammatica indecisione. Magari un giorno glieli avrei riportati per rivenderli. Anzi no, non credo proprio. Una volta letto un libro, quello mi apparteneva per sempre. Ero un’aguzzina della sintassi d’autore.

Ho preso entrambi i romanzi e sono andata alla cassa.

– Buongiorno. Prendo questi due.

Silenzio. La signora smilza non ha cambiato nemmeno per un attimo espressione.

Di certo non sarei stata io l’emozione che avrebbe dato un senso alla sua giornata in libreria. Mentre aspettava l’emissione dello scontrino però, dalla bocca le è caduta una frase.

– La vita è come andare in bicicletta – ha detto – cadi solo se smetti di pedalare.

Sono rimasta lì, ferma. Ero a piedi e senza bici. Forse solo per questo non sono caduta. Ho accolto il suo pensiero solitario, in un’atmosfera complice solo per il fatto di condividere quella situazione di moderno baratto.

– Ma se non sai dove andare, va bene lo stesso?

Mi ha guardato come se le avessi chiesto se ieri sera aveva visto la partita della Nazionale.

– L’importante è prendere una direzione. Poi la strada ti dirà se stai facendo la scelta giusta.

Ho preso la sua risposta e l’ho messa nel sacchetto di plastica assieme ai libri.

– Grazie – per un attimo mi sono impigliata nel suo sguardo appassito -, e arrivederci.

– Arrivederci.

La giornata era bella, ancora non troppo rovente da desiderare prematuramente che finisse l’estate. Mi sono diretta sul molo. Volevo un aggancio con la terra e nel contempo un azzardo di blu.

Ho sempre pensato che la lettura ti facesse diventare schizofrenico. Forse un giorno anch’io avrei aperto una libreria.

Il molo era colonizzato da ragazzetti licenziati dai doveri scolastici. Qualche anziano ambulante alzava la media dell’età. Io come al solito non sapevo da che parte stare.

Mi sono seduta sul bordo, a ovest, per tre quarti a favore di luce. Qualche nuvola spensierata concedeva respiri d’ombra ed era tutto sommato piacevole.

Ho preso Màrquez e l’ho sfogliato a ventaglio. Mi ha leggermente rinfrescata. Ho afferrato poi il trasgressivo Nabokov, spulciandolo invece dalla copertina. Prime pagine di cortesia bianche. Oppure no. Una piccola scritta a matita: un numero di cellulare e un nome, Giacomo. Ah però. Chi diavolo sei Giacomo?

A breve scriverò la seconda puntata, ma mi piacerebbe sapere cosa fareste voi. Quindi, vai col sondaggione!

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Daniel LaRusso ha vinto

Daniel LaRusso arriva dal New Jersey e indossa scarpe Nike.

Daniel ha perso il papà quand’era piccolo e deve spingere la macchina di sua madre quando non si mette in moto. Si è trasferito da poco in un quartiere popolare di Los Angeles e se ne vergogna ogni volta in cui gli chiedono dove sia la sua casa.

Ama il karate, ma finora l’ha studiato solo dai libri. Chiunque sa che non si può imparare il karate dalle figure e dalle frasi col punto a capo. Ma il destino e degli sceneggiatori attenti vogliono che nel suo palazzo oltre alle pareti ammuffite ci sia un uomo mite che effettua le piccole riparazioni condominiali. È nativo di Okinawa e ha provvidenzialmente appreso l’arte del karate da suo padre. Ha fatto la II guerra mondiale ed è stato pure in Vietnam. Un giorno aggiusta a Daniel il rubinetto della cucina. Poi la sua bicicletta. Infine l’autostima. Si chiama Miyagi. Per noi sarà sempre il maestro Miyagi.

Daniel è onesto ma è uno scavezzacollo. Bello ma inquieto. Ci sa fare con la vita, ma è la vita che non gli lascia fare l’eroe buono. Per cui si ritrova spesso nei guai: con i bulli della scuola prima, con dei tizi rancorosi di Okinawa poi. Di suo, sa solo un paio di mosse, ma le usa come un passepartout per difendere i più deboli. Lo fa nonostante sappia di essere lui stesso un debole.

Ed ecco il vero motivo per cui Daniel LaRusso è un figo. Perchè Daniel ha paura. Lui sa di avere paura. Ma mezzo moribondo, si mette in posizione e sferra quella meraviglia di colpo della gru. E quel fantastico calcio vola alto e acuto mentre lui – ormai per aria – continua a temere di non farcela. Però ci prova lo stesso. Ed è proprio per questo motivo che Daniel LaRusso vince il torneo “All Valley under 18” e pure la nostra fedeltà.

Il maestro Miyagi lo allena. Diventa anche il suo migliore amico e il padre che non ha più. La cosa sorprendente è che fa tutte queste tre cose assieme senza mai cambiare registro nè tono di voce. Lui dice “karate serve solo per difendere” e poi saggiamente rincara “per chi non ha perdono nel cuore, la vita è peggio di morte”. Miyagi è contrario alla violenza senza scopo. Ma è lo stesso che se viene aggredito, ti fa stringere amicizia col pavimento, mentre le tue mani consolano il tuo grembo agonizzante.

Daniel s’innamora. E piace pure alle ragazze. Occidentali o orientali, non fa alcuna differenza. Perché ha la battuta svelta e vuole sempre stare in partita. Se la gioca fino alla fine, insomma. E questo fa sì che le donne finiscano tutte nella sua danza Obon. Daniel non conquista le ragazze perché vince le coppe ai tornei. Loro si innamorano di lui già prima. Perché è uno che lotta e non incolpa mai gli altri dei suoi fallimenti. Quante volte avrà detto “Sono un idiota, che cosa ho fatto?!?”. Ormai non si contano.

Ogni volta lui si rimbocca le maniche del karategi e riprende in mano la sua vita. E in più di un’occasione salva anche quella del maestro Miyagi. Perché la sera in cui lui brinda da solo per celebrare il suo anniversario con la foto della moglie morta tanti anni prima, Daniel è lì e lo ascolta come se quell’uomo saggio fosse di colpo diventato un bambino di quattro anni a cui hanno rubato la sua trottola. Miyagi si ubriaca. Ma Daniel lo salverà da se stesso. Lo metterà a letto e spegnerà in silenzio la fiammella della candela che illumina la stanza.

Le mani di Daniel catturano una mosca con le bacchette, pitturano lo steccato, spezzano sei lastre di ghiaccio ma – cosa più importante di tutte – abbracciano il suo più caro amico quando i ricordi di un passato doloroso trapassano il tempo e affiorano negli occhi a mandorla.

Per questo Daniel LaRusso ha vinto, su tutto. E ancora prima di iscriversi a qualsiasi torneo di karate.

Images and video from the movies:

“The Karate kid”, “The Karate kid Part II”, “The Karate kid Part III”

Burrocacao

Non mi hai dato il permesso di amarti, perciò adesso sono qui a raccogliere da terra i miei stracci.

La saponetta al miele del mercatino di Natale è sempre sulla mensola del bagno, accanto alla pila di asciugamani belli. Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla dalla sua confezione. Usarla, sarebbe come dare il nulla osta affinchè il mio amore si consumi con lei. Invece voglio farlo durare anche se so bene che non mi vuoi. È il mio patetico modo di preparare le briciole per l’inverno.

Guarda che io l’ho capita questa cosa. Non ti chiedo di spiegarmela più. Ma devo ancora farla comprendere al mio cuore perché a lui non gliene frega niente se sei stato cortese e mi hai chiesto “scusa” mentre mi rimettevi educatamente il cuore in tasca. Penso a quel pomeriggio di novembre. Ai sassi che scrocchiavano sotto in nostri passi, mai sincronizzati, e per questo così reali. Ricordo il profumo rassicurante del burrocacao che in un gesto tanto inutile quanto necessario baciava le mie labbra al posto tuo. Allora mi appostavo in un angolo di me per sbirciare tra i tuoi sorrisi, che rimborsavano sempre le mie attese di te.

È finito il tempo del batticuore e ora mi capita spesso di annoiarmi. Allora per ingannare i minuti, inizio a giocherellare con crudeltà con il mio cuore e provo ad immaginare come sarebbe stato il nostro primo Santo Stefano assieme. Quando la ribalta dell’arrosto di Natale è oramai finita e ciò che resta della giornata viene avvolto nella carta stagnola. Allora realizzo che probabilmente noi siamo gli avanzi di una festa che sul calendario non esiste. Arrotolo quindi le maniche della camicia e brindo a me con con un succo alla mela. Il mio silenzio è la più grande conferenza stampa sulla devozione che ho per te. La tua assenza invece, la più grande dichiarazione della vita che continua.

Ma come nelle migliori fiabe 2.0, ecco la svolta da cotta scolastica che tanto aspettavo: stamattina hai cambiato la tua foto profilo su WhatsApp.

L’immagine dell’orologio fermo alle due e mezza ha ceduto il posto ad un vostro ritratto. Tu e lei, schiena contro schiena, sfidate l’obiettivo e sorridete profeticamente al futuro. L’ho guardata. L’ho vivisezionata. Ho cercato un nuovo status che l’accompagnasse. Mi serviva disperatamente la frase finale del romanzo per chiudere questo libro.

Non c’era scritto nulla, ma io avevo già preso la penna per firmare il mio armistizio. Poi in un solenne silenzio procedurale,  ho deposto la mia baionetta di carta nel cassetto.

Finalmente potevo diagnosticarmi un quarto d’ora di infermità mentale e cardiaca ed ho fatto una cosa da manicomio per innamorati respinti. Ho frugato nella mia borsetta in cerca di un burrocacao. L’ho trovato. Si era nascosto per bene, tra le chiavi e i fazzoletti. Un residuo bellico, per essere più bella. Una volta a contatto ci siamo voluti a vicenda. L’ho aperto con un gesto pensato e lento. Lui mi ha lasciato fare, arreso alla mia temporanea incapacità di intendere e volere. L’ho osservato. Era lo scarto della sua stessa storia. Solo un bossolo ormai, esploso in tempi migliori. Era così simile a me. Per questo col palmo ben disteso ho iniziato a disegnare sulla mano sentieri rosati sulle linee della vita, della fortuna, dell’amore. D’un tratto ero una chiromante senza più bugie da raccontare. Poi ho proseguito in questo rituale privo di senso e di sensi e mi sono spinta sulle dita, indugiando sulle nocche e sulle unghie. L’ho consumato tutto. Poi con la mano spalancata ho ammirato il mio capolavoro per un po’. Sapevo che non l’avrei rifatto. Per questo l’ho osservato bene.

Mi sono diretta in bagno ed ho scartato quella saponetta. Ho strappato l’involucro che all’inizio ha fatto resistenza. Era come se avessi interrotto di colpo il sonno di un neonato sazio e pulito. È bastato però solo qualche istante di gesti mirati per assecondare quella mia follia. Ho aperto il rubinetto ed ho lasciato scorrere l’acqua assieme alla mia vita. Mi sono insaponata le mani. I polsi. Sono arrivata agli avambracci bagnando gli orli della camicia e poi ho riempito di schiuma il mio viso, i miei capelli, la nuca. Ho sgocciolato e inzaccherato tutto lo specchio, il pavimento e pure il tuo ricordo.

Mi son sciacquata. Ho afferrato un asciugamano bello, uno di quelli che non uso mai, per non rovinarlo. L’ho profanato affondandoci il viso. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio, quello mi ha guardato e mi ha sussurrato che non ero normale.

La saponetta invece l’ho buttata. O lei ha buttato me, non ricordo.

Mi sono tolta la camicia bagnata e ho indossato la mia maglietta della “Seven Up”. Poi mi sono seduta in terrazzo: era una bella giornata e ne ho approfittato per far asciugare i capelli al sole, mentre bevevo ciò che era rimasto di quel succo alla mela.

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Freeway

Carezzevole il fiume scorre e va

Oggi graditissimo ospite sul blog, Davide Calabrese, membro triestino degli Oblivion, nonchè attore, regista, cantante e molto molto altro. Ebbene sì, in un giorno di luglio, con temperature da Fiat Punto nera lasciata al sole, gli ho chiesto se avesse voglia di dare un suo contributo a questa disgrazia di blog. Contro ogni mia previsione ha accettato la proposta senza alcun indugio.  L’ho rivisto di persona dopo ben 25 anni ed ho pensato che è proprio bello quando la bravura e l’umiltà si fondono in una risata sincera. Che altro dire quindi? Ecco qui il suo racconto, “Freeway”: catadiottrico e metropolitano come lui. Assolutamente da leggere, accompagnato da una familiare di Peroni gelata e rutto libero.  Grazie Davide!


“Ma che è? Inverno?”.

Cerco di non dare confidenza, sorrido e guardo se ci sono spazi disponibili. La misantropia va sistemata prima di qualsiasi bagaglio. Certo, in vacanza tutto funziona meglio: di solito appena arrivato compro una copia del Times e la tengo sottobraccio per tutta la permanenza. L’unico modo per tenere lontani gli altri turisti italiani in cerca di una partita a racchettoni. In un treno però tutto diventa più difficile. Mi siedo e respiro profondamente mentre a sinistra un manager in abito blu si libera dal raffreddore partorendo dal naso. Un buon inizio. Inutile dire chi urla, urlano tutti. Urla la vecchia al telefono per dire che è partita, urla l’altoparlante di Trenitalia invitando a gustare il menù del giorno, urla il controllore declinando ogni responsabilità per il freddo e urla il manager. Quest’ultimo è l’unico giustificato in quanto intento a dare alla luce una nuova vita. Un profumo dolcissimo attraversa le mie narici. Vorrei essere Hannibal Lecter per stupire la riccioluta adolescente che sta prendendo posto di fronte a me rivelando la marca del suo profumo. Ma ho i turbinati congestionati. Un vagone di rinopatie. Non sono Lecter, sono Franco dei Ricchi e Poveri. Una suoneria urla un brano degli Yes. Nessuno risponde. Di chi sarà questo telefono? Davvero un intenditore. La ricciolina si guarda attorno infastidita. “Sono gli Yes, chiudiamo un occhio!” esclamo con sicurezza e sorriso di chi la sa lunga. “Sa se funziona il Wi-Fi?” replica disinteressata. Mi da del Lei. Beh, certo. Potrei essere suo padre. La ragazza sarà nata all’epoca di Pulp Fiction. E in quell’anno ero in piena attività non protetta. Incosciente e impavido. Stagione di salto delle quaglie. Che tempi. Anzi no.

“Wi-Fi su Trenitalia? Ma non sa che tutto quello che finisce in “Italia” funziona sempre male? Alitalia, Equitalia, Trenitalia…” e rido come quello che la sa ancora più lunga. La saprò anche lunga, ma non fa ridere. Qui non si ride un minuto. Voglio morire. La ragazza senza capire in tutta fretta apre la borsetta per prendere le cuffiette: il telefono vibra. “Ca**o, la call!” “Audace, usa paroloni la ragazzina” penso mentre sto per valutare l’arrivo dell’ostetrica per il manager che ha rotto le acque. “Enrico, ti chiamavo io. Oggi il Mentor me la deve far per forza la Formazione oppure mi compromette il design dello speech”. Tutto quello spreco di dativo etico mi fa collocare la ragazza in Lombardia. Comunque non capisco. Sono io il pugliese che a Hurgada vorrebbe chiedermi di giocare a racchettoni. “Eh, bello che la vostra generazione sappia le lingue. Noi imparavamo l’inglese con i video musicali di Emmetivù. Avevamo solo quel canale.” Vero niente, ma fa tanto anziano che ha fatto la guerra. La ragazza mi guarda ma è più preoccupata per il fatto che la telefonata si sia interrotta. “Sono le gallerie, signorina. Facciamo i treni veloci e poi non riusciamo a far funzionare i telefoni. Questa è l’Europa, secondo lei? Io mi sono comprato il Teledrin. Molto più rilassante. Quando scendi dal treno guardi il numero e ritelefoni. Lo vendono ancora, sa? E l’ho comprato”. Non capisco cosa mi stia succedendo. Temo di aver contratto un tipo di deficienza virale che mi fa pensare come Di Maio e parlare come Mengacci. “Nessuna galleria purtroppo: mi è caduto l’apparecchio mentre scendevo a Tiburtina. Non si sente più”. Lei vorrebbe il mio telefono. Un brivido ingiustificato percorre la schiena. “Tenga…” sussurro sudando brina. La riccia compila il numero di Enrico e riparte: “Ti dicevo, solo i Leader delle Unit. Sono sei minuti al massimo, una sorta di Ted che analizzi il Network e il Product Placement in base al Customer Profile. Come “qual è il Product Placement? Che domanda è?”. Sembra un testo di Max Pezzali ma non faccio in tempo a pensarlo che la ragazza si scusa attraverso un improvvisato linguaggio dei segni e corre in bagno parlando.

Aiuto. Faccio mettere le mani sul mio telefono ad una ragazzina del ’94. Ora starà scambiando l’ordine delle mail, cancellando app, cambiando l’ID Apple o addirittura caricando in rete il video di “Perchè l’hai fatto” con me e Paolo Mengoli a Lido di Volano. Sono terrorizzato. Per fortuna il miracolo della vita sta avvenendo alla mia sinistra. I fazzoletti Tempo sono finiti e ormai qualsiasi cosa è buona per fermare la placenta nasale. Siamo alle salviette umidificate Trenitalia. Il manager si commuove ma io sono teso. La ragazza ha in mano il mio telefono. E se curiosasse nella cronologia e scoprisse la mia passione politica per Tabacci o i video hard “Nani contro camionisti”? E se pensa che sono gay solo perchè ho la sigla di Grey’s Anatomy come suoneria? Sono davvero a pezzi. Ridatemi il telefono. La vecchia dietro di me ancora urla luoghi comuni. Furba la vecchia, lei il telefono col cavolo che te lo da. L’attesa è insopportabile. Arriva una hostess che con accento di Tor Bella Monaca mi chiede se dolce o salato. “Non so rispondere”. Il mio telefono non torna e miss Mediolanum si è chiusa nel cesso. Sono un uomo in preda al panico. Controllo tre volte le valigie, mi complimento con il manager per il peso partorito, fumo un sigaro con lui alla prima stazione, schifo la vecchia senza un motivo vero e mi reco deciso di fronte alla porta del bagno. Risoluto esordisco con: “Scusi, il mio telefono!”.

Niente più signorina, niente più telefono, niente. Bagno aperto e vuoto.

Lo sconforto accompagnato da un’improvvisa e preoccupante simpatia per Giorgia Meloni. Una ragazzina mi ha ciulato il telefono. Lì dentro avevo tutto. Numeri, password, foto. L’intero video della reunion dei Beehive con Pasquale che canta “Baby, I love you” indicandomi. Perso tutto. Non bisogna attaccarsi alle cose materiali, penso e scendo. Pensieroso. Non è una questione di soldi, dovevo cambiare quell’apparecchio visto che non so come si aggiorna, ma è il gesto. Mi sono fidato di una persona sbagliando. Mentre sto per uscire da Centrale una mitragliata di tacchi alle mie spalle. “Eccola, l’ho trovata! Il suo telefono! L’ho cercata inutilmente sul treno. Posso offrirle un caffè?” Il mio sorriso abbraccia tutti i binari, accetto di buon grado e al bancone del bar le racconto tutto il mio terrore fino alla fine. “Molto divertente davvero, certo che Lei di film in testa se ne fa tanti!” “È la mia generazione”, rispondo. “Ci hanno cresciuti raccontandoci che il genere umano si divide tra chi ha il contorno viola e chi no e che basta un abbraccio per cambiare casacca”. “Ora intuisco il perchè dei suoi acquisti. D’altronde è il mio mestiere. La saluto e grazie ancora”. Ringrazio e rifletto sul perchè la giovane economista abbia abbinato l’Aids al Teledrin. Drin. Drin. Un sms annuncia il suo arrivo e noto in prima schermata un messaggio di ventisei minuti prima. “Amazon: Il pacco Magnum da cento pezzi di Settebello ritardanti è in consegna”. Più chiaro ora il concetto di Product Placement?

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Anestesia

di Anonimo

Ero dentro ad un locale più o meno sobrio, a parlare del più o del meno con degli amici, circondati da prostitute e donne messe lì a caso ed in cerca di uno sguardo di qualche cliente ubriaco. Mi trovavo in un mondo che non era mio o in qualche modo cercavo di non farmi piacere. Cercavo in qualsiasi modo di estraniarmi da quel mondo di alcolizzati, diversi da me. Alcolizzati in cerca di un piacere facile trovato per caso. Ma ero lì, mio malgrado, nel buio dell’angolo con il fare del timido ubriacone. Cercavo anche io uno sguardo facile, un sorriso a buon mercato. Ne trovai tanti, ma la voglia di mettermi a giocare con dei sorrisi anestetici non era quella che cercavo quella sera. Strano da parte mia: ormai di quei falsi sorrisi stereotipati e ubriachezza del venerdì ne avevo visti a migliaia. Avevo solo bisogno di un sorriso complice, di un sorriso che mi portasse a mattina dicendomi solamente IO… IO CI SONO.


Quando è un uomo a raccontarsi, lo capisci subito. Il monitor sbanda e si cricca. Al di là delle ovvie desinenze di genere, capisci che a scrivere è un maschio perché gli uomini sono ruvidi. Ma in ogni spazio bianco tra una parola e l’altra sono veri. Adoro “leggere” gli uomini. E non c’è niente di freudiano in questo. Semplicemente più ho modo di parlare in maniera intelligente con loro, più capisco tutti gli errori che ho commesso nel passato. Perché l’uomo che ti dice una cosa negativa, ha già fatto i conti con se stesso ed ora è pronto a farli anche con te. Sa che sarà una stretta di mano amara ed ostile, ma lo farà lo stesso. Questi sono gli uomini che apprezzo. Quelli da cui ho sempre qualcosa da imparare.

Avete un Amore catturato, mancato, sognato da condividere? Siete nel posto giusto. Mal che vada troverete il conforto di un’anima in pen(n)a come la sottoscritta. Inviate il vostro manoscritto digitale a: virginia@nonostanteme.com

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Ventuno

Abbassa il volume dello stereo.

Umberto Tozzi mi fa effetto ancora oggi se sento grattugiare parole d’amore in alta fedeltà.

Ho delle cose importanti da dirti e anche i compiti di latino possono aspettare. Come dici? Domani ci sarà l’ultima verifica sui verbi? Credimi, nella vita le uniche parole latine che ti serviranno davvero saranno “curriculum”, “bonus/malus” ed “ex”. Ecco, soprattutto quest’ultima, tientela bene a mente. Quindi molla quel gerundivo e adesso siediti sulla poltrona di papà.

Lo so che sei innamorata. Lo vedo da come tieni le mani sulle ginocchia. Sono rilassate per finta. Siamo alle solite.

Quale nome hai scritto sul diario che hai trovato nel Cioè? Hai 17 anni, ed in realtà so bene chi c’è stabilmente nel trailer dei tuoi sogni migliori. Lo chiedevo così, tanto per fare un minimo di preambolo. Perché volevo dirti delle cose senza per questo rovinarti l’effetto sorpresa e farlo diventare un effetto “soppressa”. In due decenni come potrai immaginare ti accadranno delle cose ma soprattutto delle persone. Sì, hai capito bene, “ti accadranno delle persone”. E tu ancora non lo sai quanto non sai. La vita è così. Va per tutti così. Ma permettimi di avere un minimo di riguardo nei tuoi confronti visto che la cosa mi tocca da vicino. Non hai idea di cosa voglia dire avere 38 anni oggi. Bella scemenza, nemmeno avere 17 anni deve essere un semplice giro di giostra. Lo capisco da quelle unghie mangiucchiate che non sanno tenere un segreto. Ma non devi avere paura di me e di quello che ti dirò, perché sono la tua più grande fan. Sono un’ammiratrice spontanea soprattutto delle cavolate che hai fatto. Quando hai atteso le 10.40 per chiedere alla prof di andare in bagno. Ed invece sei entrata in una classe deserta per scrivere sul banco di quel tizio quella frase di Nazim Hikmet. E quando a quella festa di compleanno sei andata a fumare la tua prima sigaretta sul tetto di una casa in costruzione. Ma ventun anni sono passati, e sono abbastanza per farti capire che le persone che ti “accadranno” ti suggeriranno, stagione dopo stagione, chi diventerai. Crescendo ti farai sempre più spesso quella domanda-jolly. Quella che ti salverà la faccia e il didietro. Ma continuerai a fare anche le tue più classiche “cavolate etiche”, quelle per cui oggi si complimenterebbe con te solo il sopracciglio benevolo di Paolo Fox. Perché ad un certo punto piangerai riempiendo lo specchio del soggiorno e ti guarderai così bene mentre sgoccioli delusione, che nel rossore dei tuoi occhi rivedrai tutta una serie di ruvide assenze. E lì scoprirai quanto è fantastico dire con voce breve e pacifica “Ti voglio bene, ma ho capito che voglio più bene a me”. Ti comporterai male. Un giorno deciderai di essere cattiva e per questo non lo scorderai più. A fine giornata ti struccherai e archivierai quel ruolo. Lo riporrai in quell’armadio che contiene il tuo primo bacio e quegli orrendi jeans “Gente de Ibiza”.

Mi stai ascoltando? Guarda che ho visto che hai alzato gli occhi al buon Dio, e accavallato la gamba di traverso. Puoi sfidarmi quanto vuoi, tanto lo so che stai facendo finta di essere una dura. Lo faccio anch’io ancora oggi. Dal canto mio ho l’animo molle dell’adulto che si sente inutile e si vede scalzato da un futuro che in fin dei conti è già passato. Ma voglio dirti tutto, a costo di dovermi rivedere assieme a te tutte le puntate della serie tv francese “Primi baci”. Dove eravamo rimaste? Ah, si. Un giorno in macchina forse ascolterai musica da un cd blu. Sarai così incavolata con quella canzone che ti verrà voglia di buttarlo fuori dal finestrino. Non farlo. Sarà poi la stessa canzone che molti anni dopo ti salverà la vita.

Ascolta i tuoi sì, anche se ti sembreranno molto più deboli dei no che vorresti dire. Perché c’è un’età per ogni domanda. E ogni domanda, apparecchia la tavola nell’età giusta. Una volta finito il pranzo, ricorda che i tuoi coetanei saranno tutti sazi anche se tu non avrai azzannato nemmeno un’oliva.

Piccolo spoiler (scusami, ma devo): se nel mese di settembre 1997 un ragazzo straniero ti chiederà di rimanere ancora un po’ a Barcola, non dire di no. Non c’è alcun pericolo, te lo assicuro. Questa cosa non ti ucciderà e ti farà bene. Comprenderai invece che sarà del tutto inutile aspettare una persona in piazza Oberdan e che sarà decisamente meglio per te andare a fare uno straziante shopping di poliestere dai cinesi.

Goditi gli ultimi anni senza cellulare. Lo so, ti sembrerà assurdo quello che ti sto dicendo. All’inizio penserai di essere tu ad avere lui. In seguito però caprai che sarà lui a possedere te. E in alcuni momenti rimpiangerai l’incantesimo di una busta chiusa. E la salsedine delle cartoline dalle vacanze.

Non andrà tutto liscio. Forse sarà un po’ zigrinato, ma è normale quando si diventa adulti. Tu cammina con passo secco, abbassa lo sguardo per vedere dove metti i piedi e rialzalo per addentare ciò che la vita ti scaraventerà addosso. Mordi o bacia, a seconda di ciò che ti capita. Ricordati che sarai ciò che amerai.

Non ho davvero altro da dirti.

Sei stata brava, sei ancora qui, sebbene tu abbia la testa pesante di chi non crede ad una parola di quanto ha appena sentito. Ma ora che hai vinto il sollievo di chi ha capito che la tortura sta finendo, hai qualcosa da dirmi. Così stavolta appoggio io le mani alle ginocchia e simulo una sicurezza che ovviamente non ho.

Tu hai gli occhi grandi e le tue parole sono piccole ma potenti.

“Ho una cosa da farti sentire”.

A quel punto ti sei alzata, e mi hai riservato il tuo sguardo più fresco. Mi hai sorriso e ti sei diretta verso lo stereo. Quel tasto ha fatto clic al tocco leggero della tua mano. I tuoi capelli per un momento sono scivolati verso il primo accordo. In un soffio di tempo la canzone “Gli innamorati” del nostro Umberto si è adagiata lentamente in noi e in tutta la stanza.

A 38 anni ho davvero ancora troppe cose da imparare.

Image: Pixabay

Image 1996: K. Marecic

Image 2017: M. Riva

Make up 2017: C. Carbonelli

Song: Gli innamorati – Umberto Tozzi

In principio c’era un principe

Trovo che la trentina sia l’età del cambiamento. Quello vero e intimo. Puoi ritrovarti sposata, con un figlio magari e iniziare un tuo nuovo percorso. O puoi ritrovarti ad aver fatto scoppiare la tua bolla, resettato tutto per ricominciare da una pagina bianca. Eh sì certo che sei spaventata, sbigottita, nostalgica ma anche molto eccitata. Perché diamine, ce l’hai fatta, hai soverchiato il tavolo e ti sei alzata in piedi. Potremmo stare a discutere se non ti andava bene la pieghetta del tovagliolino oppure ti continuavano a servire carne a te che sei vegetariana. Imparerai che sono dettagli inutili. Qualsiasi siano stati i motivi, te ne sei andata e ora ti metti in gioco.

Un faro però ti guida la strada. Tu il tuo principe l’hai conosciuto. Tu sai cosa vuol dire perdere il controllo. Tu hai vissuto un film, fossero solo quelle due settimane, ma ci sono state. E proprio loro ti hanno fatto capire che qualcosa doveva cambiare. Il principe azzurro arriva su di un cavallo bianco. Il mio è arrivato in aereo da una terra straniera. Parlava la lingua, per me, più bella al mondo e faceva il lavoro che ho inseguito e continuerò a farlo per una vita intera. Vi presentate, due chiacchiere e il rullo parte. Per quei giorni vivi un’altra vita, sei nella tua città ma non sei più lì, sei sempre tu ma non ti riconosci. Hai due occhioni che brillano e la sola volontà di stare con lui, parlarci e guardarlo. Tutto è sbagliato ma anche così dannatamente perfetto che tirarsi indietro è sacrilegio e comunque impossibile. Con lui ti riscopri, conosci una nuova cultura, ti metti in gioco e ti fa sentire desiderata come nessuno mai. Farfalle allo stomaco e nottate in bianco, mare e tramonti. Non vuoi che finisca più ma ovviamente giunge l’ora della partenza, sta per finire e hai giusto un attimo per realizzare quello che stai perdendo. Il distacco però è inevitabile, non sei lucida per fare delle scelte. Ci starai tanto male, prima moltissimo poi il tempo affievolisce, non i ricordi, ma le sensazioni e la vicinanza.

Il guaio di queste cose (ma anche la loro magia) è che si allontanano ma restano lì. Oramai le hai provate, la tua testa ed il tuo cervello le hanno immagazzinate. E quella vocina dal tuo profondo non se ne va più. E allora lì è tutto una questione di bilancia, pesi tutto: i familiari, gli amici, il mutuo, il cane o il gatto in comune.

Ecco io il principe l’ho conosciuto e quando succede non ci sono consigli e strategie, lo si vive a pieno. Io sono contenta di averlo fatto perché senza il mio principe non avrei realizzato come ci si sente quando si è completamente perse, quando si naviga a vista o a briglie sciolte.

Ascoltare o meno quella vocina che ti dice che sei ancora in tempo a cambiare è una scelta personale. Nessuna decisione è quella giusta, tutte vincenti e tutte perdenti allo stesso tempo. Chi può dire onestamente se è più coraggioso uno che si alza dal tavolo o uno che rimane seduto?

Ma il principe, quella persona che fa conoscere dove la nostra mente e il nostro cuore possono arrivare, quali picchi riescono a toccare, no Signore a quello non va mai rinunciato. È pura magia, va vissuto e assaporato, non sciupatelo che si tratti di un giorno, due settimane o una vita intera.

Anonima


Chi ha seguito un po’ questo blog in questi mesi, oramai ha capito l’aria da “sguardi intensi sulla metro” che tira qui. E non mi riferisco solamente al soffio di drago di questa copertina o agli appuntamenti a stampo romantico-utopico di cui abbiamo letto mordicchiandoci un’unghia.

Questa lettera poi (a proposito, grazie all’autrice!), mi ha dato lo spunto per pensare a quale fosse la mia concezione di “uomo top” o se vogliamo “principe” nella visione storico-tradizionale. Sì insomma, quello che come dice la nostra Anonima, ti fa meravigliosamente perdere il controllo. Mi sono data una risposta e a dire il vero non ho dovuto nemmeno pensarci più di tanto.

Grave, molto grave.

Infatti, anche secondo me il principe esiste ancora, ma ha semplicemente perso la sua carica nobiliare. Intendo dire che ho intravisto più prìncipi tra gli artigiani e gli agenti di commercio, che tra gli eredi delle Tredici Casade Triestine. Insomma, il principe è diventato un borghese. E per questo sta meglio di tutti noi. Il principe del mondo classico attendeva il giorno del tuo compleanno per poterti presentare i suoi auguri coreografati con una bella riverenza. Quello borghese di oggi, ti mette la mano sul ginocchio mentre guida per andare assieme al mare. Il principe vecchio stampo cavalcava sempiterno alla ricerca della sua bella rapita. Il suo mantello nel vento, un soffio di ovvietà. Il principe-borghese invece cavalca una vespa del ’78 che ha assemblato lui stesso navigando per le fiere del motociclo e le autorimesse con i calendari sconci; nel mentre, indossa una polo griffata con il colletto rampante. Il principe borghese inoltre va alle assemblee di condominio e non vuole farsi fregare dalla ditta di manutenzione dell’impianto di riscaldamento. Sa montare una mensola e smontare la tua insensata rabbia quando il ciclo usurpa la tua razionalità. Si dimentica sempre la tavoletta del wc alzata, ma non si scorda mai  di aiutarti a centrare il secchio quando hai la gastroenterite.

In tutta onestà io non so dire se sia in atto l’ennesima lotta di classe tra nobiltà e borghesia. Ma m’importa relativamente, in quanto già lo so, in questo stato di belligeranza, faccio sicuramente parte della plebe.

Avete una storia d’Amore da raccontare? Una riflessione travasata da una fiasca di saggezza? Prima di partire per le ferie, condividete il vostro racconto qui: virginia@nonostanteme.com

Image: Pixabay

Scostumati, noi.

In estate, puntuale come la traccia sbagliata del Ministero all’esame di maturità, arriva la prova costume.

E noi, nonostante la sgragnuola vendittiana di “Notte prima degli esami” non siamo mai pronti all’appello. Arriva però per tutti quello strano giorno di giugno, in cui ci scansiamo dai nostri soliti affari e facciamo questi fatidici quattro conti con noi stessi.

Perché diciamocelo per bene: la prova costume non “prova” proprio un bel niente. La prova costume è in realtà una semplice constatazione (neanche tanto amichevole) di ciò che noi già possediamo come patrimonio genetico-fisico: fianchi, pancia, seno e sedere. Perché il costume copre poco, troppo poco per attribuirgli il concetto estetico kantiano di una camicia alla Tom Selleck o di una gonna tzigana. In contemplazione statica -ma soprattutto stitica- regaliamo la nostra peggiore immagine ad un riflesso specchiato che ci appare fin da subito troppo brutale. Non è come quello dei camerini di Zara, dove le nostre gambe sembrano per qualche minuto quelle delle ragazze-ombrellino ai box del Moto GP. Ma tranquilli tutti, ad un certo punto della faccenda, arriverà sì un ombrello: e quel gesto schioccato dal nostro braccio sarà lineare, franco, liberatorio. Tutto per te, riflesso manigoldo!

“Come mi sta?”, in effetti è una domanda senza senso, perché dovremmo chiederci piuttosto “Come sto con i miei fianchi?”. “E la mia pancetta (che Dio l’abbia in gloria assieme a quei cannoli), che ci racconta di bello a questo punto dell’anno?”

James Blunt loves you

Il costume è un falso amico, e noi che siamo teneri e ingenui come Accorsi col Maxi Bon, abbiamo pure strisciato il bancomat per ottenere la sua fraudolenta compagnia. E tutto questo perché “madame Estate” ci vuole nudi come pulli caduti dal nido, e questo a volte fa male, ma non per la caduta dal ramo. Perché noi stiamo lì, come dei pischelli sull’autobus, ad attendere il controllore, sapendo bene di non avere il biglietto in tasca. Ognuno conosce bene i suoi punti critici e diacritici. E non c’è atto consolatorio amicale che ci convinca: per questo da dietro il riflesso dello specchio ci ritroviamo ad invocare il sorriso misericordioso di James Blunt che intona la sua “You’re beautiful… (ANYWAY)”. Perchè in fin dei conti, del costume ci resta solo il segno emostatico dell’elastico. Tanto per rinfacciarci che alla fine, ha fatto qualcosa pure lui.

Image: Pixabay 

Song: James Blunt, “You are beautiful”