Vacanze dai nonni

Eravamo ad un passo dagli anni Novanta. Io il croato non l’avevo mai parlato. 

Conoscevo solamente qualche parola di sopravvivenza legata al cibo e ai numeri. Eppure ogni estate in quel paesino dal sorriso di pietra, tu facevi la magia di parlare la mia lingua. Mi hai reso le cose facili da subito. Avevi tredici anni ed eri più grande di me. Più bello di me. Ti guardavo e ti contemplavo di nascosto. Sbirciavo il tuo profilo. Cercavo di trattenere negli occhi il contrasto dei tuoi capelli biondi con labbronzatura delle tue spalle. Arrossivo. Sapevo che per te non era lo stesso, eppure mi bastava averti vicino. Saperti mio amico. A dieci anni, erano queste le cose davvero importanti.
Ogni estate in cui tornavo in vacanza dai nonni, sapevo che poteva essere l’ultima in cui saresti stato libero. Attendevo seduta in un angolo il disastro del tuo primo amore, perché avevo capito che ero fuori gara. Non sarei mai stata la più fortunata. Sicuramente lo accettavo meglio di quanto non faccia oggi.
Eravamo una banda di incoscienti. Una dozzina di ragazzini tra gli otto e i tredici anni e tu eri il capo di tutti noi. Non l’abbiamo mai deciso, tutti noi lo volevamo e basta. Ti volevamo e basta.


Ricordo gli scherzi dentro le case abbandonate. E poi gli agguati a galline disgraziate che volevano solamente covare in pace. Le corse a piedi nudi su pietre spietate.  Capanne ad effetto serra. Gavettoni a tradimento.
A volte mi prendevi in giro. Un pomeriggio stavo giocando a palla contro il muro. In un fatale rimbalzo, finì in un cespuglio di rovi. Si bucò. A quel punto sapevo bene che per quella estate, i miei genitori avrebbero archiviato il discorso “palla”. Per questo mi misi a piangere. Provavo lo sconforto dei vinti in guerra. Mi hai trattato come una bambina, ed in effetti lo ero davvero. Così in quell’occasione le mie lacrime ti hanno trascinato via dal mio cuore. Ma solo per un po’.
Un giorno di luglio del 1989 siamo rimasti soli.

Era un evento talmente raro che lo ricordo ancora oggi. Ci siamo ritrovati su quella panchina di pietra che avrebbe certamente custodito qualsiasi nostro segreto. Dietro di noi, l’ombra degli alberi e il ritornello delle cicale. Avevamo le ginocchia segnate dalle spine dei rovi e da innumerevoli punture di zanzara. Quasi tutte le unghie delle nostre mani erano nere. Eravamo un groviglio di lividi e sudore. Ma i nostri difetti erano autentici trofei di vita estiva. Forse è stato davvero il momento più genuino della mia vita.

– Sei bella.

Le cicale l’avevano sentito, ed iniziarono a cantare più forte. Non ho saputo dire niente. Non sapevo cosa si facesse in quelle situazioni. Non ero preparata ad una cosa così grande.  Mentre ero lì, ero emozionata per me. Era come se mi stessi guardando dall’esterno con le braccia incrociate, il sorriso da meringa e la testa che annuiva. Ho lasciato che la tua voce mi portasse da qualche parte, ma giuro che non ricordo una parola di ciò che hai detto dopo. Per la prima volta avevo perso la lucidità per un ragazzo. Era successo con te.

Ora siamo alla fine del 2017 e qualche giorno fa mi è accaduta una cosa. Allora ho capito che ho ancora un debito di dolore nei tuoi confronti. Me l’ha sussurrato questa lacrima che non sa se tornare indietro o scendere e farla finita. Una tristezza d’archivio che ha ben 28 anni e lo stesso sapore di quel giorno di dicembre, in cui te ne sei andato per sempre.
Eri solo un ragazzino e non sei riuscito a vedere tutto quello che è successo da quando siamo diventati adulti: internet, i cellulari, le e-mail. Oggi ho provato a scrivere di te. Questa pagina è semplicemente un posto che non esiste, se non attraverso uno sguardo silenzioso e una mano leggera che sfiora la tastiera. Ma ho pensato che tra queste righe ho raccontato le cose più belle che mi sono venute in mente in questo ultimo anno. E tu sicuramente sei una di queste.

Images: Pixabay

La prima volta

Chi guardava vent’anni fa il cartone animato “È quasi magia Johnny” (“Kimagure Orange Road” di Matsumoto, per i nerd come me!) alzi la mano. Beh, chi ha amato il tiramolla tra Johnny e Sabrina, si divertirà a leggere questa lettera. Manuel ha condiviso qui sul blog, questo meraviglioso istante di preadolescenza imbarazzata. Io l’ho trovato veramente delizioso.  E a voi è mai capitato qualcosa del genere in gioventù? Buon Dio, siamo già agli anni dei ricordi!

Alla prossima, Virginia


I jeans si appiccicavano alle cosce sudate per il caldo. Il canto dei grilli era forte e monotono. Un’ape annusava il profumo di una margherita. Tutto era immobile. Poche macchine sfidavano l’asfalto rovente. Il marciapiede era un deserto, solo io camminavo a quell’ora di luglio. Erano le due del pomeriggio e stavo uscendo dalla casa dei miei nonni, dove avevo pranzato dopo una mattina trascorsa al mare. La breve distanza di un chilometro per tornare a casa. Per me era un piacevole svago, un momento fatto di pensieri solitari. Ancora oggi invidio la capacità che avevo di immaginare, di rendere originale la banale quotidianità. Ero creativo e ogni cosa noiosa, nella mia mente, diventava un’avventura.

Le poche ombre lungo la strada si stagliavano nette al chiaro del sole. Mani in tasca, passo allegro e nella mente una canzone… Com’è bella l’estate! Le vacanze… Quell’anno avevo finito la seconda media. I giorni passavano pigri e lenti, tanto da essere sazio del tempo che avevo a disposizione.

Passavo tra le dita le monete sudate pregustando il gelato che stavo per comprare. Una pallina, cioccolato e limone. I miei gusti preferiti. Il dolce del cioccolato ed il dissetante del limone. Un anno dopo cambiai gusti: una ragazza che mi piaceva mi aveva preso in giro per l’abbinamento. Ordinai il gelato con fatica, visto che la vecchia padrona odiava i ragazzini. I bambini non accompagnati spendono poco, vogliono solo una pallina, niente berline.

Proseguendo lungo la via di casa, mangiavo il gelato velocemente per la paura che si sciogliesse. Ai lati del marciapiede alcune lucertole prendevano il sole e la mia camicia cominciava a pesare per il caldo.

Ciao”.

Mi voltai lentamente, senza smettere di leccare il cioccolato, e vidi una ragazza. Usciva da un portico. La strada era deserta, era evidente che si stava rivolgendo a me. Sorrideva, non l’avevo mai vista. I suoi capelli avevano il colore delle spighe di grano. Indossava un cappello di paglia, una camicetta bianca con dei pizzi ricamati e una gonna blu.

Secondo te sto bene vestita così?” 

Non capivo il senso della domanda. Cosa dovevo dire? Dove voleva arrivare? Lo avrei capito anni dopo.

Stai bene”, risposi.

Un sorriso le allargò le guance. La mia scarsa esperienza non mi permetteva ancora di tradurre i messaggi non verbali. Per un attimo pensai ad una presa in giro.

Mi trovi carina?” 

Ancora una domanda imbarazzante. Cosa voleva? Che le dicessi di sì, mi pareva ovvio. Ma perché? Sotto un sole sempre più cocente io ero un perfetto imbranato con un gelato in mano. Nella mia mente da ragazzino, niente di quello che stava accadendo aveva senso. Così le diedi l’unica risposta possibile.

Sì”.

Lei sorrise e mi guardò in silenzio. Era un momento fatto di attese. Per un attimo avevo distolto lo sguardo dal mio gelato: il cioccolato si stava sciogliendo ed aveva già raggiunto la mia mano. Ed io, ragazzino di dodici anni, decisi di fare l’unica cosa per me ovvia. Mi voltai e continuai per la mia strada.

Grazie e ciao!” sentii alle mie spalle. Non mi girai, le feci solo un cenno con la mano. Il cioccolato era finito e la mia lingua aveva iniziato a scavare solchi nel limone. Amaro e dissetante, perfetto per l’estate. Pensai.

Manuel

Avete un Amore speciale da raccontare? Una conquista eroica che vale ancora la pena di ricordare? Oppure una figuraccia romantica senza appello? Usate questo spazio, è tutto vostro! Inviate i vostri racconti a questo indirizzo:  virginia@nonostanteme.com

Image 1-2: Pixabay

Image 3: Kimagure Orange Road

 

 

Mano destra

Questa è la storia di una donna, un uomo e un’altra donna. Per esigenze di copione chiameremo lei Fuorigioco, lui Rigore e l’altra Diffida.

Fuorigioco non deve avvicinarsi a Rigore più di così.

Allora si ferma e lo osserva. La mano di Rigore preme il tasto n° 4 dell’ascensore e l’anulare brilla in un punto preciso. Per ricordare al mondo la promessa che ha fatto a Diffida.

Rigore non ha nessun diritto sul suo tempo. Eppure Fuorigioco lo sente nel rumore dei suoi passi quando esce di casa per scordarsi che esiste. Fuorigioco sa bene che per Rigore lei sarebbe solo un sorso di desiderio. Quello che inizia con le sue labbra socchiuse, ma che finisce con la mano di lui che afferra velocemente la giacca per tornare da Diffida.

Ieri sera erano a cena con amici. C’era anche Diffida. Si capiva che custodiva Rigore negli occhi e in ogni sorriso. Dal canto loro, per non sbagliare nulla, i due sovversivi non comunicano. La gente penserà che si detestano. Si sono incrociati solo a inizio serata, per un puro e voluto caso. Hanno colpevolmente condiviso l’antibagno del ristorante. Rigore ha dovuto calciare forte senza concentrarsi troppo sulla mira. Sapeva che non avrebbe avuto altre occasioni in serata. Le ha detto che con quel vestito con i bottoni blu era bellissima. Ma i bottoni non si vedevano nemmeno. Deve averla osservata nei punti giusti, per averli notati. Così, per tutta la sera le sue dita hanno sminuzzato un tovagliolo. Era intento a sbottonare. A sbottonarla.

Anche Fuorigioco ha i suoi problemi.

Da quella lunga tavolata vedeva ad intermittenza solo uno spicchio del profilo di Rigore. Quella barba appena accennata, Fuorigioco se l’è mordicchiata con gli occhi. Poi ad ogni respiro è scesa lentamente sul collo. Faceva tutto questo con la calma degli sconfitti o dei vincitori, a seconda del momento.

Si sono dati appuntamento al centro della tavolata solo una volta. Poco prima dell’arrivo degli antipasti, Rigore ha cercato la sua attenzione, mentre con la mano si liberava del secondo bottone della camicia. Ha usato la mano destra. Un gesto insignificante, ma che in realtà sgocciolava un principio di “vorrei”.

A fine serata, il pezzo forte: i saluti.

Hanno iniziato dalle persone che conoscevano meno e hanno proceduto in un gerarchico crescendo, rimandando il dessert alla fine. Rigore è approdato a Fuorigioco. Si è avvicinato varcando la zona rossa che – come oramai sappiamo- aveva i bottoni blu. Ha cinto la vita di Fuorigioco, simulando un affetto socialmente legittimo. Il palmo della sua mano ha detto a quella esile schiena “ti voglio”. Ma quei due bacetti di circostanza hanno sistemato tutto sussurrando “non posso”. Ancora una volta la mano destra ha fatto il lavoro sporco. Poi i due si sono prontamente distanziati, per non far azzardare nessun pensiero inopportuno. Il sorriso tiepido di Fuorigioco, ha sussurrato il suo “lo so”.

Stasera la mano destra di Rigore ha avuto un gran da fare. Evidentemente quella con la fede non era pronta per affrontare tutto questo.

E questo forse perché siamo solo esseri umani, che giocano continuamente partite sbagliate.

Image: Pixabay

I’m lovin’ it

Quale grande amante degli horror americani (ebbene sì!), ieri sera sono andata con i miei amici a gustarmi il remake di IT. Avevo visto il primo film quando avevo 11 anni: piena età dell’innocenza e delle bugie difficili. Il buono di quella pellicola era che mi aveva ben istruito sulla maledizione di condurre regate solitarie durante un temporale, indossando l’impermeabile giallo da nostromo. Devo dire che in questi ultimi ventisette anni ho cercato di rispettare questi princìpi e forse è il motivo per cui oggi sono qui a raccontarlo.

Ventisette anni. Non aggiungo altro.

Comunque. Squisitamente ambientato alla fine degli anni ’80, la sorpresa di questa nuova versione del film, è stata notevole quando -da neoromantica sciagurata- ho potuto apprezzare una trama che ha virato magistralmente sull’amicizia ma anche sui primi sorsi d’amore di un gruppo di preadolescenti scanzonati. Le sgommate in bicicletta di “Stand by me” qui, si son fatte sentire. Ma in un modo inedito e fresco, quasi un richiamo diretto alla nostra gioventù.

Sono certa di essere io la strana che va a vedere l’horror più conosciuto sul pianeta e ne esce incantata per la grande cura dedicata alla crescita personale dei preadolescenti che affrontano il clown Pennywise e i suoi pom-pom colorati.

IT infatti, come da contratto, offre sangue, denti aguzzi e palloncini. E fin qui siamo tutti contenti. Ma questo film propone anche salti da dieci metri nella pozza dell’acqua con il celebre urlo d’iniziazione. Zaini raccolti da terra dopo l’ennesimo sgambetto di un bullo. Mani che si stringono per affrontare il Male, che prima di tutto dorme sul divano nel soggiorno di casa, con la più classica immagine made in USA della televisione sintonizzata su un canale morto. Questi sette ragazzini si autodefiniscono “Il club dei perdenti”. Ognuno porta il suo personale fallimento familiare, trovando però nel gruppo, una reciproca forza compensativa. E da qui parte il loro riscatto nei confronti della vita.

Poi, quell’amore acerbo. 

Il fraseggio delle parole balbettate, si appoggia su un collaudatissimo triangolo con già pronta la busta di “game over” per il friendzonato di turno. I due ragazzini si piacciono come due adolescenti, ma si amano come due adulti. Anzi, meglio di due adulti. Il resto è un minuetto di occhiate silenziose e di “vorrei” che non riescono ad uscire dalle labbra.

Dunque, un bello spettacolo che vale il biglietto e due ore del nostro tempo. Perché da adulto capisci che tutti meritiamo di trasformarci da “perdenti” ad “amanti”.

Images and video: IT movie (2017)

…Giacomo chi? #5 (ending!)

Riassunto della puntata precedente: Giacomo scrive messaggi belli, sfiziosi. La conversazione fluisce che è un piacere, ma…

Sai, la gente è strana… prima si odia e poi si ama.

Io lo so che sono strana ma Giacomo non lo odio. E non lo amo. Giacomo è un sorso di aranciata bevuta prima di passare alla cassa. Buona ma tossica, e ne sto diventando dipendente. Quando non c’è, la sua assenza vive nell’attesa del suo ritorno.

Non so cosa pensi lui di me.

Oggi è venerdì e si è fatto sentire, ma un po’ meno del solito. Il “solito” per due che si scrivono da due settimane suona parecchio comico. Il suo buongiorno è arrivato puntuale: una foglia su cui era inciso un sorriso sghembo, ma simpatico. Gli ho risposto con lo stesso sorriso storto, inciso nella mela della colazione.

Spesso ci siamo ingarbugliati in una catena di battute senza senso, nelle quali abbiamo sempre imparato qualcosa di serio l’uno dell’altra:

– Ciao, stai mica facendo qualcosa di utile per l’umanità?

– Sì, sto zitto quando non devo dire niente di intelligente!

Non ci siamo ancora sentiti al telefono.

Non riesco a disegnare la sua voce nella mia testa. È come se le sue parole scritte non avessero suono. Ciononostante, continuano a fare “toc-toc” nella mia testa. Probabilmente abbiamo paura. Anzi, ho paura. So infatti, che potremmo essere magici solamente grazie al supporto della tastiera. Galeotto fu lo smartphone. E ancor prima Nabokov. Nessuno dei due -io soprattutto- per ora intende spezzare l’incantesimo, anche perché qui non c’è davvero nessuna strega, abbiamo fatto tutto da soli. Il sortilegio è benauguratamente consenziente. Credo che entrambi avevamo semplicemente bisogno di una tregua dal mondo e dalle occhiate a vuoto ad un cellulare che non rivela mai nessun segreto interessante.

Bip. Messaggio.

– Stasera? Cinema all’aperto? 🙂

È Serena. Mi prende per la maglia e mi tira dalla sua parte.

Non devo e non voglio opporre resistenza.

– Certo, perché no?

Stasera provo a tornare quella che ero. Prima di annegare nell’aranciata.

Ritrovo, ore 21.00.

Serena mi punta addosso la lampada da film poliziesco e cerca di capire se io sia una donna maltrattata. Dopo la mia domanda sulle molestie, crede che io non riesca a confessare i miei problemi. In realtà l’unico problema che ho è che vorrei essere perseguitata da uno che si chiama Giacomo e invece lui oggi non c’è quanto vorrei.

– C’è qualcosa che devi dirmi? – Serena mi agita per la collottola come fossi un gattino.

– Sì, che se non ci muoviamo perdiamo l’inizio del film e ti avviso che io non entro a vedere uno spettacolo già iniziato. Sono una purista della trama. – Altro che gattino. Sono una tigre. Ma che sta rotolando nella pozzanghera in un documentario.

– Non far finta di non capire. Si vede da come cammini che hai un problema.

Questo non me l’aveva mai detto nessuno.

– Sentiamo, come cammina uno con i problemi?

– Vai avanti (cretina) e te lo spiego!

Il film non era male. Era la storia di un medico di mezza età ipocondriaco, incastrato nel suo passato di oramai ex-marito devoto. Poi arriva lei, ragazza madre slavata, condita di risate e microbi che gli ricorda che è ancora vivo. E potrebbe pure strappare il biglietto della felicità assieme a qualche manata unta del figlio di lei, nanetto iperattivo con sei denti in bocca.

Ho osservato il camice bianco del dottore. Con la mente sono finita nell’ambulatorio in cui lavora Giacomo. Me lo sono inventato, ma c’ero dentro. Lo ammetto, per semplificarmi la vita ho ricamato stereotipi odontoiatrici attorno alla sua figura. Mi serviva davvero poco per fare un sogno completamente pilotato.

Il film è finito. Giacomo non scrive. Potrei scrivergli io. Ma dopo un’assenza di un giorno intero, sembrerebbe una dichiarazione di nostalgia. E in effetti sarebbe così. Maledette logiche femminili di conversazione scritta.

Cammino muta in questo venerdì notte che sa tanto di lunedì. Non guardo dove vado, la strada verso casa è nota e fedele nella mia testa e nei miei passi. Quindi avanzo senza dubbi. Fiducia in ciò che si è, a prescindere dagli altri. Non mi viene da piangere, sarebbe esagerato e decisamente patetico. Mi spiace solo vedermi delusa avendo fatto tutto da sola. Mi sono condotta per mano in un bosco che non conosco. Evidentemente è arrivato il momento della mela avvelenata.

È quasi mezzanotte e mezza, sento il silenzio del buio addosso. Due ragazzi, mani in tasca e testa già nel cuscino, si stanno pigramente salutando. Una coppia sui cinquanta, ostenta un aggancio a braccetto che proclama la dignità dei loro ruoli agli occhi del mondo. Io invece affondo lo sguardo nell’asfalto che mi sta davanti e stasera mi sembra un po’ più scuro.

Sabato mattina.

Schiaccio il viso nel lenzuolo. Un pugno di luce mi sgrida perché non ho voglia di alzarmi.

Il mese di giugno è così strano. Sono quasi incredula. Davvero sta arrivando quella cosa che si chiama estate? Noi adulti siamo sempre in attesa della fregatura. Che vita dura, quella dei grandi.

Mi alzo.

Sono arrivata a leggere metà “Lolita”. Me lo porto sempre dietro, naviga nella mia maxi borsa di tela. Sono in ferie, ho lunghe giornate libere e non ho in programma viaggi importanti. Quelli da fotografie sorridenti che meritano una cornice nel soggiorno. Quindi ho lasciato che i miei interessi prendessero il mio tempo. Senza scadenze, senza pianificazioni da periodo lavorativo.

Ho guardato le anteprime dei messaggi per smentire la mia delusione, ma non c’è stata nessuna svolta. Oggi non c’è il buongiorno che mi sarebbe piaciuto ricevere. Va bene così. Non fa niente. Bugiarda.

Colazione in un bar del centro e nessuna meta precisa. La zona è quella del centro storico, dove palazzi neoclassici e mura medievali formano una collana di perle antiche e lavorate. Solo quattro vie più in là, la libreria galeotta. Ma sono anche vicina al municipio, al molo e alla migliore pasticceria della città. Il mio recente senso di sconfitta mi pesa ancora un po’. Quindi non mi va di tornare dove tutto è iniziato. La giornata è calda ma ventilata, e vicino al mare starò bene. Amo stare appollaiata sul molo. Le gambe che ciondolano sul bordo del muretto mi ricordano la gioia sospesa di quando da piccola andavo in altalena. Quindi vado a trovare il mare. Anche se in realtà è lui che trova me. Mi fruga dentro e sa sempre cosa cercare. Ed io lo lascio fare.

Poca gente che passeggia oggi, anche se è un prefestivo. Oramai i triestini preferiscono fare i weekend fuori. Piccoli morsi che anticipano le vere vacanze.

Via il segnalibro. Vediamo che combina ora questa birichina di Lolita.

Leggo otto righe soltanto e sento squillare da qualche parte un telefono. I Muppets. “Mahna–mahna”, per la precisione. Mi disarmo subito dalle illusioni e mi dico che non può essere la “sua” suoneria. Sta ancora suonando. Cerco la fonte di tutto questo. La trovo. Lo trovo.

È seduto sul mio stesso lato, ha capelli neri aggrovigliati da mille pensieri, un accenno di barba e occhiali sottili. Il suo sguardo è agganciato alle onde che dondolano attorno a questa appendice di cemento. Risponde.

– Ciao nonna, sì mi sono ricordato di prenderteli. Sì, sono stato in libreria. Ci vediamo dopo a pranzo.

È lui. Deve essere lui. La suoneria, la nonna, l’accento diverso. La voce che ho tanto immaginato.

Devo fare una cosa. Assolutamente.

Prendo il mio telefono. Impostazioni. Suoneria. Volume. Se si gira e mi sono sbagliata, mi prenderà per scema, oppure farà un’altra cosa che deciderà lui. Accetto il rischio. Vai Morandi, aiutami tu.

– Ritornerò, in ginocchio da teeeeeeee!!!

Suona a lungo. La sente. Si volta verso di me.

È stato uno di quegli attimi per cui vale la pena fare cavolate. Per cui merita pedalare, per non cadere. Lui mi ha guardata. I suoi occhi mi hanno riconosciuta. Mi ha sorriso e all’inizio non si è alzato. A distanza, col semplice labiale, ha iniziato a cantare il testo della canzone. Rapita da quella cosa tutta nostra, ho iniziato a cantare anch’io.

È finita la canzone. Si è alzato. Lo guardavo avvicinarsi e avevo le mani che abbracciavano le ginocchia, nell’attesa del regalo più bello. Il mio batticuore tradiva ogni dissimulazione. Ero emozionata. Giacomo si è inginocchiato accanto a me. L’ orologio gli è scivolato un po’ dal polso. In quel momento è entrato nel mio angolo di estate.

– Sono riuscito a farti una sorpresa o mi hai mandato a quel paese per non averti più scritto?

Gli ho sorriso, perché se lo meritava davvero. Era molto bello da vicino. Ed aveva fatto una cosa speciale.

– Wow, sei tornato in ginocchio da me. Questa sì che è una storia da raccontare.

Image: Pixabay

Songs: Mahna-mahna – Muppets Show

  “In ginocchio da te” – Gianni Morandi

…Giacomo chi? #4

Riassunto della puntata precedente: quando decidi di scrivere un messaggio ad un numero di telefono trovato su un romanzo di seconda mano, ci sono due possibili conseguenze. O quel qualcuno ti ignora. O quel qualcuno ti risponde. Questa è la storia di una risposta.

È trascorsa una settimana da quando ci siamo inciampati addosso.

Giacomo ha accolto il mio azzardo, e oggi posso finalmente complimentarmi anch’io con me stessa. Per aver fatto una cosa assurda, fuori dal perimetro delle mie consuetudini e delle mie certezze. Mi sono piaciuta. E mi piace scrivermi con lui.

La cosa bella dell’epoca dei cellulari, è che puoi vivere una fiaba in differita senza il timore che arrivi la strega nera con la mela. Male che vada, lui scomparirà di colpo un mercoledì pomeriggio e megicabula tutto tornerà come prima.

Invece no. Giacomo c’è, eccome.

Alla mattina mi manda dei buongiorno freschi, sempre diversi. Ieri ad esempio ha scritto “Hi!” con i cucchiaini di plastica del caffè. Dall’immagine ho intuito che sotto c’era un piano d’appoggio blu. Ho iniziato così a fantasticare sui luoghi che frequenta. Il giorno prima invece mi ha mandato la foto di un “Come stai?” scritto su un vetro appannato. È mezzo artista e mezzo igienista dentale. È di Calderara di Reno, un paese in provincia di Bologna e ha quattro anni più di me.

Nemmeno al “Gioco delle coppie” sarei riuscita ad essere così precisa nei parametri.

Non lo nego, ci ho fatto un pensiero. Anzi, due. Ma con lui è facile. Non ci scriviamo di continuo, ma quando ci facciamo sentire, siamo molto presenti, soprattutto nelle domande importanti, Oppure in quelle sceme. Ad esempio il primo giorno gli ho chiesto se avesse idea del perché il suo numero fosse finito sopra quel libro di Nabokov. Mi ha risposto così:

– Ho due spiegazioni plausibili. O è opera della mia trasgressiva nonna materna triestina che si spara romanzi peccaminosi in quel vostro storico stabilimento balneare diviso tra uomini e donne… oppure sono un gigolò a buon mercato, visto che alle mie clienti è sufficiente vendere dei libri per pagarmi. In entrambi i casi valuterei seriamente se continuare a scrivere ad uno così.

Mi piace. Perchè è lontano da tutte quelle logiche banali e collaudate del “Cosa fai nella vita” oppure “Ti piace il cinema d’essai?”. Chissà com’è l’accento di quelle parole scritte.

È altrettanto sfizioso porgli domande inutili. Sono gavettoni di acqua gelida o bollente, in un gioco estivo tutto nostro. Nessuna logica, ma tanta, tanta voglia di sapere. Capisco dalla rapidità con cui mi risponde, che apprezza i miei quesiti che deflagrano come mortaretti. E allora partiamo da seduti, ma con la nostra migliore rincorsa nella testa.

– …Suoneria del tuo telefono?

– “Mana-mana” dei Muppet-Show. Tu invece che proponi?

– “In ginocchio da te” di Gianni Morandi.

– Nostalgica.

– No, ho solamente il “Dai che ce la fai!” dentro. Prima ingiustizia infantile?

– Mio padre che a 5 anni mi lancia dalla barca a remi in mare, per insegnarmi a nuotare. Sono quasi annegato. In compenso ho imparato al volo cosa vuol dire il termine “sopraffazione”. E che davvero “uno su mille ce la fa” (non io, non lì).

– Ti capisco. Io cerco ancora di stare a galla. In tutti i sensi.

– A chi lo dici. Ma adesso non temo più di essere sopraffatto.

– Segno zodiacale (domanda traccobbetto)?

– Non credo a quella roba (non ci casco!).

– Bravo. Numero di scarpe?

– 44 (o volevi sapere quante scarpe ho?). Comunque il tuo numero non te lo chiedo perché se no retrocedo per scarsità di cavalleria.

– Comico preferito? Io Eddie Murphy e Claudio Bisio.

– Aldo Fabrizi ft. Sora Lella. E poi Troisi.

– Buoni gusti. Bravo.

– Grazie 😉

Oramai sono telematicamente screanzata. Sto pedalando. Non mi fermo. E confido nell’ottimismo di Gianni Morandi.

– Sposato? Fidanzato? Friendzonato? Amante di qualcuno?

– 1) Una volta. 2) No 3) Chi non è stato friendzonato? 4) Non mi risulta

– E ora?

– Ora non più. E tu fanciulla, sei in qualche modo impegnata?

– Non mi risulta.

– Eh eh

– Chettiridi.

– Niente, pensavo ad una cosa.

Gianni, aiutami tu.

Images: Pixabay –  Muppet show

…Giacomo chi? #3

Riassunto della puntata precedente: Acquistare un libro di seconda mano, trovarci sopra un nome e un numero di telefono. Avere una discreta dose di incoscienza e scrivere un messaggio.


Ora, l’esordio.

Non è mica cosa da poco. Anzi, nei casi come il mio, è tutto. One shot, one kill.

Poverino, non so nemmeno chi sia e già studio come farlo fuori.

Decido di agganciarmi all’unica cosa che so di lui, ovvero la frase sulla ridimensionata ambizione di Dio nei confronti del mondo. Scrivo.

– Il mio progetto ambizioso di oggi era leggermi un libro sul molo. Ma sulla terza pagina di “Lolita” ci ho trovato il tuo numero di telefono e ho deciso di scriverti questo messaggio 😀 Spero tu non sia un maniaco e non pensi che io sia una strana. Non credo di avere altro da aggiungere.

INVIO.

Lo so, sono un disastro, troppa verità fin da subito. Ma credo che in un caso così fuori dalla norma, non abbia senso mentire. Né a lui, né a me. Così “mi invio”, con queste parole lineari e chiare. Nella mia foto profilo tocco con un dito, un ulivo secolare in Umbria. È una foto di un paio di mesi fa, mi piaceva perché sembravo una pin-up senza up. Praticamente un codice numerico da decifrare.

Una cosa è vera però. Quando mandi un messaggio di questo tipo, ipotechi il tuo immediato futuro nell’attesa di una risposta fragorosa. L’ho scoperto il secondo dopo aver premuto il triangolino di invio. Ora me ne vado da questo molo, non riesco a stare ferma. Il tempo farà il resto.

CHE DISASTRO. Sono passate più di due ore dall’invio e non c’è ancora stata nessuna visualizzazione. Avrà sbirciato nell’anteprima e in questo momento starà contattando il garante per la privacy. Anzi, con la fortuna che mi ritrovo, sarà lui stesso il garante della privacy. Lo sapevo, adesso verranno a prendermi i carabinieri, stile Pinocchio. Altro che “la vita, la bicicletta e non fermarsi per non cadere ecc”. In carcere avrò ben un’ora d’aria per passeggiare col libro in mano e leggere le prigioni di Pellico. Tra un’ora ho lezione di yoga e dopo forse mi butto dal balcone.

Non so bene il perché io mi sia iscritta a questo corso di yoga. La mia amica Serena dice che da quando lo pratica, tutto le riesce più facile. Realizzo che a me forse da adesso riescono più semplici le figuracce. Dopo la tortura delle posizioni del bambino, del cane e del piccione, penso di aver interpretato per bene un’intera fiaba di Andersen.  

Durante la lezione Serena era tutta concentrata, sembrava stesse ritualizzando se stessa. Vorrei riuscire ad approcciare anch’io le cose in maniera totale. Invece mi riservo sempre una via di fuga, quasi a temere la catastrofe. In realtà le tragedie migliori le apparecchio quando sono consapevole e razionale.

Nello spogliatoio chiacchieriamo. Non le dico nulla di come mi sono incasinata da sola oggi pomeriggio. È lei però, a stupire me:

– Non mollare, mi raccomando!

Come può essere, mi ha letto nel pensiero? Anche questi sono gli effetti dello yoga ben praticato?

– Scusami?- sbrodolo incredula.

– Lo yoga. All’inizio è complicato, ma poi è come andare in bicicletta!

Ok, adesso ne ho abbastanza.

– Va bene, va bene ho capito, non mollo, non ti preoccupare!

– Caspita, ma ti sei arrabbiata?

– No, non vedi che continuo a pedalare? Sono qui, no? Senti piuttosto…

– Sei strana oggi… Dimmi.

– Quando si può parlare di molestie? Nel senso di tormentare una persona?

– Oddio, chi ti maltratta? Andiamo subito alla polizia!

– Ok, lascia perdere! Ci vediamo martedì!

Immagino che la polizia verrà da me senza che io la chiami. Infilo rapidamente la seconda scarpa e agguanto il cellulare dalla borsa.

Serena mi legge la fretta negli occhi e rincalza d’urgenza:

– Ti telefono dopo!

Tre messaggi su WhatsApp. Uno è di Giacomo. Volo via verso la curiosità di quella notifica che aspetta solo me.

Scendo in strada, mi rifugio accanto alla vetrina di un negozio di animali, con le calopsiti che mi guardano di traverso. Tocco lo schermo del telefono nei chakra giusti.

– Donna coraggio. E non ho altro da aggiungere 😉

Sollievo! Non è indignato.

– Dici? Forse era meglio se mi facevo i fatti miei. O no?

– Da quello che ricordo, Lolita non era proprio una santa, e nemmeno il suo amico professore. Trovarmi tra quelle pagine poteva non essere un’ottima presentazione. Eppure.

– Sarebbe un complimento?

– Lo è, in effetti.

Da quel giorno, è cambiato qualcosa. Giacomo è diventato come la stracciatella. La cioccolata croccante che all’improvviso dà gusto alla tua giornata.

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…Giacomo chi? #2

Riassunto della puntata precedente: Comprare un libro di seconda mano in una libreria. Trovarci sopra un nome e il suo numero di telefono. Prepararsi all’impatto.


Insomma, noi tre siamo qui.

Giacomo -o meglio, la sua insensata sequenza numerica-, Nabokov ed io.

Brutto affare.

Pensiero logico: un numero di telefono è di chi lo riceve in modalità consenziente.

Pensiero emotivo: chi sei Giacomo? Perchè c’è il tuo numero su queste prime pagine? Sei uno di quelli che chiede “Che fai nella vita?” oppure azzardi un meraviglioso “Qual è il primo ricordo che hai di quando eri piccola?”.

Era meglio se compravo un romanzo di fantascienza. Ho deciso, leggerò Marquez. Così nel frattempo mi dimenticherò di questa idea balorda.  Provo ad addentare il primo anno di solitudine, così forse mi distraggo. Ma le frasi sono briciole sulla tovaglia: si sparpagliano e perdono il loro senso. Coraggio, ci devo riuscire, non sono mica una ragazzina che sviene lanciando un peluche al concerto degli One Direction (ma esistono ancora?).

La tentazione mi tira la maglietta. Lo sapevo. Ho passato il tempo tra complotti insaccati nelle parentesi, il tutto per attenuare la mia frenesia. Oramai devo fare questa cosa.

Salvo il numero sul cellulare e spulcio la foto su WhatsApp. Lo so, non sono il detective Conan, ma questo passa il convento. Magari è un numero inesistente. O di un anziano in pensione. Oppure è il contatto di un rappresentante di sanitari. Insomma, la solita delusione legata ad un mio affezionato infruttuoso destino.

Bene, lo faccio. “Ma quanti 8 in questo numero…” ammicca il mio cellulare. L’infinito che si dilata davanti alla mia curiosità donnesca.

Fatto. Ora andiamo a stanarlo. La misericordia ha il sopravvento su di me: è registrato su WhatsApp, quindi non è imprigionato nel Rinascimento. E ora momento topico: la foto.

Primissimo piano su un paio di occhi neri trincerati dietro degli occhiali squadrati e sottili. Un’espressione corrucciata che racconta un principio di disappunto nelle linee di espressione disegnate sulla fronte. Un ciuffo di capelli neri sul sopracciglio sinistro. Sfondo color grigio novembre.

Carina ‘sta foto. No esibizionismo. No narcisismo. No limits. Potebbe avere trent’anni o giù di lì.

Ora, lo status. Se ha qualche motto latino, prometto che lo cancello all’istante. Anzi, mi cancello io da questo pomeriggio di euforia adolescenziale.  E invece Giacomo sorprende tutto il molo con poche parole, anche queste squadrate come i suoi occhiali: “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso.”

Giacomo, eri on line ventitrè minuti fa. Ed io ora ti scrivo. Perché da quando ho comprato questo libro, so che sono montata in bicicletta e se ora smetto di pedalare cado io, ma cadi pure tu.

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…Giacomo chi?

– “Cent’anni di solitudine” oppure “Lolita”? – Il mio labiale interrogò la mia mente.

Forse l’inizio dell’estate 2017 era un buon momento per giustificare un azzardo letterario. Quella libreria era piccola e fragile, come le pagine dei libri che conteneva. Scaffali e spine dorsali di tomi ingialliti dominavano lo sguardo dei rari clienti. L’aria sapeva di tappeto mai sbattuto. Un negozietto -insomma- di quelli nascosti tra le pareti scarabocchiate delle case del centro storico. Entrare in una libreria che vende libri di seconda mano mi aveva fatto tornare indietro di una ventina d’anni, come quando ero una studentessa delle superiori e alle prime piogge di fine estate andavo a fare scorta di conoscenza a buon mercato. Per qualche motivo deciso dal fato, credevo di trovarmi in un posto speciale. Un luogo per pochi eletti che -nel caso- avrebbero saputo apprezzarne anche le mancanze. E dire che nell’intimo provavo un paradosso a dir poco etico a proposito di libri già posseduti da altre persone. Igienicamente parlando mi facevano senso. D’altra parte mi piaceva immaginare chi ci avesse fantasticato addosso. Insomma, anche se piene di microbi, mi attraevano le storie che avevano avuto altre storie prima della mia.

La proprietaria della libreria era una donna sui sessanta, affilata e pensosa. Aveva una camicia con i bottoni a forma di roselline e due occhi sfioriti e rassegnati alla protratta mancanza di sorprese. I codici ISBN probabilmente, le avevano annientato la mimica facciale. Quel giorno l’avrei sorpresa io forse, con ben due acquisti, risultato di una drammatica indecisione. Magari un giorno glieli avrei riportati per rivenderli. Anzi no, non credo proprio. Una volta letto un libro, quello mi apparteneva per sempre. Ero un’aguzzina della sintassi d’autore.

Ho preso entrambi i romanzi e sono andata alla cassa.

– Buongiorno. Prendo questi due.

Silenzio. La signora smilza non ha cambiato nemmeno per un attimo espressione.

Di certo non sarei stata io l’emozione che avrebbe dato un senso alla sua giornata in libreria. Mentre aspettava l’emissione dello scontrino però, dalla bocca le è caduta una frase.

– La vita è come andare in bicicletta – ha detto – cadi solo se smetti di pedalare.

Sono rimasta lì, ferma. Ero a piedi e senza bici. Forse solo per questo non sono caduta. Ho accolto il suo pensiero solitario, in un’atmosfera complice solo per il fatto di condividere quella situazione di moderno baratto.

– Ma se non sai dove andare, va bene lo stesso?

Mi ha guardato come se le avessi chiesto se ieri sera aveva visto la partita della Nazionale.

– L’importante è prendere una direzione. Poi la strada ti dirà se stai facendo la scelta giusta.

Ho preso la sua risposta e l’ho messa nel sacchetto di plastica assieme ai libri.

– Grazie – per un attimo mi sono impigliata nel suo sguardo appassito -, e arrivederci.

– Arrivederci.

La giornata era bella, ancora non troppo rovente da desiderare prematuramente che finisse l’estate. Mi sono diretta sul molo. Volevo un aggancio con la terra e nel contempo un azzardo di blu.

Ho sempre pensato che la lettura ti facesse diventare schizofrenico. Forse un giorno anch’io avrei aperto una libreria.

Il molo era colonizzato da ragazzetti licenziati dai doveri scolastici. Qualche anziano ambulante alzava la media dell’età. Io come al solito non sapevo da che parte stare.

Mi sono seduta sul bordo, a ovest, per tre quarti a favore di luce. Qualche nuvola spensierata concedeva respiri d’ombra ed era tutto sommato piacevole.

Ho preso Màrquez e l’ho sfogliato a ventaglio. Mi ha leggermente rinfrescata. Ho afferrato poi il trasgressivo Nabokov, spulciandolo invece dalla copertina. Prime pagine di cortesia bianche. Oppure no. Una piccola scritta a matita: un numero di cellulare e un nome, Giacomo. Ah però. Chi diavolo sei Giacomo?

A breve scriverò la seconda puntata, ma mi piacerebbe sapere cosa fareste voi. Quindi, vai col sondaggione!

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Daniel LaRusso ha vinto

Daniel LaRusso arriva dal New Jersey e indossa scarpe Nike.

Daniel ha perso il papà quand’era piccolo e deve spingere la macchina di sua madre quando non si mette in moto. Si è trasferito da poco in un quartiere popolare di Los Angeles e se ne vergogna ogni volta in cui gli chiedono dove sia la sua casa.

Ama il karate, ma finora l’ha studiato solo dai libri. Chiunque sa che non si può imparare il karate dalle figure e dalle frasi col punto a capo. Ma il destino e degli sceneggiatori attenti vogliono che nel suo palazzo oltre alle pareti ammuffite ci sia un uomo mite che effettua le piccole riparazioni condominiali. È nativo di Okinawa e ha provvidenzialmente appreso l’arte del karate da suo padre. Ha fatto la II guerra mondiale ed è stato pure in Vietnam. Un giorno aggiusta a Daniel il rubinetto della cucina. Poi la sua bicicletta. Infine l’autostima. Si chiama Miyagi. Per noi sarà sempre il maestro Miyagi.

Daniel è onesto ma è uno scavezzacollo. Bello ma inquieto. Ci sa fare con la vita, ma è la vita che non gli lascia fare l’eroe buono. Per cui si ritrova spesso nei guai: con i bulli della scuola prima, con dei tizi rancorosi di Okinawa poi. Di suo, sa solo un paio di mosse, ma le usa come un passepartout per difendere i più deboli. Lo fa nonostante sappia di essere lui stesso un debole.

Ed ecco il vero motivo per cui Daniel LaRusso è un figo. Perchè Daniel ha paura. Lui sa di avere paura. Ma mezzo moribondo, si mette in posizione e sferra quella meraviglia di colpo della gru. E quel fantastico calcio vola alto e acuto mentre lui – ormai per aria – continua a temere di non farcela. Però ci prova lo stesso. Ed è proprio per questo motivo che Daniel LaRusso vince il torneo “All Valley under 18” e pure la nostra fedeltà.

Il maestro Miyagi lo allena. Diventa anche il suo migliore amico e il padre che non ha più. La cosa sorprendente è che fa tutte queste tre cose assieme senza mai cambiare registro nè tono di voce. Lui dice “karate serve solo per difendere” e poi saggiamente rincara “per chi non ha perdono nel cuore, la vita è peggio di morte”. Miyagi è contrario alla violenza senza scopo. Ma è lo stesso che se viene aggredito, ti fa stringere amicizia col pavimento, mentre le tue mani consolano il tuo grembo agonizzante.

Daniel s’innamora. E piace pure alle ragazze. Occidentali o orientali, non fa alcuna differenza. Perché ha la battuta svelta e vuole sempre stare in partita. Se la gioca fino alla fine, insomma. E questo fa sì che le donne finiscano tutte nella sua danza Obon. Daniel non conquista le ragazze perché vince le coppe ai tornei. Loro si innamorano di lui già prima. Perché è uno che lotta e non incolpa mai gli altri dei suoi fallimenti. Quante volte avrà detto “Sono un idiota, che cosa ho fatto?!?”. Ormai non si contano.

Ogni volta lui si rimbocca le maniche del karategi e riprende in mano la sua vita. E in più di un’occasione salva anche quella del maestro Miyagi. Perché la sera in cui lui brinda da solo per celebrare il suo anniversario con la foto della moglie morta tanti anni prima, Daniel è lì e lo ascolta come se quell’uomo saggio fosse di colpo diventato un bambino di quattro anni a cui hanno rubato la sua trottola. Miyagi si ubriaca. Ma Daniel lo salverà da se stesso. Lo metterà a letto e spegnerà in silenzio la fiammella della candela che illumina la stanza.

Le mani di Daniel catturano una mosca con le bacchette, pitturano lo steccato, spezzano sei lastre di ghiaccio ma – cosa più importante di tutte – abbracciano il suo più caro amico quando i ricordi di un passato doloroso trapassano il tempo e affiorano negli occhi a mandorla.

Per questo Daniel LaRusso ha vinto, su tutto. E ancora prima di iscriversi a qualsiasi torneo di karate.

Images and video from the movies:

“The Karate kid”, “The Karate kid Part II”, “The Karate kid Part III”