…Giacomo chi? #2

Riassunto della puntata precedente: Comprare un libro di seconda mano in una libreria. Trovarci sopra un nome e il suo numero di telefono. Prepararsi all’impatto.


Insomma, noi tre siamo qui.

Giacomo -o meglio, la sua insensata sequenza numerica-, Nabokov ed io.

Brutto affare.

Pensiero logico: un numero di telefono è di chi lo riceve in modalità consenziente.

Pensiero emotivo: chi sei Giacomo? Perchè c’è il tuo numero su queste prime pagine? Sei uno di quelli che chiede “Che fai nella vita?” oppure azzardi un meraviglioso “Qual è il primo ricordo che hai di quando eri piccola?”.

Era meglio se compravo un romanzo di fantascienza. Ho deciso, leggerò Marquez. Così nel frattempo mi dimenticherò di questa idea balorda.  Provo ad addentare il primo anno di solitudine, così forse mi distraggo. Ma le frasi sono briciole sulla tovaglia: si sparpagliano e perdono il loro senso. Coraggio, ci devo riuscire, non sono mica una ragazzina che sviene lanciando un peluche al concerto degli One Direction (ma esistono ancora?).

La tentazione mi tira la maglietta. Lo sapevo. Ho passato il tempo tra complotti insaccati nelle parentesi, il tutto per attenuare la mia frenesia. Oramai devo fare questa cosa.

Salvo il numero sul cellulare e spulcio la foto su WhatsApp. Lo so, non sono il detective Conan, ma questo passa il convento. Magari è un numero inesistente. O di un anziano in pensione. Oppure è il contatto di un rappresentante di sanitari. Insomma, la solita delusione legata ad un mio affezionato infruttuoso destino.

Bene, lo faccio. “Ma quanti 8 in questo numero…” ammicca il mio cellulare. L’infinito che si dilata davanti alla mia curiosità donnesca.

Fatto. Ora andiamo a stanarlo. La misericordia ha il sopravvento su di me: è registrato su WhatsApp, quindi non è imprigionato nel Rinascimento. E ora momento topico: la foto.

Primissimo piano su un paio di occhi neri trincerati dietro degli occhiali squadrati e sottili. Un’espressione corrucciata che racconta un principio di disappunto nelle linee di espressione disegnate sulla fronte. Un ciuffo di capelli neri sul sopracciglio sinistro. Sfondo color grigio novembre.

Carina ‘sta foto. No esibizionismo. No narcisismo. No limits. Potebbe avere trent’anni o giù di lì.

Ora, lo status. Se ha qualche motto latino, prometto che lo cancello all’istante. Anzi, mi cancello io da questo pomeriggio di euforia adolescenziale.  E invece Giacomo sorprende tutto il molo con poche parole, anche queste squadrate come i suoi occhiali: “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso.”

Giacomo, eri on line ventitrè minuti fa. Ed io ora ti scrivo. Perché da quando ho comprato questo libro, so che sono montata in bicicletta e se ora smetto di pedalare cado io, ma cadi pure tu.

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…Giacomo chi?

– “Cent’anni di solitudine” oppure “Lolita”? – Il mio labiale interrogò la mia mente.

Forse l’inizio dell’estate 2017 era un buon momento per giustificare un azzardo letterario. Quella libreria era piccola e fragile, come le pagine dei libri che conteneva. Scaffali e spine dorsali di tomi ingialliti dominavano lo sguardo dei rari clienti. L’aria sapeva di tappeto mai sbattuto. Un negozietto -insomma- di quelli nascosti tra le pareti scarabocchiate delle case del centro storico. Entrare in una libreria che vende libri di seconda mano mi aveva fatto tornare indietro di una ventina d’anni, come quando ero una studentessa delle superiori e alle prime piogge di fine estate andavo a fare scorta di conoscenza a buon mercato. Per qualche motivo deciso dal fato, credevo di trovarmi in un posto speciale. Un luogo per pochi eletti che -nel caso- avrebbero saputo apprezzarne anche le mancanze. E dire che nell’intimo provavo un paradosso a dir poco etico a proposito di libri già posseduti da altre persone. Igienicamente parlando mi facevano senso. D’altra parte mi piaceva immaginare chi ci avesse fantasticato addosso. Insomma, anche se piene di microbi, mi attraevano le storie che avevano avuto altre storie prima della mia.

La proprietaria della libreria era una donna sui sessanta, affilata e pensosa. Aveva una camicia con i bottoni a forma di roselline e due occhi sfioriti e rassegnati alla protratta mancanza di sorprese. I codici ISBN probabilmente, le avevano annientato la mimica facciale. Quel giorno l’avrei sorpresa io forse, con ben due acquisti, risultato di una drammatica indecisione. Magari un giorno glieli avrei riportati per rivenderli. Anzi no, non credo proprio. Una volta letto un libro, quello mi apparteneva per sempre. Ero un’aguzzina della sintassi d’autore.

Ho preso entrambi i romanzi e sono andata alla cassa.

– Buongiorno. Prendo questi due.

Silenzio. La signora smilza non ha cambiato nemmeno per un attimo espressione.

Di certo non sarei stata io l’emozione che avrebbe dato un senso alla sua giornata in libreria. Mentre aspettava l’emissione dello scontrino però, dalla bocca le è caduta una frase.

– La vita è come andare in bicicletta – ha detto – cadi solo se smetti di pedalare.

Sono rimasta lì, ferma. Ero a piedi e senza bici. Forse solo per questo non sono caduta. Ho accolto il suo pensiero solitario, in un’atmosfera complice solo per il fatto di condividere quella situazione di moderno baratto.

– Ma se non sai dove andare, va bene lo stesso?

Mi ha guardato come se le avessi chiesto se ieri sera aveva visto la partita della Nazionale.

– L’importante è prendere una direzione. Poi la strada ti dirà se stai facendo la scelta giusta.

Ho preso la sua risposta e l’ho messa nel sacchetto di plastica assieme ai libri.

– Grazie – per un attimo mi sono impigliata nel suo sguardo appassito -, e arrivederci.

– Arrivederci.

La giornata era bella, ancora non troppo rovente da desiderare prematuramente che finisse l’estate. Mi sono diretta sul molo. Volevo un aggancio con la terra e nel contempo un azzardo di blu.

Ho sempre pensato che la lettura ti facesse diventare schizofrenico. Forse un giorno anch’io avrei aperto una libreria.

Il molo era colonizzato da ragazzetti licenziati dai doveri scolastici. Qualche anziano ambulante alzava la media dell’età. Io come al solito non sapevo da che parte stare.

Mi sono seduta sul bordo, a ovest, per tre quarti a favore di luce. Qualche nuvola spensierata concedeva respiri d’ombra ed era tutto sommato piacevole.

Ho preso Màrquez e l’ho sfogliato a ventaglio. Mi ha leggermente rinfrescata. Ho afferrato poi il trasgressivo Nabokov, spulciandolo invece dalla copertina. Prime pagine di cortesia bianche. Oppure no. Una piccola scritta a matita: un numero di cellulare e un nome, Giacomo. Ah però. Chi diavolo sei Giacomo?

A breve scriverò la seconda puntata, ma mi piacerebbe sapere cosa fareste voi. Quindi, vai col sondaggione!

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Burrocacao

Non mi hai dato il permesso di amarti, perciò adesso sono qui a raccogliere da terra i miei stracci.

La saponetta al miele del mercatino di Natale è sempre sulla mensola del bagno, accanto alla pila di asciugamani belli. Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla dalla sua confezione. Usarla, sarebbe come dare il nulla osta affinchè il mio amore si consumi con lei. Invece voglio farlo durare anche se so bene che non mi vuoi. È il mio patetico modo di preparare le briciole per l’inverno.

Guarda che io l’ho capita questa cosa. Non ti chiedo di spiegarmela più. Ma devo ancora farla comprendere al mio cuore perché a lui non gliene frega niente se sei stato cortese e mi hai chiesto “scusa” mentre mi rimettevi educatamente il cuore in tasca. Penso a quel pomeriggio di novembre. Ai sassi che scrocchiavano sotto in nostri passi, mai sincronizzati, e per questo così reali. Ricordo il profumo rassicurante del burrocacao che in un gesto tanto inutile quanto necessario baciava le mie labbra al posto tuo. Allora mi appostavo in un angolo di me per sbirciare tra i tuoi sorrisi, che rimborsavano sempre le mie attese di te.

È finito il tempo del batticuore e ora mi capita spesso di annoiarmi. Allora per ingannare i minuti, inizio a giocherellare con crudeltà con il mio cuore e provo ad immaginare come sarebbe stato il nostro primo Santo Stefano assieme. Quando la ribalta dell’arrosto di Natale è oramai finita e ciò che resta della giornata viene avvolto nella carta stagnola. Allora realizzo che probabilmente noi siamo gli avanzi di una festa che sul calendario non esiste. Arrotolo quindi le maniche della camicia e brindo a me con con un succo alla mela. Il mio silenzio è la più grande conferenza stampa sulla devozione che ho per te. La tua assenza invece, la più grande dichiarazione della vita che continua.

Ma come nelle migliori fiabe 2.0, ecco la svolta da cotta scolastica che tanto aspettavo: stamattina hai cambiato la tua foto profilo su WhatsApp.

L’immagine dell’orologio fermo alle due e mezza ha ceduto il posto ad un vostro ritratto. Tu e lei, schiena contro schiena, sfidate l’obiettivo e sorridete profeticamente al futuro. L’ho guardata. L’ho vivisezionata. Ho cercato un nuovo status che l’accompagnasse. Mi serviva disperatamente la frase finale del romanzo per chiudere questo libro.

Non c’era scritto nulla, ma io avevo già preso la penna per firmare il mio armistizio. Poi in un solenne silenzio procedurale,  ho deposto la mia baionetta di carta nel cassetto.

Finalmente potevo diagnosticarmi un quarto d’ora di infermità mentale e cardiaca ed ho fatto una cosa da manicomio per innamorati respinti. Ho frugato nella mia borsetta in cerca di un burrocacao. L’ho trovato. Si era nascosto per bene, tra le chiavi e i fazzoletti. Un residuo bellico, per essere più bella. Una volta a contatto ci siamo voluti a vicenda. L’ho aperto con un gesto pensato e lento. Lui mi ha lasciato fare, arreso alla mia temporanea incapacità di intendere e volere. L’ho osservato. Era lo scarto della sua stessa storia. Solo un bossolo ormai, esploso in tempi migliori. Era così simile a me. Per questo col palmo ben disteso ho iniziato a disegnare sulla mano sentieri rosati sulle linee della vita, della fortuna, dell’amore. D’un tratto ero una chiromante senza più bugie da raccontare. Poi ho proseguito in questo rituale privo di senso e di sensi e mi sono spinta sulle dita, indugiando sulle nocche e sulle unghie. L’ho consumato tutto. Poi con la mano spalancata ho ammirato il mio capolavoro per un po’. Sapevo che non l’avrei rifatto. Per questo l’ho osservato bene.

Mi sono diretta in bagno ed ho scartato quella saponetta. Ho strappato l’involucro che all’inizio ha fatto resistenza. Era come se avessi interrotto di colpo il sonno di un neonato sazio e pulito. È bastato però solo qualche istante di gesti mirati per assecondare quella mia follia. Ho aperto il rubinetto ed ho lasciato scorrere l’acqua assieme alla mia vita. Mi sono insaponata le mani. I polsi. Sono arrivata agli avambracci bagnando gli orli della camicia e poi ho riempito di schiuma il mio viso, i miei capelli, la nuca. Ho sgocciolato e inzaccherato tutto lo specchio, il pavimento e pure il tuo ricordo.

Mi son sciacquata. Ho afferrato un asciugamano bello, uno di quelli che non uso mai, per non rovinarlo. L’ho profanato affondandoci il viso. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio, quello mi ha guardato e mi ha sussurrato che non ero normale.

La saponetta invece l’ho buttata. O lei ha buttato me, non ricordo.

Mi sono tolta la camicia bagnata e ho indossato la mia maglietta della “Seven Up”. Poi mi sono seduta in terrazzo: era una bella giornata e ne ho approfittato per far asciugare i capelli al sole, mentre bevevo ciò che era rimasto di quel succo alla mela.

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Freeway

Carezzevole il fiume scorre e va

Oggi graditissimo ospite sul blog, Davide Calabrese, membro triestino degli Oblivion, nonchè attore, regista, cantante e molto molto altro. Ebbene sì, in un giorno di luglio, con temperature da Fiat Punto nera lasciata al sole, gli ho chiesto se avesse voglia di dare un suo contributo a questa disgrazia di blog. Contro ogni mia previsione ha accettato la proposta senza alcun indugio.  L’ho rivisto di persona dopo ben 25 anni ed ho pensato che è proprio bello quando la bravura e l’umiltà si fondono in una risata sincera. Che altro dire quindi? Ecco qui il suo racconto, “Freeway”: catadiottrico e metropolitano come lui. Assolutamente da leggere, accompagnato da una familiare di Peroni gelata e rutto libero.  Grazie Davide!


“Ma che è? Inverno?”.

Cerco di non dare confidenza, sorrido e guardo se ci sono spazi disponibili. La misantropia va sistemata prima di qualsiasi bagaglio. Certo, in vacanza tutto funziona meglio: di solito appena arrivato compro una copia del Times e la tengo sottobraccio per tutta la permanenza. L’unico modo per tenere lontani gli altri turisti italiani in cerca di una partita a racchettoni. In un treno però tutto diventa più difficile. Mi siedo e respiro profondamente mentre a sinistra un manager in abito blu si libera dal raffreddore partorendo dal naso. Un buon inizio. Inutile dire chi urla, urlano tutti. Urla la vecchia al telefono per dire che è partita, urla l’altoparlante di Trenitalia invitando a gustare il menù del giorno, urla il controllore declinando ogni responsabilità per il freddo e urla il manager. Quest’ultimo è l’unico giustificato in quanto intento a dare alla luce una nuova vita. Un profumo dolcissimo attraversa le mie narici. Vorrei essere Hannibal Lecter per stupire la riccioluta adolescente che sta prendendo posto di fronte a me rivelando la marca del suo profumo. Ma ho i turbinati congestionati. Un vagone di rinopatie. Non sono Lecter, sono Franco dei Ricchi e Poveri. Una suoneria urla un brano degli Yes. Nessuno risponde. Di chi sarà questo telefono? Davvero un intenditore. La ricciolina si guarda attorno infastidita. “Sono gli Yes, chiudiamo un occhio!” esclamo con sicurezza e sorriso di chi la sa lunga. “Sa se funziona il Wi-Fi?” replica disinteressata. Mi da del Lei. Beh, certo. Potrei essere suo padre. La ragazza sarà nata all’epoca di Pulp Fiction. E in quell’anno ero in piena attività non protetta. Incosciente e impavido. Stagione di salto delle quaglie. Che tempi. Anzi no.

“Wi-Fi su Trenitalia? Ma non sa che tutto quello che finisce in “Italia” funziona sempre male? Alitalia, Equitalia, Trenitalia…” e rido come quello che la sa ancora più lunga. La saprò anche lunga, ma non fa ridere. Qui non si ride un minuto. Voglio morire. La ragazza senza capire in tutta fretta apre la borsetta per prendere le cuffiette: il telefono vibra. “Ca**o, la call!” “Audace, usa paroloni la ragazzina” penso mentre sto per valutare l’arrivo dell’ostetrica per il manager che ha rotto le acque. “Enrico, ti chiamavo io. Oggi il Mentor me la deve far per forza la Formazione oppure mi compromette il design dello speech”. Tutto quello spreco di dativo etico mi fa collocare la ragazza in Lombardia. Comunque non capisco. Sono io il pugliese che a Hurgada vorrebbe chiedermi di giocare a racchettoni. “Eh, bello che la vostra generazione sappia le lingue. Noi imparavamo l’inglese con i video musicali di Emmetivù. Avevamo solo quel canale.” Vero niente, ma fa tanto anziano che ha fatto la guerra. La ragazza mi guarda ma è più preoccupata per il fatto che la telefonata si sia interrotta. “Sono le gallerie, signorina. Facciamo i treni veloci e poi non riusciamo a far funzionare i telefoni. Questa è l’Europa, secondo lei? Io mi sono comprato il Teledrin. Molto più rilassante. Quando scendi dal treno guardi il numero e ritelefoni. Lo vendono ancora, sa? E l’ho comprato”. Non capisco cosa mi stia succedendo. Temo di aver contratto un tipo di deficienza virale che mi fa pensare come Di Maio e parlare come Mengacci. “Nessuna galleria purtroppo: mi è caduto l’apparecchio mentre scendevo a Tiburtina. Non si sente più”. Lei vorrebbe il mio telefono. Un brivido ingiustificato percorre la schiena. “Tenga…” sussurro sudando brina. La riccia compila il numero di Enrico e riparte: “Ti dicevo, solo i Leader delle Unit. Sono sei minuti al massimo, una sorta di Ted che analizzi il Network e il Product Placement in base al Customer Profile. Come “qual è il Product Placement? Che domanda è?”. Sembra un testo di Max Pezzali ma non faccio in tempo a pensarlo che la ragazza si scusa attraverso un improvvisato linguaggio dei segni e corre in bagno parlando.

Aiuto. Faccio mettere le mani sul mio telefono ad una ragazzina del ’94. Ora starà scambiando l’ordine delle mail, cancellando app, cambiando l’ID Apple o addirittura caricando in rete il video di “Perchè l’hai fatto” con me e Paolo Mengoli a Lido di Volano. Sono terrorizzato. Per fortuna il miracolo della vita sta avvenendo alla mia sinistra. I fazzoletti Tempo sono finiti e ormai qualsiasi cosa è buona per fermare la placenta nasale. Siamo alle salviette umidificate Trenitalia. Il manager si commuove ma io sono teso. La ragazza ha in mano il mio telefono. E se curiosasse nella cronologia e scoprisse la mia passione politica per Tabacci o i video hard “Nani contro camionisti”? E se pensa che sono gay solo perchè ho la sigla di Grey’s Anatomy come suoneria? Sono davvero a pezzi. Ridatemi il telefono. La vecchia dietro di me ancora urla luoghi comuni. Furba la vecchia, lei il telefono col cavolo che te lo da. L’attesa è insopportabile. Arriva una hostess che con accento di Tor Bella Monaca mi chiede se dolce o salato. “Non so rispondere”. Il mio telefono non torna e miss Mediolanum si è chiusa nel cesso. Sono un uomo in preda al panico. Controllo tre volte le valigie, mi complimento con il manager per il peso partorito, fumo un sigaro con lui alla prima stazione, schifo la vecchia senza un motivo vero e mi reco deciso di fronte alla porta del bagno. Risoluto esordisco con: “Scusi, il mio telefono!”.

Niente più signorina, niente più telefono, niente. Bagno aperto e vuoto.

Lo sconforto accompagnato da un’improvvisa e preoccupante simpatia per Giorgia Meloni. Una ragazzina mi ha ciulato il telefono. Lì dentro avevo tutto. Numeri, password, foto. L’intero video della reunion dei Beehive con Pasquale che canta “Baby, I love you” indicandomi. Perso tutto. Non bisogna attaccarsi alle cose materiali, penso e scendo. Pensieroso. Non è una questione di soldi, dovevo cambiare quell’apparecchio visto che non so come si aggiorna, ma è il gesto. Mi sono fidato di una persona sbagliando. Mentre sto per uscire da Centrale una mitragliata di tacchi alle mie spalle. “Eccola, l’ho trovata! Il suo telefono! L’ho cercata inutilmente sul treno. Posso offrirle un caffè?” Il mio sorriso abbraccia tutti i binari, accetto di buon grado e al bancone del bar le racconto tutto il mio terrore fino alla fine. “Molto divertente davvero, certo che Lei di film in testa se ne fa tanti!” “È la mia generazione”, rispondo. “Ci hanno cresciuti raccontandoci che il genere umano si divide tra chi ha il contorno viola e chi no e che basta un abbraccio per cambiare casacca”. “Ora intuisco il perchè dei suoi acquisti. D’altronde è il mio mestiere. La saluto e grazie ancora”. Ringrazio e rifletto sul perchè la giovane economista abbia abbinato l’Aids al Teledrin. Drin. Drin. Un sms annuncia il suo arrivo e noto in prima schermata un messaggio di ventisei minuti prima. “Amazon: Il pacco Magnum da cento pezzi di Settebello ritardanti è in consegna”. Più chiaro ora il concetto di Product Placement?

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Kiss, first. #10 (ending!)

Riassunto della puntata precedente: Anna torna a scuola dopo la notte in ospedale con suo padre. Durante l’intervallo va a cercare Filippo e lo trova in biblioteca.

– Lascia perdere. Non andare da lei.

Carolina è amara ma serena: è diventata la saggia voce fuori campo di un film sull’adolescenza.

Matteo, all’apice della scala del III piano del liceo ha i piedi in un precario quanto miserabile equilibrio. Ma si volta, con una calma del tutto inaspettata. La stessa che ha scoperto nel passo di Anna, mentre saliva ai piani alti per andare da “quel” lui. Da Filippo.

Lì dietro le quinte, Matteo si ritrova negli occhi azzurri e nei capelli infuocati di Carolina. Questa premura nel ricordargli cosa non fare, è però del tutto inutile.

– So bene cosa non devo fare, non ti preoccupare.

Matteo sfiora in silenzio il corrimano della scalinata con le dita. Sembra voler prendere dimestichezza col dolore. Rabbonirlo con una coccola. E tutto questo perchè ha capito di aver perso la sua occasione.

– Per favore, non dirle che l’ho seguita per vedere se andava da quel tipo.

– Io non ho visto niente.

Carolina gli offre il suo sorriso di consolazione. Sapendo bene che non esiste un sorriso che possa guarire un dolore d’amore.

Matteo inizia la sua discesa. Ogni gradino, un nuovo attimo senza più un’idea.

Costeggia l’immobilità di Carolina, e le regala la sua scia di composta tristezza. E lei trova delle parole che non sapeva di avere dentro di sé, fino a quel momento.

– Non ci sto provando con te. Non sei nemmeno il mio tipo. Ma se hai bisogno di parlare, usami pure.

– Grazie, ma sai che noi maschi non parliamo mai delle cose che per noi sono importanti.

– È vero, ma potreste sempre scegliere di fare questo passo verso voi stessi.

Forse questa era la frase che Matteo aspettava da una vita. Quella che parte dall’abbandono della sua famiglia ad opera di suo padre. Quella che arriva in silenzio su quei gradini di pietra oramai consumati da un secolo di liceali innamorati.

– Grazie… Carolina.

– Dai, torniamocene in classe – un altro sorriso – che questo è il piano dei poveretti “senza estate”. Non ci posso credere, che tra due anni tocchi a noi!

– Che dici, vogliamo smetterla con le brutte notizie?

– Hai ragione! Senti, hai intenzione di disintegrare la strega di latino anche oggi?

– In realtà non faccio nulla di che. È lei che collassa su se stessa. Io le dò solamente la spintarella finale – pausa di ragionamento -. In effetti sono un gran bastardo.

– Dai. Non sei così male.

– Allora se non hai paura di andare alla tavola calda con uno screanzato come me, ci vediamo alla fine delle lezioni. Ti aspetto accanto al busto di Leopardi.

– Sarà un gran momento per quel marchigiano.

– Puoi dirlo forte.

La luce nella sala di lettura era davvero il compendio di tutti i colori. Che si potevano vedere negli scaffali, nelle vetrate. E poi negli occhi di Anna e Filippo.

– Le tue compagne di classe mi hanno detto che eri qui. Sono state carinissime.

– Lo posso immaginare.

La pagina del libro si era chiusa, senza il segno per ritrovare il punto esatto. Una partita persa, insomma. Ma Filippo voleva parlare.

– Come sta tuo padre?

– Lo hanno operato. Un problema respiratorio. Comunque si riprenderà.

– Mi fa davvero piacere.

– Volevo ringraziarti per ieri. Sei stato molto gentile. Io invece ti ho trattato come un delinquente.

– Non devi scusarti. Se avessi una figlia della tua età vorrei che si comportasse come te.

– Caspita, che pensiero da adulto…

– Già, devo smetterla di ragionare come se fossi mio padre.

Anna aveva deciso di avvicinarsi. Filippo fece lo stesso, e si alzò da quella oramai inutile sedia.

Poi lei si fermò, accanto alla finestra. Quella con le vetrate enormi ed indiscrete. Lui con la mente era già accanto a lei. Altri tre passi fecero il resto.

– Cosa leggevi quando sono arrivata?

– “Il vecchio e il mare”di Hemingway. Ecco, adesso penserai davvero che sono un anziano.

– Non l’ho mai letto. Di cosa parla?

– Di una sfida contro il mare. Contro le opinioni della gente. Contro se stessi. Mia madre mi ha insegnato ad osare, quando credo in qualcosa. Poi la vita mi rivelerà se ho fatto bene oppure male. Per i pochi anni che l’ho avuta con me, mi ha insegnato questo.

Filippo ha trovato un suo spazio, appoggiando il suo fianco alla parete vicino alla finestra. Anna invece ha accolto la notizia della madre di Filippo facendosi illuminare dalla luce quasi primaverile di metà mattina.

– E quindi ora sai perché ti stresso con i miei interventi fuori luogo. Forse in questo non c’è nessuno più immaturo di me. Ma non temo nessuna circostanza sfavorevole. Ci voglio provare. Perché tu hai la forza negli occhi. E non hai bisogno di me. Per questo mi piaci.

– E tutte le ragazze che ti vengono dietro? E quella della festa di Natale?

– Hai ragione, non sono un santo. Ho avuto diverse esperienze, ma nessuna finora che possa essere definita “amorevole”. Non sono interessato affettivamente a nessuna delle ragazze con cui sono stato.  E sono sicuro che sia la prima volta in cui faccio un discorso di questo tipo ad una donna.

Lo sguardo di Filippo aveva presidiato il viso di Anna e fu in quel momento che entrò nel sogno che lei avrebbe fatto quella notte. Lui era davvero bellissimo nella forza della gioventù che non teme lo sbaglio, nè il fallimento. I suoi capelli biondi a soqquadro avevano di colpo acquistato un loro senso e una loro prospettiva. Quegli occhi chiari e sinceri dicevano esattamente quello che il cuore e la testa avevano pattuito, in un’ottica di reciproca onestà.

Lei lo osservò. Lo ascoltò.

Ispezionò con grazia ed attrazione soprattutto quei suoi sguardi. E sentì che era ciò che voleva in qualche modo provare anche lei. Perciò in cuor suo lo ringraziò per essere stato così costante, determinato, ostinato.

Gli piaceva, perché gli aveva detto la sua verità. Lei poteva credergli o meno. Forse la vita da quel giorno in poi avrebbe rivelato la serietà di questa scelta. O forse no. Ma oramai non era più in grado di decidere col distacco del mercante, perché lui aveva abbandonato la tana della parete e le aveva preso le mani inondandola di azzurro.

Fu a quel punto che lei capì.

Che non c’è un motivo per non fare ciò che il cuore ti sta urlando. E così strinse quell’intreccio di mani e raggiunse in punta di piedi il viso di lui.

Con gioia ed un raggio di sole, lo baciò.

Una volta, due volte.

Poi lui la accolse nelle sue spalle e non la lasciò più.

C’è da dire che la campanella della fine della ricreazione era suonata quando Filippo aveva iniziato a parlare di Hemingway.

Ma ad entrambi non era importato più di tanto, perché avevano capito che quello era un attimo di liceo che capita una volta nella vita e se l’erano preso e basta.

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Kiss, first. #9

Riassunto della puntata precedente: Il padre di Anna viene ricoverato d’urgenza e lei apprende la notizia quando è con Filippo. Lui si offre di accompagnarla in ospedale in macchina. Lei, suo malgrado, accetta per guadagnare tempo…

L’aria fresca di marzo solleticava i vecchi infissi della scuola. Le venature marmoree dei corridoi seguivano naturalmente il flusso delle storie, degli amori, delle amicizie.

Nelle aule, le grandi finestre ottocentesche regalavano squarci di cielo azzurro e briciole di desideri. La lezione di latino sembrava eterna. Eterna come la sua storia. Carolina era incastrata in quell’azzurro così lontano ed i suoi occhi percorrevano i contorni a singhiozzo delle nuvole che lentamente si disintegravano, per poi riformarsi, all’infinito. Pensava ad Anna, a suo padre e a quel messaggio che le aveva inviato il giorno prima.

– Sono all’ospedale, hanno ricoverato mio padre. Parlano di pneumotorace, ma non so nemmeno cosa voglia dire. Era al lavoro e non riusciva a respirare. Hanno chiamato l’ambulanza e l’hanno portato d’urgenza al pronto soccorso.

– Davvero Anna? Cacchio, potevi chiamarmi subito!

– Ce l’ho fatta lo stesso.

– Sì, lo so tu ce la fai sempre lo stesso. Vengo lì?

– Lascia stare, sono qui con mia madre.

– Va bene, fammi sapere presto qualcosa.

– Ok.

Anna si arrangia. In qualche modo, ce la fa sempre.

La porta scura dell’aula, che si apre.

Ed ecco proprio lei, la sua amica che entra alla seconda ora, dopo aver passato la notte in ospedale. Sul suo viso la stanchezza della mezzanotte, della una e pure quella delle due di notte.

Anna consegna alla prof.-strega la giustificazione d’entrata posticipata e va a sedersi al suo posto, che di colpo si riempie di tutto ciò che lei ha vissuto in quelle ultime ore. Carolina la aggancia con gli occhi e con il cuore. Dal fondo dell’aula, Matteo la guarda. La abbraccia. La bacia. Le chiede come sta. E tutto questo senza muoversi né dire una parola.

Carolina non può aspettare e subito va dritta al sodo:

– Come sta?

– L’hanno operato ieri sera. Deve rimanere sotto osservazione, ma ora va meglio.

– Sono contenta!

La prof. alza sensibilmente la voce proclamando un nuovo paradigma latino. Lo fa per rimettere a posto l’acustica dell’aula. E Matteo, mosso dalla rabbia, dall’avversione all’adulto o semplicemente per la noia dell’età, non fa tardare la sua replica.

– Prof, lei sa come si dice “empatia” in latino?

La prof. non capisce. E questo oramai l’abbiamo capito anche noi, che leggiamo questa storia da dicembre.

È arrivata la parentesi della ricreazione, troppo preziosa per non fare questa cosa.

Anna lascia Carolina a bocca asciutta, e se ne scappa al piano di sopra. Sa che ha un principio di occhiaie e una coda di cavallo che tradiscono un sonno arido e un risveglio faticoso. Ma deve andare in V B. I piani alti. La porta dell’aula è la seconda nell’ordine, accanto alla sala di lettura. Si avvicina alla soglia dei futuri maturandi. Un po’ di emozione, passi più corti e sguardo prudente. Si affaccia all’ingresso e lo cerca. Squadra al volo tutte le capigliature bionde, ma non c’è corrispondenza con la sua idea. Allora si fa coraggio e si rivolge a due ragazze che stanno chiacchierando nel corridoio. Una è seduta sulla cattedra del bidello, l’altra le è di fronte ed è la prima che si volta verso Anna e il suo sguardo da piccola fiammiferaia.

– Scusate, sto cercando quel ragazzo alto con i capelli biondi e mossi.

La ragazza in piedi la squadra subito e la condanna altrettanto presto; il tutto con la proverbiale solidarietà femminile dettata dall’invidia.

– Guarda, mi sa che non sei l’unica a cercarlo. Dovresti metterti in fila.

– Scusami? – la purezza di Anna è a volte disarmante.

Ma è l’altra a rincarare la dose.

– Filippo c’è e non c’è. Se ti piace l’idea di essere un led ad intermittenza…prendi il numero.

Lo sguardo di Anna si fa meno fiabesco e più da donna. Nonostante i suoi diciassette anni.

– Grazie lo stesso, siete state molto gentili.

Le due scope in jeans skinny rimangono così, secche e vuote. Come prima.

Anna percorre a ritroso la strada verso la sua classe. Si dirige verso la scalinata neoclassica con quelle colonnine a forma di birillo che sembrano un inno allo strike. E forse perché proprio in quel momento lei si sente come un birillo scaraventato a terra.

Passa davanti alla sala di lettura. La strada del ritorno sta già per diventare un ricordo. La porta aperta, e quell’improvviso abbozzo di sagoma che le ricorda il parcheggio, le scale, la festa di Natale.

È Filippo, che se ne sta da solo seduto alla tavolata centrale, un libro sotto gli occhi, lo sguardo in una storia. Lei lo riconosce e in lui rivede anche la se stessa di ieri pomeriggio. Lei che aveva paura. Lei che non è rimasta sola. Perciò decide di entrare. E lui solleva lo sguardo verso di lei, come se fosse la prima volta in vita sua.

Lì fuori, invece c’è Matteo. È rimasto immobile, sulla scala. A metà tra se stesso e ciò che vorrebbe. Vede Anna entrare in quell’aula, ma capisce che deve fermarsi. È questione di empatia.

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Kiss, first. #8

– Anna, abbiamo 17 anni e queste situazioni rendono giustizia alle nostre età.

Visualizzato.

– Nella testa ho solo te e la musica. Praticamente tutta la mia vita.

Visualizzato.

– Ti aspetterò, perché altro non posso fare.

Visualizzato.

È vero, di anni ne hanno solo 17. E forse non bastano per capire dove sta la verità. Matteo è un bulletto che si promette a decine di ragazze? Già, si promette, ma poi non si mantiene.

Anna non sa più se possa essere lui l’Amore. Anche se nel suo libro di algebra e di latino l’aveva già eletto tale in una cornice di cuori e arcobaleni.

L’allenamento di atletica è finito, acqua calda, schiuma profumata e rumore di armadietti che si chiudono.

La scalinata è sempre quella, da una decina d’anni.

Filippo invece è lì solo da una decina di minuti. In piedi, mani serene in tasca e la macchina che l’attende fedele nel tracciato consumato.

La vede. La riconosce già da lontano, e il suo sguardo prende slancio. Lo seguono il cuore e il battito.

Lei se ne accorge e così cerca di allontanarlo già nella traiettoria della sua camminata.

– Buongiorno. Ti aspettavo.

Lei finge che non le stia accadendo tutto questo. Passo lungo.

– Ehi, guarda che l’ho capito che non ti piaccio.

Ecco, questa sua frase potrebbe andare bene per gettarlo nella raccolta indifferenziata dei tizi molesti.

– Bravo, l’hai capito. Lasciami in pace allora.

– Potessi farlo…

– Guarda che abbiamo il libero arbitrio.

– Sì, ma io non sono più così libero come vorrei.

La rispostaccia di lei viene anticipata dal trillo del suo cellulare. Si ferma e risponde. Filippo le si avvicina un po’. Discrezione ed attrazione.

È la mamma, forse è il modo giusto di spaventare questo tizio biondo ed inutile.

– Ciao mamma, dimmi! – Anna cerca di farsi ben sentire dal damerino dalle mani in tasca.

Ma in una frazione di nulla lo sguardo di Anna affonda lontano e si fa serio. Troppo serio per essere poco più di una bambina. Quelle parole mute la graffiano. E cambiano per sempre il suo presente.

– Dov’è adesso?

Filippo si accorge che la voce di Anna si è fatta adulta di colpo. Nulla a che vedere con gli infantili rimbalzi di un minuto prima.

Anna interrompe la telefonata e diventa amara e triste allo stesso tempo.

– Devo andarmene da qui!

– Lo so che non sono affari miei, ma… che ti è successo?

– Infatti! Togliti dai piedi, mi serve un taxi!

E queste parole sgorgano in una lacrima. Una lacrima che rivela a Filippo il momento di fragilità di quella bambina. Di quella ragazza. Di quella donna.

– Per favore, sei sconvolta. Cosa ti hanno detto al telefono?

– Mio padre! È stato ricoverato all’ospedale! – il mondo traballa e non è uno scherzo.

Lo sguardo di Filippo si aggancia alla sua mente e al suo cuore. E sicuramente, anche ad un delicato ricordo di sua madre.

– Non ti preoccupare, ti posso portare io!

– Ma che cavolo dici, non ti conosco nemmeno, non verrei mai in macchina con te!

– Hai ragione, ma frequento la tua stessa scuola, la tua migliore amica mi conosce e se faccio una qualsiasi cavolata mi vengono a prendere già stasera. Sono pure maggiorenne e non ho nessuna intenzione di rovinarmi la vita. Che ne dici?

– Non so che fare. Dio mio!

– Fidati. Permettimi di aiutarti. Ti porto all’ospedale e me ne vado. Promesso.

Sarà stato il panico. Sarà stata quella lacrima. Ma Anna apre quella portiera con la forza della smarrita speranza di chi non ha più il senso di sé.

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Kiss, first.#7

Filippo ricorda quella mano, fatta di delicati segmenti bianchi e pelle sconfitta. La mamma, rannicchiata in quella poltrona troppo larga, gli cantava ancora quella canzone. Prendeva in prestito la voce del mare, perché lei oramai era trasparente, come l’acqua, come la luce. Come la vita che la stava abbandonando.

– L’ uccellin che vien dal mare, quante penne può portare, può portarne solo tre: una, due, tre…

– Mamma, sei bella.

Lei, prosciugata dalla malattia, respirava già l’assenza di se stessa negli occhi del figlio.

– Tu sei la cosa più bella che la vita mi ha dato.

– Quando non ci sarai più mamma, ti nasconderò dentro di me.

E l’ultima lacrima del mare salutò Filippo. Che nel frattempo si fece ragazzo. E amò le donne senza amore, per non rischiare di perderne più nessuna.

Sdraiato nei suoi quasi 19 anni, Filippo osservava il ricamo delle onde dall’esilio di una panchina. Sciabole bianche e blu si intrecciavano nella forza del mare d’inverno. In quel litigio d’acqua non c’era spazio per le indecisioni o i ripensamenti. E ben sapeva che quello che vedeva con gli occhi era una rappresentazione teatrale amplificata di quanto gli stava accadendo nel corpo. Nella testa. E forse nel cuore.

Se ne andò, allora. Lì dove la vide la prima volta. In un gesto nuovo ma già sicuro, prese la macchina e lì la trovò, ferma ad aspettare. Seduta su quel gradino inospitale, in quel piazzale che non ha mai avuto una storia da raccontare. Proprio accanto a quel gradino, stava per accadere un piccolo miracolo d’amore.

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Kiss, first. #6

Nel buio delle lenzuola, nulla può far male, ma nemmeno granché bene. Anna ripensa a quel momento disperso, a quella voce. Un frammento di tempo interrotto e mai concluso.

– Perché???

È lei, la ragazza dai capelli asimmetrici. Ha smarrito ancora una volta l’equilibrio, per far cadere addosso a Matteo e ad Anna, la sua rabbia. Così è scivolato via, quel bacio mai dato, mai chiesto, ma tanto voluto. Il primo per Anna. Il più importante per Matteo.

È stata la ragazza dai capelli strambi a rovesciare a terra quell’istante e quella sala satura di vita.

– Devi lasciarmi in pace Lisa. Per favore vai via.

La voce di Matteo, un sasso che rompe il vetro di una finestra.

– Come puoi dirmi questo? Non credevo fossi così.

L’imbarazzo di Anna galleggia in quella spietata vicinanaza di abbracci e solitudine.

– Ti prego, io non ti ho mai assecondata.

– Sei una persona squallida. Quando ti stuferai anche di lei, ricordati che io avrò altro da fare.

Lo sguardo di Lisa si conficca nella doppia sagoma di Anna e Matteo e una lacrima rimane sospesa nelle vibrazioni della musica. Prima di andarsene, butta ai piedi del suo amore perduto un pacchetto dal quale si intravede una loro foto. Fianco nel fianco, lei fa il segno di vittoria con la mano sinistra. Indossano il giaccone pesante e lui ha un ciuffo di capelli che crolla sullo sguardo sereno e disteso. Sembra una foto recente.

Quando sei adolescente le cose possono cambiare in un minuto o poco più. Perché l’amore a quell’età è gonfio di vita e impaziente di rovesciarsi addosso alla pelle.

Anna però sa cosa vuole e ancora di più cosa non vuole. E benché l’amore ci renda molto più fragili ed indifesi riesce a dire quello che il suo cuore sa essere giusto:

– Scusami, ora voglio andare via.

– Anna, scusami. Lei non è la mia ragazza.

– Lo so. E nemmeno io.

Un bacio che non c’è stato e doveva esserci, resterà sempre presente: sospeso nell’aria, affondato nella terra. Ma questa storia si è interrotta per andare altrove, come ogni evento della vita che delinea nuovi destini.

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Kiss, first. #5

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I like you!

Sono giovani ed inesperte le mani che setacciano i desideri. In quello spicchio di buio, Anna e Matteo si sono ritrovati vittime dei loro batticuori e dei loro capelli scompigliati. Finalmente così vicini, avvolti e fragili. E quel freddo pilastro su cui si appoggia Matteo, stasera sostiene loro, il solaio ed il mondo intero.

E la schiena si adagia con fiducia sul petto di lui. Anna sente il calore della linea del suo collo. Le braccia di lui, romantiche ed intense, la rivendicano. E lei non sa bene come comportarsi, né cosa fare con quel corpo che non è più solo il suo. Ma è così bello sentirsi ingenui e smarriti.

– Ti ricordi quella volta in cui Paolo aveva spinto Aron sul cesto dei Lego?

– Sì, ricordo quante gliene ho date. Gli rompeva sempre le palle – eccolo il piccolo Matteo che fa di nuovo slalom tra i banchi.

– La maestra Angelina era disperata. Non sapeva più cosa fare con te.

– Sono allergico alle ingiustizie. Tutto qui.

– Questo lo so. E cosa è giusto per te?

Matteo con un lieve colpo di testa, sposta il ciuffo bruno che stuzzicava l’angolo esterno del suo sguardo. Profumo di limone e zucchero.

– Ti risponderò, ma prima dimmi cosa è giusto per te.

– Beh, diverse cose. Per esempio tenere in ordine il cassetto delle calze. Cercare di non far deprimere troppo i nostri genitori. E amare quello che si è, perchè non abbiamo scelta.

– Bella risposta. E se qualcuno ora amasse te, almeno come tu ami te stessa?

Sorriso.

– Credo che non sarebbe mica tanto male… Adesso tocca a te.

L’aria era fresca di Natale e calda di confidenze.

– È giusto che noi due adesso siamo qui. E che io ti dica che mi piaci.

Così lui le è scivolato nella pelle. Ora le sue dita leggere già incise dalle note e dalla dedizione alla chitarra, disegnano una linea curva sulla guancia rosea e fredda di lei. La sua bocca, che ora non sa pronunciare le parole “Ti amo”, può provare però a tradurle in un bacio. Il primo, quello che non ti chiede il permesso, ma arriva quando vuole lui.

Carolina sa quando esserci e quando allontanarsi. Ora sa che è il momento in cui deve lasciare sola l’amica. O meglio, sola con lui. Così, quando un’ora fa Matteo si era avvicinato ad Anna per salutarla e le aveva dato un convenzionale bacio sulla guancia, le aveva anche sussurrato all’orecchio qualcosa e da quel momento in poi quei due sono spariti, per sbocciare assieme nel buio. In quel magico istante, Carolina ha abbracciato Anna con uno sguardo di convincente approvazione. Poi se n’è andata a fare una passeggiata dissimulatrice, con una birra in mano ed un pensiero nella testa. Sempre lo stesso.

Fuori dal magazzino, solo l’ovattato battito cardiaco degli amplificatori, il buio della notte ed il bianco della neve oramai dimenticata da tutti.

Il muretto solitario che circonda il magazzino si rivela per l’età che ha e per la trascuratezza che trasuda. Ma per un momento di silenzio, andrà più che bene.

– La tua amica ti ha abbandonata in autostrada?

È la voce del belloccio della V B che appoggia il suo bel sedere sul terzo gradino di una  casupola che un tempo doveva essere un piccolo deposito degli attrezzi. Tra lui e Carolina, solo tre o quattro metri di potenziale imbarazzo.

Per contrasto naturale, Carolina si scopre armata di un’ostentata sicurezza. Anna l’aveva aggiornata su quel tipo, quindi parte affilata al contrattacco.

– Dunque sei solito rivolgere la parola agli sconosciuti, pur di essere considerato?

– Non hai risposto alla domanda.

– Forse perché mi ricordi quei vecchi pazzi che si incontrano alla stazione dei treni. Quelli che di solito il mondo ignora volentieri.

– Quindi ti ha abbandonata.

– Mi pare di capire che ti piace chi ti risponde male.

Filippo, respira, sereno e rilassato. E sembra particolarmente interessato a quella nuvola di capelli ricci e ramati.

– E la tua amichetta della III? Anche lei ti ha abbandonato in tangenziale?

Filippo d’un tratto sgorga in una bella risata che sale nel cielo in una nuvola di vapore.

– Che spirito di osservazione! La tua serata deve essere stata particolarmente eccitante!

– Lo era, prima di incontrarti in questa inutile conversazione.

Carolina è un genio. È sempre stata spigliata nei rapporti umani, ma oggi ha davvero superato se stessa. Ha capito esattamente come deve trattare questo tipo, troppo abituato a facili vittorie estetiche e verbali. Sente però che può tenerlo ancora un po’ in sospeso ed uscirne da super donna.

– Adesso devo andare. Attento a non congelarti i glutei, le ragazzine di terza ci resterebbero troppo male.

– Sei gentile a preoccuparti per me. A questo punto dirmi come ti chiami sarebbe una cortesia. Dopo tutte queste premure nei miei confronti… intendo.

Per un attimo, Carolina ha esitato. Ma solo per un attimo.

– Mi chiamo Carolina. Addio!

– Io sono Filippo. Grazie per non essere stata banale.

– Anche tu non sei male. Peccato che sei pazzo.

Ed ecco che quando c’è di mezzo il cuore, anche il vecchio cortile di un magazzino diventa un luogo interessante.

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Song: Jon Bon Jovi – All about lovin’ you