Mano destra

Questa è la storia di una donna, un uomo e un’altra donna. Per esigenze di copione chiameremo lei Fuorigioco, lui Rigore e l’altra Diffida.

Fuorigioco non deve avvicinarsi a Rigore più di così.

Allora si ferma e lo osserva. La mano di Rigore preme il tasto n° 4 dell’ascensore e l’anulare brilla in un punto preciso. Per ricordare al mondo la promessa che ha fatto a Diffida.

Rigore non ha nessun diritto sul suo tempo. Eppure Fuorigioco lo sente nel rumore dei suoi passi quando esce di casa per scordarsi che esiste. Fuorigioco sa bene che per Rigore lei sarebbe solo un sorso di desiderio. Quello che inizia con le sue labbra socchiuse, ma che finisce con la mano di lui che afferra velocemente la giacca per tornare da Diffida.

Ieri sera erano a cena con amici. C’era anche Diffida. Si capiva che custodiva Rigore negli occhi e in ogni sorriso. Dal canto loro, per non sbagliare nulla, i due sovversivi non comunicano. La gente penserà che si detestano. Si sono incrociati solo a inizio serata, per un puro e voluto caso. Hanno colpevolmente condiviso l’antibagno del ristorante. Rigore ha dovuto calciare forte senza concentrarsi troppo sulla mira. Sapeva che non avrebbe avuto altre occasioni in serata. Le ha detto che con quel vestito con i bottoni blu era bellissima. Ma i bottoni non si vedevano nemmeno. Deve averla osservata nei punti giusti, per averli notati. Così, per tutta la sera le sue dita hanno sminuzzato un tovagliolo. Era intento a sbottonare. A sbottonarla.

Anche Fuorigioco ha i suoi problemi.

Da quella lunga tavolata vedeva ad intermittenza solo uno spicchio del profilo di Rigore. Quella barba appena accennata, Fuorigioco se l’è mordicchiata con gli occhi. Poi ad ogni respiro è scesa lentamente sul collo. Faceva tutto questo con la calma degli sconfitti o dei vincitori, a seconda del momento.

Si sono dati appuntamento al centro della tavolata solo una volta. Poco prima dell’arrivo degli antipasti, Rigore ha cercato la sua attenzione, mentre con la mano si liberava del secondo bottone della camicia. Ha usato la mano destra. Un gesto insignificante, ma che in realtà sgocciolava un principio di “vorrei”.

A fine serata, il pezzo forte: i saluti.

Hanno iniziato dalle persone che conoscevano meno e hanno proceduto in un gerarchico crescendo, rimandando il dessert alla fine. Rigore è approdato a Fuorigioco. Si è avvicinato varcando la zona rossa che – come oramai sappiamo- aveva i bottoni blu. Ha cinto la vita di Fuorigioco, simulando un affetto socialmente legittimo. Il palmo della sua mano ha detto a quella esile schiena “ti voglio”. Ma quei due bacetti di circostanza hanno sistemato tutto sussurrando “non posso”. Ancora una volta la mano destra ha fatto il lavoro sporco. Poi i due si sono prontamente distanziati, per non far azzardare nessun pensiero inopportuno. Il sorriso tiepido di Fuorigioco, ha sussurrato il suo “lo so”.

Stasera la mano destra di Rigore ha avuto un gran da fare. Evidentemente quella con la fede non era pronta per affrontare tutto questo.

E questo forse perché siamo solo esseri umani, che giocano continuamente partite sbagliate.

Image: Pixabay

…Giacomo chi? #5 (ending!)

Riassunto della puntata precedente: Giacomo scrive messaggi belli, sfiziosi. La conversazione fluisce che è un piacere, ma…

Sai, la gente è strana… prima si odia e poi si ama.

Io lo so che sono strana ma Giacomo non lo odio. E non lo amo. Giacomo è un sorso di aranciata bevuta prima di passare alla cassa. Buona ma tossica, e ne sto diventando dipendente. Quando non c’è, la sua assenza vive nell’attesa del suo ritorno.

Non so cosa pensi lui di me.

Oggi è venerdì e si è fatto sentire, ma un po’ meno del solito. Il “solito” per due che si scrivono da due settimane suona parecchio comico. Il suo buongiorno è arrivato puntuale: una foglia su cui era inciso un sorriso sghembo, ma simpatico. Gli ho risposto con lo stesso sorriso storto, inciso nella mela della colazione.

Spesso ci siamo ingarbugliati in una catena di battute senza senso, nelle quali abbiamo sempre imparato qualcosa di serio l’uno dell’altra:

– Ciao, stai mica facendo qualcosa di utile per l’umanità?

– Sì, sto zitto quando non devo dire niente di intelligente!

Non ci siamo ancora sentiti al telefono.

Non riesco a disegnare la sua voce nella mia testa. È come se le sue parole scritte non avessero suono. Ciononostante, continuano a fare “toc-toc” nella mia testa. Probabilmente abbiamo paura. Anzi, ho paura. So infatti, che potremmo essere magici solamente grazie al supporto della tastiera. Galeotto fu lo smartphone. E ancor prima Nabokov. Nessuno dei due -io soprattutto- per ora intende spezzare l’incantesimo, anche perché qui non c’è davvero nessuna strega, abbiamo fatto tutto da soli. Il sortilegio è benauguratamente consenziente. Credo che entrambi avevamo semplicemente bisogno di una tregua dal mondo e dalle occhiate a vuoto ad un cellulare che non rivela mai nessun segreto interessante.

Bip. Messaggio.

– Stasera? Cinema all’aperto? 🙂

È Serena. Mi prende per la maglia e mi tira dalla sua parte.

Non devo e non voglio opporre resistenza.

– Certo, perché no?

Stasera provo a tornare quella che ero. Prima di annegare nell’aranciata.

Ritrovo, ore 21.00.

Serena mi punta addosso la lampada da film poliziesco e cerca di capire se io sia una donna maltrattata. Dopo la mia domanda sulle molestie, crede che io non riesca a confessare i miei problemi. In realtà l’unico problema che ho è che vorrei essere perseguitata da uno che si chiama Giacomo e invece lui oggi non c’è quanto vorrei.

– C’è qualcosa che devi dirmi? – Serena mi agita per la collottola come fossi un gattino.

– Sì, che se non ci muoviamo perdiamo l’inizio del film e ti avviso che io non entro a vedere uno spettacolo già iniziato. Sono una purista della trama. – Altro che gattino. Sono una tigre. Ma che sta rotolando nella pozzanghera in un documentario.

– Non far finta di non capire. Si vede da come cammini che hai un problema.

Questo non me l’aveva mai detto nessuno.

– Sentiamo, come cammina uno con i problemi?

– Vai avanti (cretina) e te lo spiego!

Il film non era male. Era la storia di un medico di mezza età ipocondriaco, incastrato nel suo passato di oramai ex-marito devoto. Poi arriva lei, ragazza madre slavata, condita di risate e microbi che gli ricorda che è ancora vivo. E potrebbe pure strappare il biglietto della felicità assieme a qualche manata unta del figlio di lei, nanetto iperattivo con sei denti in bocca.

Ho osservato il camice bianco del dottore. Con la mente sono finita nell’ambulatorio in cui lavora Giacomo. Me lo sono inventato, ma c’ero dentro. Lo ammetto, per semplificarmi la vita ho ricamato stereotipi odontoiatrici attorno alla sua figura. Mi serviva davvero poco per fare un sogno completamente pilotato.

Il film è finito. Giacomo non scrive. Potrei scrivergli io. Ma dopo un’assenza di un giorno intero, sembrerebbe una dichiarazione di nostalgia. E in effetti sarebbe così. Maledette logiche femminili di conversazione scritta.

Cammino muta in questo venerdì notte che sa tanto di lunedì. Non guardo dove vado, la strada verso casa è nota e fedele nella mia testa e nei miei passi. Quindi avanzo senza dubbi. Fiducia in ciò che si è, a prescindere dagli altri. Non mi viene da piangere, sarebbe esagerato e decisamente patetico. Mi spiace solo vedermi delusa avendo fatto tutto da sola. Mi sono condotta per mano in un bosco che non conosco. Evidentemente è arrivato il momento della mela avvelenata.

È quasi mezzanotte e mezza, sento il silenzio del buio addosso. Due ragazzi, mani in tasca e testa già nel cuscino, si stanno pigramente salutando. Una coppia sui cinquanta, ostenta un aggancio a braccetto che proclama la dignità dei loro ruoli agli occhi del mondo. Io invece affondo lo sguardo nell’asfalto che mi sta davanti e stasera mi sembra un po’ più scuro.

Sabato mattina.

Schiaccio il viso nel lenzuolo. Un pugno di luce mi sgrida perché non ho voglia di alzarmi.

Il mese di giugno è così strano. Sono quasi incredula. Davvero sta arrivando quella cosa che si chiama estate? Noi adulti siamo sempre in attesa della fregatura. Che vita dura, quella dei grandi.

Mi alzo.

Sono arrivata a leggere metà “Lolita”. Me lo porto sempre dietro, naviga nella mia maxi borsa di tela. Sono in ferie, ho lunghe giornate libere e non ho in programma viaggi importanti. Quelli da fotografie sorridenti che meritano una cornice nel soggiorno. Quindi ho lasciato che i miei interessi prendessero il mio tempo. Senza scadenze, senza pianificazioni da periodo lavorativo.

Ho guardato le anteprime dei messaggi per smentire la mia delusione, ma non c’è stata nessuna svolta. Oggi non c’è il buongiorno che mi sarebbe piaciuto ricevere. Va bene così. Non fa niente. Bugiarda.

Colazione in un bar del centro e nessuna meta precisa. La zona è quella del centro storico, dove palazzi neoclassici e mura medievali formano una collana di perle antiche e lavorate. Solo quattro vie più in là, la libreria galeotta. Ma sono anche vicina al municipio, al molo e alla migliore pasticceria della città. Il mio recente senso di sconfitta mi pesa ancora un po’. Quindi non mi va di tornare dove tutto è iniziato. La giornata è calda ma ventilata, e vicino al mare starò bene. Amo stare appollaiata sul molo. Le gambe che ciondolano sul bordo del muretto mi ricordano la gioia sospesa di quando da piccola andavo in altalena. Quindi vado a trovare il mare. Anche se in realtà è lui che trova me. Mi fruga dentro e sa sempre cosa cercare. Ed io lo lascio fare.

Poca gente che passeggia oggi, anche se è un prefestivo. Oramai i triestini preferiscono fare i weekend fuori. Piccoli morsi che anticipano le vere vacanze.

Via il segnalibro. Vediamo che combina ora questa birichina di Lolita.

Leggo otto righe soltanto e sento squillare da qualche parte un telefono. I Muppets. “Mahna–mahna”, per la precisione. Mi disarmo subito dalle illusioni e mi dico che non può essere la “sua” suoneria. Sta ancora suonando. Cerco la fonte di tutto questo. La trovo. Lo trovo.

È seduto sul mio stesso lato, ha capelli neri aggrovigliati da mille pensieri, un accenno di barba e occhiali sottili. Il suo sguardo è agganciato alle onde che dondolano attorno a questa appendice di cemento. Risponde.

– Ciao nonna, sì mi sono ricordato di prenderteli. Sì, sono stato in libreria. Ci vediamo dopo a pranzo.

È lui. Deve essere lui. La suoneria, la nonna, l’accento diverso. La voce che ho tanto immaginato.

Devo fare una cosa. Assolutamente.

Prendo il mio telefono. Impostazioni. Suoneria. Volume. Se si gira e mi sono sbagliata, mi prenderà per scema, oppure farà un’altra cosa che deciderà lui. Accetto il rischio. Vai Morandi, aiutami tu.

– Ritornerò, in ginocchio da teeeeeeee!!!

Suona a lungo. La sente. Si volta verso di me.

È stato uno di quegli attimi per cui vale la pena fare cavolate. Per cui merita pedalare, per non cadere. Lui mi ha guardata. I suoi occhi mi hanno riconosciuta. Mi ha sorriso e all’inizio non si è alzato. A distanza, col semplice labiale, ha iniziato a cantare il testo della canzone. Rapita da quella cosa tutta nostra, ho iniziato a cantare anch’io.

È finita la canzone. Si è alzato. Lo guardavo avvicinarsi e avevo le mani che abbracciavano le ginocchia, nell’attesa del regalo più bello. Il mio batticuore tradiva ogni dissimulazione. Ero emozionata. Giacomo si è inginocchiato accanto a me. L’ orologio gli è scivolato un po’ dal polso. In quel momento è entrato nel mio angolo di estate.

– Sono riuscito a farti una sorpresa o mi hai mandato a quel paese per non averti più scritto?

Gli ho sorriso, perché se lo meritava davvero. Era molto bello da vicino. Ed aveva fatto una cosa speciale.

– Wow, sei tornato in ginocchio da me. Questa sì che è una storia da raccontare.

Image: Pixabay

Songs: Mahna-mahna – Muppets Show

  “In ginocchio da te” – Gianni Morandi

…Giacomo chi? #4

Riassunto della puntata precedente: quando decidi di scrivere un messaggio ad un numero di telefono trovato su un romanzo di seconda mano, ci sono due possibili conseguenze. O quel qualcuno ti ignora. O quel qualcuno ti risponde. Questa è la storia di una risposta.

È trascorsa una settimana da quando ci siamo inciampati addosso.

Giacomo ha accolto il mio azzardo, e oggi posso finalmente complimentarmi anch’io con me stessa. Per aver fatto una cosa assurda, fuori dal perimetro delle mie consuetudini e delle mie certezze. Mi sono piaciuta. E mi piace scrivermi con lui.

La cosa bella dell’epoca dei cellulari, è che puoi vivere una fiaba in differita senza il timore che arrivi la strega nera con la mela. Male che vada, lui scomparirà di colpo un mercoledì pomeriggio e megicabula tutto tornerà come prima.

Invece no. Giacomo c’è, eccome.

Alla mattina mi manda dei buongiorno freschi, sempre diversi. Ieri ad esempio ha scritto “Hi!” con i cucchiaini di plastica del caffè. Dall’immagine ho intuito che sotto c’era un piano d’appoggio blu. Ho iniziato così a fantasticare sui luoghi che frequenta. Il giorno prima invece mi ha mandato la foto di un “Come stai?” scritto su un vetro appannato. È mezzo artista e mezzo igienista dentale. È di Calderara di Reno, un paese in provincia di Bologna e ha quattro anni più di me.

Nemmeno al “Gioco delle coppie” sarei riuscita ad essere così precisa nei parametri.

Non lo nego, ci ho fatto un pensiero. Anzi, due. Ma con lui è facile. Non ci scriviamo di continuo, ma quando ci facciamo sentire, siamo molto presenti, soprattutto nelle domande importanti, Oppure in quelle sceme. Ad esempio il primo giorno gli ho chiesto se avesse idea del perché il suo numero fosse finito sopra quel libro di Nabokov. Mi ha risposto così:

– Ho due spiegazioni plausibili. O è opera della mia trasgressiva nonna materna triestina che si spara romanzi peccaminosi in quel vostro storico stabilimento balneare diviso tra uomini e donne… oppure sono un gigolò a buon mercato, visto che alle mie clienti è sufficiente vendere dei libri per pagarmi. In entrambi i casi valuterei seriamente se continuare a scrivere ad uno così.

Mi piace. Perchè è lontano da tutte quelle logiche banali e collaudate del “Cosa fai nella vita” oppure “Ti piace il cinema d’essai?”. Chissà com’è l’accento di quelle parole scritte.

È altrettanto sfizioso porgli domande inutili. Sono gavettoni di acqua gelida o bollente, in un gioco estivo tutto nostro. Nessuna logica, ma tanta, tanta voglia di sapere. Capisco dalla rapidità con cui mi risponde, che apprezza i miei quesiti che deflagrano come mortaretti. E allora partiamo da seduti, ma con la nostra migliore rincorsa nella testa.

– …Suoneria del tuo telefono?

– “Mana-mana” dei Muppet-Show. Tu invece che proponi?

– “In ginocchio da te” di Gianni Morandi.

– Nostalgica.

– No, ho solamente il “Dai che ce la fai!” dentro. Prima ingiustizia infantile?

– Mio padre che a 5 anni mi lancia dalla barca a remi in mare, per insegnarmi a nuotare. Sono quasi annegato. In compenso ho imparato al volo cosa vuol dire il termine “sopraffazione”. E che davvero “uno su mille ce la fa” (non io, non lì).

– Ti capisco. Io cerco ancora di stare a galla. In tutti i sensi.

– A chi lo dici. Ma adesso non temo più di essere sopraffatto.

– Segno zodiacale (domanda traccobbetto)?

– Non credo a quella roba (non ci casco!).

– Bravo. Numero di scarpe?

– 44 (o volevi sapere quante scarpe ho?). Comunque il tuo numero non te lo chiedo perché se no retrocedo per scarsità di cavalleria.

– Comico preferito? Io Eddie Murphy e Claudio Bisio.

– Aldo Fabrizi ft. Sora Lella. E poi Troisi.

– Buoni gusti. Bravo.

– Grazie 😉

Oramai sono telematicamente screanzata. Sto pedalando. Non mi fermo. E confido nell’ottimismo di Gianni Morandi.

– Sposato? Fidanzato? Friendzonato? Amante di qualcuno?

– 1) Una volta. 2) No 3) Chi non è stato friendzonato? 4) Non mi risulta

– E ora?

– Ora non più. E tu fanciulla, sei in qualche modo impegnata?

– Non mi risulta.

– Eh eh

– Chettiridi.

– Niente, pensavo ad una cosa.

Gianni, aiutami tu.

Images: Pixabay –  Muppet show

…Giacomo chi? #3

Riassunto della puntata precedente: Acquistare un libro di seconda mano, trovarci sopra un nome e un numero di telefono. Avere una discreta dose di incoscienza e scrivere un messaggio.


Ora, l’esordio.

Non è mica cosa da poco. Anzi, nei casi come il mio, è tutto. One shot, one kill.

Poverino, non so nemmeno chi sia e già studio come farlo fuori.

Decido di agganciarmi all’unica cosa che so di lui, ovvero la frase sulla ridimensionata ambizione di Dio nei confronti del mondo. Scrivo.

– Il mio progetto ambizioso di oggi era leggermi un libro sul molo. Ma sulla terza pagina di “Lolita” ci ho trovato il tuo numero di telefono e ho deciso di scriverti questo messaggio 😀 Spero tu non sia un maniaco e non pensi che io sia una strana. Non credo di avere altro da aggiungere.

INVIO.

Lo so, sono un disastro, troppa verità fin da subito. Ma credo che in un caso così fuori dalla norma, non abbia senso mentire. Né a lui, né a me. Così “mi invio”, con queste parole lineari e chiare. Nella mia foto profilo tocco con un dito, un ulivo secolare in Umbria. È una foto di un paio di mesi fa, mi piaceva perché sembravo una pin-up senza up. Praticamente un codice numerico da decifrare.

Una cosa è vera però. Quando mandi un messaggio di questo tipo, ipotechi il tuo immediato futuro nell’attesa di una risposta fragorosa. L’ho scoperto il secondo dopo aver premuto il triangolino di invio. Ora me ne vado da questo molo, non riesco a stare ferma. Il tempo farà il resto.

CHE DISASTRO. Sono passate più di due ore dall’invio e non c’è ancora stata nessuna visualizzazione. Avrà sbirciato nell’anteprima e in questo momento starà contattando il garante per la privacy. Anzi, con la fortuna che mi ritrovo, sarà lui stesso il garante della privacy. Lo sapevo, adesso verranno a prendermi i carabinieri, stile Pinocchio. Altro che “la vita, la bicicletta e non fermarsi per non cadere ecc”. In carcere avrò ben un’ora d’aria per passeggiare col libro in mano e leggere le prigioni di Pellico. Tra un’ora ho lezione di yoga e dopo forse mi butto dal balcone.

Non so bene il perché io mi sia iscritta a questo corso di yoga. La mia amica Serena dice che da quando lo pratica, tutto le riesce più facile. Realizzo che a me forse da adesso riescono più semplici le figuracce. Dopo la tortura delle posizioni del bambino, del cane e del piccione, penso di aver interpretato per bene un’intera fiaba di Andersen.  

Durante la lezione Serena era tutta concentrata, sembrava stesse ritualizzando se stessa. Vorrei riuscire ad approcciare anch’io le cose in maniera totale. Invece mi riservo sempre una via di fuga, quasi a temere la catastrofe. In realtà le tragedie migliori le apparecchio quando sono consapevole e razionale.

Nello spogliatoio chiacchieriamo. Non le dico nulla di come mi sono incasinata da sola oggi pomeriggio. È lei però, a stupire me:

– Non mollare, mi raccomando!

Come può essere, mi ha letto nel pensiero? Anche questi sono gli effetti dello yoga ben praticato?

– Scusami?- sbrodolo incredula.

– Lo yoga. All’inizio è complicato, ma poi è come andare in bicicletta!

Ok, adesso ne ho abbastanza.

– Va bene, va bene ho capito, non mollo, non ti preoccupare!

– Caspita, ma ti sei arrabbiata?

– No, non vedi che continuo a pedalare? Sono qui, no? Senti piuttosto…

– Sei strana oggi… Dimmi.

– Quando si può parlare di molestie? Nel senso di tormentare una persona?

– Oddio, chi ti maltratta? Andiamo subito alla polizia!

– Ok, lascia perdere! Ci vediamo martedì!

Immagino che la polizia verrà da me senza che io la chiami. Infilo rapidamente la seconda scarpa e agguanto il cellulare dalla borsa.

Serena mi legge la fretta negli occhi e rincalza d’urgenza:

– Ti telefono dopo!

Tre messaggi su WhatsApp. Uno è di Giacomo. Volo via verso la curiosità di quella notifica che aspetta solo me.

Scendo in strada, mi rifugio accanto alla vetrina di un negozio di animali, con le calopsiti che mi guardano di traverso. Tocco lo schermo del telefono nei chakra giusti.

– Donna coraggio. E non ho altro da aggiungere 😉

Sollievo! Non è indignato.

– Dici? Forse era meglio se mi facevo i fatti miei. O no?

– Da quello che ricordo, Lolita non era proprio una santa, e nemmeno il suo amico professore. Trovarmi tra quelle pagine poteva non essere un’ottima presentazione. Eppure.

– Sarebbe un complimento?

– Lo è, in effetti.

Da quel giorno, è cambiato qualcosa. Giacomo è diventato come la stracciatella. La cioccolata croccante che all’improvviso dà gusto alla tua giornata.

Images: Pixabay

…Giacomo chi? #2

Riassunto della puntata precedente: Comprare un libro di seconda mano in una libreria. Trovarci sopra un nome e il suo numero di telefono. Prepararsi all’impatto.


Insomma, noi tre siamo qui.

Giacomo -o meglio, la sua insensata sequenza numerica-, Nabokov ed io.

Brutto affare.

Pensiero logico: un numero di telefono è di chi lo riceve in modalità consenziente.

Pensiero emotivo: chi sei Giacomo? Perchè c’è il tuo numero su queste prime pagine? Sei uno di quelli che chiede “Che fai nella vita?” oppure azzardi un meraviglioso “Qual è il primo ricordo che hai di quando eri piccola?”.

Era meglio se compravo un romanzo di fantascienza. Ho deciso, leggerò Marquez. Così nel frattempo mi dimenticherò di questa idea balorda.  Provo ad addentare il primo anno di solitudine, così forse mi distraggo. Ma le frasi sono briciole sulla tovaglia: si sparpagliano e perdono il loro senso. Coraggio, ci devo riuscire, non sono mica una ragazzina che sviene lanciando un peluche al concerto degli One Direction (ma esistono ancora?).

La tentazione mi tira la maglietta. Lo sapevo. Ho passato il tempo tra complotti insaccati nelle parentesi, il tutto per attenuare la mia frenesia. Oramai devo fare questa cosa.

Salvo il numero sul cellulare e spulcio la foto su WhatsApp. Lo so, non sono il detective Conan, ma questo passa il convento. Magari è un numero inesistente. O di un anziano in pensione. Oppure è il contatto di un rappresentante di sanitari. Insomma, la solita delusione legata ad un mio affezionato infruttuoso destino.

Bene, lo faccio. “Ma quanti 8 in questo numero…” ammicca il mio cellulare. L’infinito che si dilata davanti alla mia curiosità donnesca.

Fatto. Ora andiamo a stanarlo. La misericordia ha il sopravvento su di me: è registrato su WhatsApp, quindi non è imprigionato nel Rinascimento. E ora momento topico: la foto.

Primissimo piano su un paio di occhi neri trincerati dietro degli occhiali squadrati e sottili. Un’espressione corrucciata che racconta un principio di disappunto nelle linee di espressione disegnate sulla fronte. Un ciuffo di capelli neri sul sopracciglio sinistro. Sfondo color grigio novembre.

Carina ‘sta foto. No esibizionismo. No narcisismo. No limits. Potebbe avere trent’anni o giù di lì.

Ora, lo status. Se ha qualche motto latino, prometto che lo cancello all’istante. Anzi, mi cancello io da questo pomeriggio di euforia adolescenziale.  E invece Giacomo sorprende tutto il molo con poche parole, anche queste squadrate come i suoi occhiali: “Dio non è morto. È vivo e sta lavorando a un progetto meno ambizioso.”

Giacomo, eri on line ventitrè minuti fa. Ed io ora ti scrivo. Perché da quando ho comprato questo libro, so che sono montata in bicicletta e se ora smetto di pedalare cado io, ma cadi pure tu.

Image: Pixabay

…Giacomo chi?

– “Cent’anni di solitudine” oppure “Lolita”? – Il mio labiale interrogò la mia mente.

Forse l’inizio dell’estate 2017 era un buon momento per giustificare un azzardo letterario. Quella libreria era piccola e fragile, come le pagine dei libri che conteneva. Scaffali e spine dorsali di tomi ingialliti dominavano lo sguardo dei rari clienti. L’aria sapeva di tappeto mai sbattuto. Un negozietto -insomma- di quelli nascosti tra le pareti scarabocchiate delle case del centro storico. Entrare in una libreria che vende libri di seconda mano mi aveva fatto tornare indietro di una ventina d’anni, come quando ero una studentessa delle superiori e alle prime piogge di fine estate andavo a fare scorta di conoscenza a buon mercato. Per qualche motivo deciso dal fato, credevo di trovarmi in un posto speciale. Un luogo per pochi eletti che -nel caso- avrebbero saputo apprezzarne anche le mancanze. E dire che nell’intimo provavo un paradosso a dir poco etico a proposito di libri già posseduti da altre persone. Igienicamente parlando mi facevano senso. D’altra parte mi piaceva immaginare chi ci avesse fantasticato addosso. Insomma, anche se piene di microbi, mi attraevano le storie che avevano avuto altre storie prima della mia.

La proprietaria della libreria era una donna sui sessanta, affilata e pensosa. Aveva una camicia con i bottoni a forma di roselline e due occhi sfioriti e rassegnati alla protratta mancanza di sorprese. I codici ISBN probabilmente, le avevano annientato la mimica facciale. Quel giorno l’avrei sorpresa io forse, con ben due acquisti, risultato di una drammatica indecisione. Magari un giorno glieli avrei riportati per rivenderli. Anzi no, non credo proprio. Una volta letto un libro, quello mi apparteneva per sempre. Ero un’aguzzina della sintassi d’autore.

Ho preso entrambi i romanzi e sono andata alla cassa.

– Buongiorno. Prendo questi due.

Silenzio. La signora smilza non ha cambiato nemmeno per un attimo espressione.

Di certo non sarei stata io l’emozione che avrebbe dato un senso alla sua giornata in libreria. Mentre aspettava l’emissione dello scontrino però, dalla bocca le è caduta una frase.

– La vita è come andare in bicicletta – ha detto – cadi solo se smetti di pedalare.

Sono rimasta lì, ferma. Ero a piedi e senza bici. Forse solo per questo non sono caduta. Ho accolto il suo pensiero solitario, in un’atmosfera complice solo per il fatto di condividere quella situazione di moderno baratto.

– Ma se non sai dove andare, va bene lo stesso?

Mi ha guardato come se le avessi chiesto se ieri sera aveva visto la partita della Nazionale.

– L’importante è prendere una direzione. Poi la strada ti dirà se stai facendo la scelta giusta.

Ho preso la sua risposta e l’ho messa nel sacchetto di plastica assieme ai libri.

– Grazie – per un attimo mi sono impigliata nel suo sguardo appassito -, e arrivederci.

– Arrivederci.

La giornata era bella, ancora non troppo rovente da desiderare prematuramente che finisse l’estate. Mi sono diretta sul molo. Volevo un aggancio con la terra e nel contempo un azzardo di blu.

Ho sempre pensato che la lettura ti facesse diventare schizofrenico. Forse un giorno anch’io avrei aperto una libreria.

Il molo era colonizzato da ragazzetti licenziati dai doveri scolastici. Qualche anziano ambulante alzava la media dell’età. Io come al solito non sapevo da che parte stare.

Mi sono seduta sul bordo, a ovest, per tre quarti a favore di luce. Qualche nuvola spensierata concedeva respiri d’ombra ed era tutto sommato piacevole.

Ho preso Màrquez e l’ho sfogliato a ventaglio. Mi ha leggermente rinfrescata. Ho afferrato poi il trasgressivo Nabokov, spulciandolo invece dalla copertina. Prime pagine di cortesia bianche. Oppure no. Una piccola scritta a matita: un numero di cellulare e un nome, Giacomo. Ah però. Chi diavolo sei Giacomo?

A breve scriverò la seconda puntata, ma mi piacerebbe sapere cosa fareste voi. Quindi, vai col sondaggione!

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Burrocacao

Non mi hai dato il permesso di amarti, perciò adesso sono qui a raccogliere da terra i miei stracci.

La saponetta al miele che mi hai regalato al mercatino di Natale è sempre sulla mensola del bagno, accanto alla pila di asciugamani belli. Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla dalla sua confezione. Usarla, sarebbe come dare il nulla osta affinchè il mio amore si consumi con lei. Invece voglio farlo durare anche se so bene che non mi vuoi. È il mio patetico modo di preparare le briciole per l’inverno.

Guarda che io l’ho capita questa cosa. Non ti chiedo di spiegarmela più. Ma devo ancora farla comprendere al mio cuore perché a lui non gliene frega niente se sei stato cortese e mi hai chiesto “scusa” mentre mi rimettevi educatamente il cuore in tasca. Penso invece a quel pomeriggio di novembre. Ai sassi che scrocchiavano sotto in nostri passi, mai sincronizzati, e per questo così reali. Ricordo ancora il profumo rassicurante del burrocacao che in un gesto tanto inutile quanto necessario baciava le mie labbra al posto tuo. Allora mi appostavo in un angolo di me per sbirciare tra i tuoi sorrisi, che rimborsavano sempre le mie attese di te.

È finito il tempo del batticuore, e ora mi capita spesso di annoiarmi. Allora per ingannare i minuti, inizio a giocherellare con crudeltà con il mio cuore e provo ad immaginare come sarebbe stato il nostro primo Santo Stefano assieme. Quando la ribalta dell’arrosto di Natale è oramai finita e ciò che resta della giornata viene avvolto nella carta stagnola. Allora realizzo che probabilmente noi siamo gli avanzi di una festa che sul calendario non esiste. Arrotolo quindi le maniche della camicia e brindo a me con con un succo alla mela. Il mio silenzio è la più grande conferenza stampa sulla devozione che ho per te. La tua assenza invece, la più grande dichiarazione della vita che continua.

Oggi so che è una giornata diversa.

Come nelle migliori fiabe 2.0, ecco la svolta da cotta scolastica che tanto aspettavo: stamattina hai cambiato la tua foto profilo su WhatsApp.

L’immagine dell’orologio fermo alle due e mezza ha ceduto il posto ad un vostro ritratto. Tu e lei, schiena contro schiena, sfidate l’obiettivo e sorridete profeticamente al futuro. L’ho guardata. L’ho vivisezionata. Ho cercato un nuovo status che l’accompagnasse. Mi serviva disperatamente la frase finale del romanzo per chiudere questo libro.

Non c’era scritto nulla, ma io avevo già preso la penna per firmare il mio armistizio. Poi in un solenne silenzio procedurale,  ho deposto la mia baionetta di carta nel cassetto.

Finalmente potevo diagnosticarmi un quarto d’ora di infermità mentale e cardiaca e allora ho fatto una cosa da manicomio per innamorati respinti. Ho frugato nella mia borsetta in cerca di un burrocacao. L’ho trovato. Si era nascosto per bene, tra le chiavi e i fazzoletti. Un residuo bellico, per essere più bella. Siamo entrati in contatto. L’ho aperto con un gesto pensato e lento. Lui mi ha lasciato fare, arreso alla mia temporanea incapacità di intendere e volere. L’ho osservato. Era lo scarto della sua stessa storia. Solo un bossolo ormai, esploso in tempi migliori. Era così simile a me. Per questo col palmo ben disteso ho iniziato a disegnare sulla mano sentieri rosati sulle linee della vita, della fortuna, dell’amore. D’un tratto ero una chiromante senza più bugie da raccontare. Poi ho proseguito in questo rituale privo di senso e di sensi e mi sono spinta sulle dita, indugiando sulle nocche e sulle unghie. L’ho consumato tutto. Poi con la mano spalancata ho ammirato il mio capolavoro per un po’. Sapevo che non l’avrei rifatto. Per questo l’ho osservato bene.

Mi sono diretta in bagno ed ho scartato quella saponetta. Ho strappato l’involucro. All’inizio ha fatto resistenza. Era come se avessi interrotto di colpo il sonno di un neonato sazio e pulito. È bastato però solo qualche istante di gesti mirati per assecondare quella mia follia. Ho aperto il rubinetto ed ho lasciato scorrere l’acqua assieme alla mia vita. Mi sono insaponata le mani. I polsi. Sono arrivata agli avambracci bagnando gli orli della camicia e poi ho riempito di schiuma il mio viso, i miei capelli, la nuca. Ho sgocciolato e inzaccherato lo specchio. Il pavimento. Il tuo ricordo.

Mi sono sciacquata. Ho afferrato un asciugamano bello, uno di quelli che non uso mai, per non rovinarlo. L’ho profanato affondandoci il viso. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio, quello mi ha guardato e mi ha sussurrato “Tu sei pazza”.

La saponetta invece l’ho buttata. O lei ha buttato me, non ricordo.

Mi sono tolta la camicia bagnata e ho indossato la mia maglietta della “Seven Up”. Poi mi sono seduta in terrazzo: era una bella giornata e ne ho approfittato per far asciugare i capelli al sole, mentre bevevo ciò che era rimasto di quel succo alla mela.

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Freeway

Carezzevole il fiume scorre e va

Oggi graditissimo ospite sul blog, Davide Calabrese, membro triestino degli Oblivion, nonchè attore, regista, cantante e molto molto altro. Ebbene sì, in un giorno di luglio, con temperature da Fiat Punto nera lasciata al sole, gli ho chiesto se avesse voglia di dare un suo contributo a questa disgrazia di blog. Contro ogni mia previsione ha accettato la proposta senza alcun indugio.  L’ho rivisto di persona dopo ben 25 anni ed ho pensato che è proprio bello quando la bravura e l’umiltà si fondono in una risata sincera. Che altro dire quindi? Ecco qui il suo racconto, “Freeway”: catadiottrico e metropolitano come lui. Assolutamente da leggere, accompagnato da una familiare di Peroni gelata e rutto libero.  Grazie Davide!


“Ma che è? Inverno?”.

Cerco di non dare confidenza, sorrido e guardo se ci sono spazi disponibili. La misantropia va sistemata prima di qualsiasi bagaglio. Certo, in vacanza tutto funziona meglio: di solito appena arrivato compro una copia del Times e la tengo sottobraccio per tutta la permanenza. L’unico modo per tenere lontani gli altri turisti italiani in cerca di una partita a racchettoni. In un treno però tutto diventa più difficile. Mi siedo e respiro profondamente mentre a sinistra un manager in abito blu si libera dal raffreddore partorendo dal naso. Un buon inizio. Inutile dire chi urla, urlano tutti. Urla la vecchia al telefono per dire che è partita, urla l’altoparlante di Trenitalia invitando a gustare il menù del giorno, urla il controllore declinando ogni responsabilità per il freddo e urla il manager. Quest’ultimo è l’unico giustificato in quanto intento a dare alla luce una nuova vita. Un profumo dolcissimo attraversa le mie narici. Vorrei essere Hannibal Lecter per stupire la riccioluta adolescente che sta prendendo posto di fronte a me rivelando la marca del suo profumo. Ma ho i turbinati congestionati. Un vagone di rinopatie. Non sono Lecter, sono Franco dei Ricchi e Poveri. Una suoneria urla un brano degli Yes. Nessuno risponde. Di chi sarà questo telefono? Davvero un intenditore. La ricciolina si guarda attorno infastidita. “Sono gli Yes, chiudiamo un occhio!” esclamo con sicurezza e sorriso di chi la sa lunga. “Sa se funziona il Wi-Fi?” replica disinteressata. Mi da del Lei. Beh, certo. Potrei essere suo padre. La ragazza sarà nata all’epoca di Pulp Fiction. E in quell’anno ero in piena attività non protetta. Incosciente e impavido. Stagione di salto delle quaglie. Che tempi. Anzi no.

“Wi-Fi su Trenitalia? Ma non sa che tutto quello che finisce in “Italia” funziona sempre male? Alitalia, Equitalia, Trenitalia…” e rido come quello che la sa ancora più lunga. La saprò anche lunga, ma non fa ridere. Qui non si ride un minuto. Voglio morire. La ragazza senza capire in tutta fretta apre la borsetta per prendere le cuffiette: il telefono vibra. “Ca**o, la call!” “Audace, usa paroloni la ragazzina” penso mentre sto per valutare l’arrivo dell’ostetrica per il manager che ha rotto le acque. “Enrico, ti chiamavo io. Oggi il Mentor me la deve far per forza la Formazione oppure mi compromette il design dello speech”. Tutto quello spreco di dativo etico mi fa collocare la ragazza in Lombardia. Comunque non capisco. Sono io il pugliese che a Hurgada vorrebbe chiedermi di giocare a racchettoni. “Eh, bello che la vostra generazione sappia le lingue. Noi imparavamo l’inglese con i video musicali di Emmetivù. Avevamo solo quel canale.” Vero niente, ma fa tanto anziano che ha fatto la guerra. La ragazza mi guarda ma è più preoccupata per il fatto che la telefonata si sia interrotta. “Sono le gallerie, signorina. Facciamo i treni veloci e poi non riusciamo a far funzionare i telefoni. Questa è l’Europa, secondo lei? Io mi sono comprato il Teledrin. Molto più rilassante. Quando scendi dal treno guardi il numero e ritelefoni. Lo vendono ancora, sa? E l’ho comprato”. Non capisco cosa mi stia succedendo. Temo di aver contratto un tipo di deficienza virale che mi fa pensare come Di Maio e parlare come Mengacci. “Nessuna galleria purtroppo: mi è caduto l’apparecchio mentre scendevo a Tiburtina. Non si sente più”. Lei vorrebbe il mio telefono. Un brivido ingiustificato percorre la schiena. “Tenga…” sussurro sudando brina. La riccia compila il numero di Enrico e riparte: “Ti dicevo, solo i Leader delle Unit. Sono sei minuti al massimo, una sorta di Ted che analizzi il Network e il Product Placement in base al Customer Profile. Come “qual è il Product Placement? Che domanda è?”. Sembra un testo di Max Pezzali ma non faccio in tempo a pensarlo che la ragazza si scusa attraverso un improvvisato linguaggio dei segni e corre in bagno parlando.

Aiuto. Faccio mettere le mani sul mio telefono ad una ragazzina del ’94. Ora starà scambiando l’ordine delle mail, cancellando app, cambiando l’ID Apple o addirittura caricando in rete il video di “Perchè l’hai fatto” con me e Paolo Mengoli a Lido di Volano. Sono terrorizzato. Per fortuna il miracolo della vita sta avvenendo alla mia sinistra. I fazzoletti Tempo sono finiti e ormai qualsiasi cosa è buona per fermare la placenta nasale. Siamo alle salviette umidificate Trenitalia. Il manager si commuove ma io sono teso. La ragazza ha in mano il mio telefono. E se curiosasse nella cronologia e scoprisse la mia passione politica per Tabacci o i video hard “Nani contro camionisti”? E se pensa che sono gay solo perchè ho la sigla di Grey’s Anatomy come suoneria? Sono davvero a pezzi. Ridatemi il telefono. La vecchia dietro di me ancora urla luoghi comuni. Furba la vecchia, lei il telefono col cavolo che te lo da. L’attesa è insopportabile. Arriva una hostess che con accento di Tor Bella Monaca mi chiede se dolce o salato. “Non so rispondere”. Il mio telefono non torna e miss Mediolanum si è chiusa nel cesso. Sono un uomo in preda al panico. Controllo tre volte le valigie, mi complimento con il manager per il peso partorito, fumo un sigaro con lui alla prima stazione, schifo la vecchia senza un motivo vero e mi reco deciso di fronte alla porta del bagno. Risoluto esordisco con: “Scusi, il mio telefono!”.

Niente più signorina, niente più telefono, niente. Bagno aperto e vuoto.

Lo sconforto accompagnato da un’improvvisa e preoccupante simpatia per Giorgia Meloni. Una ragazzina mi ha ciulato il telefono. Lì dentro avevo tutto. Numeri, password, foto. L’intero video della reunion dei Beehive con Pasquale che canta “Baby, I love you” indicandomi. Perso tutto. Non bisogna attaccarsi alle cose materiali, penso e scendo. Pensieroso. Non è una questione di soldi, dovevo cambiare quell’apparecchio visto che non so come si aggiorna, ma è il gesto. Mi sono fidato di una persona sbagliando. Mentre sto per uscire da Centrale una mitragliata di tacchi alle mie spalle. “Eccola, l’ho trovata! Il suo telefono! L’ho cercata inutilmente sul treno. Posso offrirle un caffè?” Il mio sorriso abbraccia tutti i binari, accetto di buon grado e al bancone del bar le racconto tutto il mio terrore fino alla fine. “Molto divertente davvero, certo che Lei di film in testa se ne fa tanti!” “È la mia generazione”, rispondo. “Ci hanno cresciuti raccontandoci che il genere umano si divide tra chi ha il contorno viola e chi no e che basta un abbraccio per cambiare casacca”. “Ora intuisco il perchè dei suoi acquisti. D’altronde è il mio mestiere. La saluto e grazie ancora”. Ringrazio e rifletto sul perchè la giovane economista abbia abbinato l’Aids al Teledrin. Drin. Drin. Un sms annuncia il suo arrivo e noto in prima schermata un messaggio di ventisei minuti prima. “Amazon: Il pacco Magnum da cento pezzi di Settebello ritardanti è in consegna”. Più chiaro ora il concetto di Product Placement?

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Kiss, first. #10 (ending!)

Riassunto della puntata precedente: Anna torna a scuola dopo la notte in ospedale con suo padre. Durante l’intervallo va a cercare Filippo e lo trova in biblioteca.

– Lascia perdere. Non andare da lei.

Carolina è amara ma serena: è diventata la saggia voce fuori campo di un film sull’adolescenza.

Matteo, all’apice della scala del III piano del liceo ha i piedi in un precario quanto miserabile equilibrio. Ma si volta, con una calma del tutto inaspettata. La stessa che ha scoperto nel passo di Anna, mentre saliva ai piani alti per andare da “quel” lui. Da Filippo.

Lì dietro le quinte, Matteo si ritrova negli occhi azzurri e nei capelli infuocati di Carolina. Questa premura nel ricordargli cosa non fare, è però del tutto inutile.

– So bene cosa non devo fare, non ti preoccupare.

Matteo sfiora in silenzio il corrimano della scalinata con le dita. Sembra voler prendere dimestichezza col dolore. Rabbonirlo con una coccola. E tutto questo perchè ha capito di aver perso la sua occasione.

– Per favore, non dirle che l’ho seguita per vedere se andava da quel tipo.

– Io non ho visto niente.

Carolina gli offre il suo sorriso di consolazione. Sapendo bene che non esiste un sorriso che possa guarire un dolore d’amore.

Matteo inizia la sua discesa. Ogni gradino, un nuovo attimo senza più un’idea.

Costeggia l’immobilità di Carolina, e le regala la sua scia di composta tristezza. E lei trova delle parole che non sapeva di avere dentro di sé, fino a quel momento.

– Non ci sto provando con te. Non sei nemmeno il mio tipo. Ma se hai bisogno di parlare, usami pure.

– Grazie, ma sai che noi maschi non parliamo mai delle cose che per noi sono importanti.

– È vero, ma potreste sempre scegliere di fare questo passo verso voi stessi.

Forse questa era la frase che Matteo aspettava da una vita. Quella che parte dall’abbandono della sua famiglia ad opera di suo padre. Quella che arriva in silenzio su quei gradini di pietra oramai consumati da un secolo di liceali innamorati.

– Grazie… Carolina.

– Dai, torniamocene in classe – un altro sorriso – che questo è il piano dei poveretti “senza estate”. Non ci posso credere, che tra due anni tocchi a noi!

– Che dici, vogliamo smetterla con le brutte notizie?

– Hai ragione! Senti, hai intenzione di disintegrare la strega di latino anche oggi?

– In realtà non faccio nulla di che. È lei che collassa su se stessa. Io le dò solamente la spintarella finale – pausa di ragionamento -. In effetti sono un gran bastardo.

– Dai. Non sei così male.

– Allora se non hai paura di andare alla tavola calda con uno screanzato come me, ci vediamo alla fine delle lezioni. Ti aspetto accanto al busto di Leopardi.

– Sarà un gran momento per quel marchigiano.

– Puoi dirlo forte.

La luce nella sala di lettura era davvero il compendio di tutti i colori. Che si potevano vedere negli scaffali, nelle vetrate. E poi negli occhi di Anna e Filippo.

– Le tue compagne di classe mi hanno detto che eri qui. Sono state carinissime.

– Lo posso immaginare.

La pagina del libro si era chiusa, senza il segno per ritrovare il punto esatto. Una partita persa, insomma. Ma Filippo voleva parlare.

– Come sta tuo padre?

– Lo hanno operato. Un problema respiratorio. Comunque si riprenderà.

– Mi fa davvero piacere.

– Volevo ringraziarti per ieri. Sei stato molto gentile. Io invece ti ho trattato come un delinquente.

– Non devi scusarti. Se avessi una figlia della tua età vorrei che si comportasse come te.

– Caspita, che pensiero da adulto…

– Già, devo smetterla di ragionare come se fossi mio padre.

Anna aveva deciso di avvicinarsi. Filippo fece lo stesso, e si alzò da quella oramai inutile sedia.

Poi lei si fermò, accanto alla finestra. Quella con le vetrate enormi ed indiscrete. Lui con la mente era già accanto a lei. Altri tre passi fecero il resto.

– Cosa leggevi quando sono arrivata?

– “Il vecchio e il mare”di Hemingway. Ecco, adesso penserai davvero che sono un anziano.

– Non l’ho mai letto. Di cosa parla?

– Di una sfida contro il mare. Contro le opinioni della gente. Contro se stessi. Mia madre mi ha insegnato ad osare, quando credo in qualcosa. Poi la vita mi rivelerà se ho fatto bene oppure male. Per i pochi anni che l’ho avuta con me, mi ha insegnato questo.

Filippo ha trovato un suo spazio, appoggiando il suo fianco alla parete vicino alla finestra. Anna invece ha accolto la notizia della madre di Filippo facendosi illuminare dalla luce quasi primaverile di metà mattina.

– E quindi ora sai perché ti stresso con i miei interventi fuori luogo. Forse in questo non c’è nessuno più immaturo di me. Ma non temo nessuna circostanza sfavorevole. Ci voglio provare. Perché tu hai la forza negli occhi. E non hai bisogno di me. Per questo mi piaci.

– E tutte le ragazze che ti vengono dietro? E quella della festa di Natale?

– Hai ragione, non sono un santo. Ho avuto diverse esperienze, ma nessuna finora che possa essere definita “amorevole”. Non sono interessato affettivamente a nessuna delle ragazze con cui sono stato.  E sono sicuro che sia la prima volta in cui faccio un discorso di questo tipo ad una donna.

Lo sguardo di Filippo aveva presidiato il viso di Anna e fu in quel momento che entrò nel sogno che lei avrebbe fatto quella notte. Lui era davvero bellissimo nella forza della gioventù che non teme lo sbaglio, nè il fallimento. I suoi capelli biondi a soqquadro avevano di colpo acquistato un loro senso e una loro prospettiva. Quegli occhi chiari e sinceri dicevano esattamente quello che il cuore e la testa avevano pattuito, in un’ottica di reciproca onestà.

Lei lo osservò. Lo ascoltò.

Ispezionò con grazia ed attrazione soprattutto quei suoi sguardi. E sentì che era ciò che voleva in qualche modo provare anche lei. Perciò in cuor suo lo ringraziò per essere stato così costante, determinato, ostinato.

Gli piaceva, perché gli aveva detto la sua verità. Lei poteva credergli o meno. Forse la vita da quel giorno in poi avrebbe rivelato la serietà di questa scelta. O forse no. Ma oramai non era più in grado di decidere col distacco del mercante, perché lui aveva abbandonato la tana della parete e le aveva preso le mani inondandola di azzurro.

Fu a quel punto che lei capì.

Che non c’è un motivo per non fare ciò che il cuore ti sta urlando. E così strinse quell’intreccio di mani e raggiunse in punta di piedi il viso di lui.

Con gioia ed un raggio di sole, lo baciò.

Una volta, due volte.

Poi lui la accolse nelle sue spalle e non la lasciò più.

C’è da dire che la campanella della fine della ricreazione era suonata quando Filippo aveva iniziato a parlare di Hemingway.

Ma ad entrambi non era importato più di tanto, perché avevano capito che quello era un attimo di liceo che capita una volta nella vita e se l’erano preso e basta.

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Kiss, first. #9

Riassunto della puntata precedente: Il padre di Anna viene ricoverato d’urgenza e lei apprende la notizia quando è con Filippo. Lui si offre di accompagnarla in ospedale in macchina. Lei, suo malgrado, accetta per guadagnare tempo…

L’aria fresca di marzo solleticava i vecchi infissi della scuola. Le venature marmoree dei corridoi seguivano naturalmente il flusso delle storie, degli amori, delle amicizie.

Nelle aule, le grandi finestre ottocentesche regalavano squarci di cielo azzurro e briciole di desideri. La lezione di latino sembrava eterna. Eterna come la sua storia. Carolina era incastrata in quell’azzurro così lontano ed i suoi occhi percorrevano i contorni a singhiozzo delle nuvole che lentamente si disintegravano, per poi riformarsi, all’infinito. Pensava ad Anna, a suo padre e a quel messaggio che le aveva inviato il giorno prima.

– Sono all’ospedale, hanno ricoverato mio padre. Parlano di pneumotorace, ma non so nemmeno cosa voglia dire. Era al lavoro e non riusciva a respirare. Hanno chiamato l’ambulanza e l’hanno portato d’urgenza al pronto soccorso.

– Davvero Anna? Cacchio, potevi chiamarmi subito!

– Ce l’ho fatta lo stesso.

– Sì, lo so tu ce la fai sempre lo stesso. Vengo lì?

– Lascia stare, sono qui con mia madre.

– Va bene, fammi sapere presto qualcosa.

– Ok.

Anna si arrangia. In qualche modo, ce la fa sempre.

La porta scura dell’aula, che si apre.

Ed ecco proprio lei, la sua amica che entra alla seconda ora, dopo aver passato la notte in ospedale. Sul suo viso la stanchezza della mezzanotte, della una e pure quella delle due di notte.

Anna consegna alla prof.-strega la giustificazione d’entrata posticipata e va a sedersi al suo posto, che di colpo si riempie di tutto ciò che lei ha vissuto in quelle ultime ore. Carolina la aggancia con gli occhi e con il cuore. Dal fondo dell’aula, Matteo la guarda. La abbraccia. La bacia. Le chiede come sta. E tutto questo senza muoversi né dire una parola.

Carolina non può aspettare e subito va dritta al sodo:

– Come sta?

– L’hanno operato ieri sera. Deve rimanere sotto osservazione, ma ora va meglio.

– Sono contenta!

La prof. alza sensibilmente la voce proclamando un nuovo paradigma latino. Lo fa per rimettere a posto l’acustica dell’aula. E Matteo, mosso dalla rabbia, dall’avversione all’adulto o semplicemente per la noia dell’età, non fa tardare la sua replica.

– Prof, lei sa come si dice “empatia” in latino?

La prof. non capisce. E questo oramai l’abbiamo capito anche noi, che leggiamo questa storia da dicembre.

È arrivata la parentesi della ricreazione, troppo preziosa per non fare questa cosa.

Anna lascia Carolina a bocca asciutta, e se ne scappa al piano di sopra. Sa che ha un principio di occhiaie e una coda di cavallo che tradiscono un sonno arido e un risveglio faticoso. Ma deve andare in V B. I piani alti. La porta dell’aula è la seconda nell’ordine, accanto alla sala di lettura. Si avvicina alla soglia dei futuri maturandi. Un po’ di emozione, passi più corti e sguardo prudente. Si affaccia all’ingresso e lo cerca. Squadra al volo tutte le capigliature bionde, ma non c’è corrispondenza con la sua idea. Allora si fa coraggio e si rivolge a due ragazze che stanno chiacchierando nel corridoio. Una è seduta sulla cattedra del bidello, l’altra le è di fronte ed è la prima che si volta verso Anna e il suo sguardo da piccola fiammiferaia.

– Scusate, sto cercando quel ragazzo alto con i capelli biondi e mossi.

La ragazza in piedi la squadra subito e la condanna altrettanto presto; il tutto con la proverbiale solidarietà femminile dettata dall’invidia.

– Guarda, mi sa che non sei l’unica a cercarlo. Dovresti metterti in fila.

– Scusami? – la purezza di Anna è a volte disarmante.

Ma è l’altra a rincarare la dose.

– Filippo c’è e non c’è. Se ti piace l’idea di essere un led ad intermittenza…prendi il numero.

Lo sguardo di Anna si fa meno fiabesco e più da donna. Nonostante i suoi diciassette anni.

– Grazie lo stesso, siete state molto gentili.

Le due scope in jeans skinny rimangono così, secche e vuote. Come prima.

Anna percorre a ritroso la strada verso la sua classe. Si dirige verso la scalinata neoclassica con quelle colonnine a forma di birillo che sembrano un inno allo strike. E forse perché proprio in quel momento lei si sente come un birillo scaraventato a terra.

Passa davanti alla sala di lettura. La strada del ritorno sta già per diventare un ricordo. La porta aperta, e quell’improvviso abbozzo di sagoma che le ricorda il parcheggio, le scale, la festa di Natale.

È Filippo, che se ne sta da solo seduto alla tavolata centrale, un libro sotto gli occhi, lo sguardo in una storia. Lei lo riconosce e in lui rivede anche la se stessa di ieri pomeriggio. Lei che aveva paura. Lei che non è rimasta sola. Perciò decide di entrare. E lui solleva lo sguardo verso di lei, come se fosse la prima volta in vita sua.

Lì fuori, invece c’è Matteo. È rimasto immobile, sulla scala. A metà tra se stesso e ciò che vorrebbe. Vede Anna entrare in quell’aula, ma capisce che deve fermarsi. È questione di empatia.

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