Daniel LaRusso ha vinto

Daniel LaRusso arriva dal New Jersey e indossa scarpe Nike.

Daniel ha perso il papà quand’era piccolo e deve spingere la macchina di sua madre quando non si mette in moto. Si è trasferito da poco in un quartiere popolare di Los Angeles e se ne vergogna ogni volta in cui gli chiedono dove sia la sua casa.

Ama il karate, ma finora l’ha studiato solo dai libri. Chiunque sa che non si può imparare il karate dalle figure e dalle frasi col punto a capo. Ma il destino e degli sceneggiatori attenti vogliono che nel suo palazzo oltre alle pareti ammuffite ci sia un uomo mite che effettua le piccole riparazioni condominiali. È nativo di Okinawa e ha provvidenzialmente appreso l’arte del karate da suo padre. Ha fatto la II guerra mondiale ed è stato pure in Vietnam. Un giorno aggiusta a Daniel il rubinetto della cucina. Poi la sua bicicletta. Infine l’autostima. Si chiama Miyagi. Per noi sarà sempre il maestro Miyagi.

Daniel è onesto ma è uno scavezzacollo. Bello ma inquieto. Ci sa fare con la vita, ma è la vita che non gli lascia fare l’eroe buono. Per cui si ritrova spesso nei guai: con i bulli della scuola prima, con dei tizi rancorosi di Okinawa poi. Di suo, sa solo un paio di mosse, ma le usa come un passepartout per difendere i più deboli. Lo fa nonostante sappia di essere lui stesso un debole.

Ed ecco il vero motivo per cui Daniel LaRusso è un figo. Perchè Daniel ha paura. Lui sa di avere paura. Ma mezzo moribondo, si mette in posizione e sferra quella meraviglia di colpo della gru. E quel fantastico calcio vola alto e acuto mentre lui – ormai per aria – continua a temere di non farcela. Però ci prova lo stesso. Ed è proprio per questo motivo che Daniel LaRusso vince il torneo “All Valley under 18” e pure la nostra fedeltà.

Il maestro Miyagi lo allena. Diventa anche il suo migliore amico e il padre che non ha più. La cosa sorprendente è che fa tutte queste tre cose assieme senza mai cambiare registro nè tono di voce. Lui dice “karate serve solo per difendere” e poi saggiamente rincara “per chi non ha perdono nel cuore, la vita è peggio di morte”. Miyagi è contrario alla violenza senza scopo. Ma è lo stesso che se viene aggredito, ti fa stringere amicizia col pavimento, mentre le tue mani consolano il tuo grembo agonizzante.

Daniel s’innamora. E piace pure alle ragazze. Occidentali o orientali, non fa alcuna differenza. Perché ha la battuta svelta e vuole sempre stare in partita. Se la gioca fino alla fine, insomma. E questo fa sì che le donne finiscano tutte nella sua danza Obon. Daniel non conquista le ragazze perché vince le coppe ai tornei. Loro si innamorano di lui già prima. Perché è uno che lotta e non incolpa mai gli altri dei suoi fallimenti. Quante volte avrà detto “Sono un idiota, che cosa ho fatto?!?”. Ormai non si contano.

Ogni volta lui si rimbocca le maniche del karategi e riprende in mano la sua vita. E in più di un’occasione salva anche quella del maestro Miyagi. Perché la sera in cui lui brinda da solo per celebrare il suo anniversario con la foto della moglie morta tanti anni prima, Daniel è lì e lo ascolta come se quell’uomo saggio fosse di colpo diventato un bambino di quattro anni a cui hanno rubato la sua trottola. Miyagi si ubriaca. Ma Daniel lo salverà da se stesso. Lo metterà a letto e spegnerà in silenzio la fiammella della candela che illumina la stanza.

Le mani di Daniel catturano una mosca con le bacchette, pitturano lo steccato, spezzano sei lastre di ghiaccio ma – cosa più importante di tutte – abbracciano il suo più caro amico quando i ricordi di un passato doloroso trapassano il tempo e affiorano negli occhi a mandorla.

Per questo Daniel LaRusso ha vinto, su tutto. E ancora prima di iscriversi a qualsiasi torneo di karate.

Images and video from the movies:

“The Karate kid”, “The Karate kid Part II”, “The Karate kid Part III”

Ventuno

Abbassa il volume dello stereo.

Umberto Tozzi mi fa effetto ancora oggi se sento grattugiare parole d’amore in alta fedeltà.

Ho delle cose importanti da dirti e anche i compiti di latino possono aspettare. Come dici? Domani ci sarà l’ultima verifica sui verbi? Credimi, nella vita le uniche parole latine che ti serviranno davvero saranno “curriculum”, “bonus/malus” ed “ex”. Ecco, soprattutto quest’ultima, tientela bene a mente. Quindi molla quel gerundivo e adesso siediti sulla poltrona di papà.

Lo so che sei innamorata. Lo vedo da come tieni le mani sulle ginocchia. Sono rilassate per finta. Siamo alle solite.

Quale nome hai scritto sul diario che hai trovato nel Cioè? Hai 17 anni, ed in realtà so bene chi c’è stabilmente nel trailer dei tuoi sogni migliori. Lo chiedevo così, tanto per fare un minimo di preambolo. Perché volevo dirti delle cose senza per questo rovinarti l’effetto sorpresa e farlo diventare un effetto “soppressa”. In due decenni come potrai immaginare ti accadranno delle cose ma soprattutto delle persone. Sì, hai capito bene, “ti accadranno delle persone”. E tu ancora non lo sai quanto non sai. La vita è così. Va per tutti così. Ma permettimi di avere un minimo di riguardo nei tuoi confronti visto che la cosa mi tocca da vicino. Non hai idea di cosa voglia dire avere 38 anni oggi. Bella scemenza, nemmeno avere 17 anni deve essere un semplice giro di giostra. Lo capisco da quelle unghie mangiucchiate che non sanno tenere un segreto. Ma non devi avere paura di me e di quello che ti dirò, perché sono la tua più grande fan. Sono un’ammiratrice spontanea soprattutto delle cavolate che hai fatto. Quando hai atteso le 10.40 per chiedere alla prof di andare in bagno. Ed invece sei entrata in una classe deserta per scrivere sul banco di quel tizio quella frase di Nazim Hikmet. E quando a quella festa di compleanno sei andata a fumare la tua prima sigaretta sul tetto di una casa in costruzione. Ma ventun anni sono passati, e sono abbastanza per farti capire che le persone che ti “accadranno” ti suggeriranno, stagione dopo stagione, chi diventerai. Crescendo ti farai sempre più spesso quella domanda-jolly. Quella che ti salverà la faccia e il didietro. Ma continuerai a fare anche le tue più classiche “cavolate etiche”, quelle per cui oggi si complimenterebbe con te solo il sopracciglio benevolo di Paolo Fox. Perché ad un certo punto piangerai riempiendo lo specchio del soggiorno e ti guarderai così bene mentre sgoccioli delusione, che nel rossore dei tuoi occhi rivedrai tutta una serie di ruvide assenze. E lì scoprirai quanto è fantastico dire con voce breve e pacifica “Ti voglio bene, ma ho capito che voglio più bene a me”. Ti comporterai male. Un giorno deciderai di essere cattiva e per questo non lo scorderai più. A fine giornata ti struccherai e archivierai quel ruolo. Lo riporrai in quell’armadio che contiene il tuo primo bacio e quegli orrendi jeans “Gente de Ibiza”.

Mi stai ascoltando? Guarda che ho visto che hai alzato gli occhi al buon Dio, e accavallato la gamba di traverso. Puoi sfidarmi quanto vuoi, tanto lo so che stai facendo finta di essere una dura. Lo faccio anch’io ancora oggi. Dal canto mio ho l’animo molle dell’adulto che si sente inutile e si vede scalzato da un futuro che in fin dei conti è già passato. Ma voglio dirti tutto, a costo di dovermi rivedere assieme a te tutte le puntate della serie tv francese “Primi baci”. Dove eravamo rimaste? Ah, si. Un giorno in macchina forse ascolterai musica da un cd blu. Sarai così incavolata con quella canzone che ti verrà voglia di buttarlo fuori dal finestrino. Non farlo. Sarà poi la stessa canzone che molti anni dopo ti salverà la vita.

Ascolta i tuoi sì, anche se ti sembreranno molto più deboli dei no che vorresti dire. Perché c’è un’età per ogni domanda. E ogni domanda, apparecchia la tavola nell’età giusta. Una volta finito il pranzo, ricorda che i tuoi coetanei saranno tutti sazi anche se tu non avrai azzannato nemmeno un’oliva.

Piccolo spoiler (scusami, ma devo): se nel mese di settembre 1997 un ragazzo straniero ti chiederà di rimanere ancora un po’ a Barcola, non dire di no. Non c’è alcun pericolo, te lo assicuro. Questa cosa non ti ucciderà e ti farà bene. Comprenderai invece che sarà del tutto inutile aspettare una persona in piazza Oberdan e che sarà decisamente meglio per te andare a fare uno straziante shopping di poliestere dai cinesi.

Goditi gli ultimi anni senza cellulare. Lo so, ti sembrerà assurdo quello che ti sto dicendo. All’inizio penserai di essere tu ad avere lui. In seguito però caprai che sarà lui a possedere te. E in alcuni momenti rimpiangerai l’incantesimo di una busta chiusa. E la salsedine delle cartoline dalle vacanze.

Non andrà tutto liscio. Forse sarà un po’ zigrinato, ma è normale quando si diventa adulti. Tu cammina con passo secco, abbassa lo sguardo per vedere dove metti i piedi e rialzalo per addentare ciò che la vita ti scaraventerà addosso. Mordi o bacia, a seconda di ciò che ti capita. Ricordati che sarai ciò che amerai.

Non ho davvero altro da dirti.

Sei stata brava, sei ancora qui, sebbene tu abbia la testa pesante di chi non crede ad una parola di quanto ha appena sentito. Ma ora che hai vinto il sollievo di chi ha capito che la tortura sta finendo, hai qualcosa da dirmi. Così stavolta appoggio io le mani alle ginocchia e simulo una sicurezza che ovviamente non ho.

Tu hai gli occhi grandi e le tue parole sono piccole ma potenti.

“Ho una cosa da farti sentire”.

A quel punto ti sei alzata, e mi hai riservato il tuo sguardo più fresco. Mi hai sorriso e ti sei diretta verso lo stereo. Quel tasto ha fatto clic al tocco leggero della tua mano. I tuoi capelli per un momento sono scivolati verso il primo accordo. In un soffio di tempo la canzone “Gli innamorati” del nostro Umberto si è adagiata lentamente in noi e in tutta la stanza.

A 38 anni ho davvero ancora troppe cose da imparare.

Image: Pixabay

Image 1996: K. Marecic

Image 2017: M. Riva

Make up 2017: C. Carbonelli

Song: Gli innamorati – Umberto Tozzi

Scostumati, noi.

In estate, puntuale come la traccia sbagliata del Ministero all’esame di maturità, arriva la prova costume.

E noi, nonostante la sgragnuola vendittiana di “Notte prima degli esami” non siamo mai pronti all’appello. Arriva però per tutti quello strano giorno di giugno, in cui ci scansiamo dai nostri soliti affari e facciamo questi fatidici quattro conti con noi stessi.

Perché diciamocelo per bene: la prova costume non “prova” proprio un bel niente. La prova costume è in realtà una semplice constatazione (neanche tanto amichevole) di ciò che noi già possediamo come patrimonio genetico-fisico: fianchi, pancia, seno e sedere. Perché il costume copre poco, troppo poco per attribuirgli il concetto estetico kantiano di una camicia alla Tom Selleck o di una gonna tzigana. In contemplazione statica -ma soprattutto stitica- regaliamo la nostra peggiore immagine ad un riflesso specchiato che ci appare fin da subito troppo brutale. Non è come quello dei camerini di Zara, dove le nostre gambe sembrano per qualche minuto quelle delle ragazze-ombrellino ai box del Moto GP. Ma tranquilli tutti, ad un certo punto della faccenda, arriverà sì un ombrello: e quel gesto schioccato dal nostro braccio sarà lineare, franco, liberatorio. Tutto per te, riflesso manigoldo!

“Come mi sta?”, in effetti è una domanda senza senso, perché dovremmo chiederci piuttosto “Come sto con i miei fianchi?”. “E la mia pancetta (che Dio l’abbia in gloria assieme a quei cannoli), che ci racconta di bello a questo punto dell’anno?”

James Blunt loves you

Il costume è un falso amico, e noi che siamo teneri e ingenui come Accorsi col Maxi Bon, abbiamo pure strisciato il bancomat per ottenere la sua fraudolenta compagnia. E tutto questo perché “madame Estate” ci vuole nudi come pulli caduti dal nido, e questo a volte fa male, ma non per la caduta dal ramo. Perché noi stiamo lì, come dei pischelli sull’autobus, ad attendere il controllore, sapendo bene di non avere il biglietto in tasca. Ognuno conosce bene i suoi punti critici e diacritici. E non c’è atto consolatorio amicale che ci convinca: per questo da dietro il riflesso dello specchio ci ritroviamo ad invocare il sorriso misericordioso di James Blunt che intona la sua “You’re beautiful… (ANYWAY)”. Perchè in fin dei conti, del costume ci resta solo il segno emostatico dell’elastico. Tanto per rinfacciarci che alla fine, ha fatto qualcosa pure lui.

Image: Pixabay 

Song: James Blunt, “You are beautiful”

Aula veneziana

A metà luglio ho fatto una cosa strana.

Ho preparato la valigia e da Trieste me ne sono andata a Venezia a frequentare un corso di scrittura creativa presso l’università Ca’ Foscari. Tre giorni pieni di mani sulle tempie ed inchiostro che scivola sulla pagina. Eravamo una trentina di appassionati, provenienti principalmente dal nord-est Italia, ma non sono mancate delle coraggiose presenze da Roma, Napoli e addirittura Potenza. 

Il cortile interno della Ca’ Foscari a San Sebastiano

La nostra docente, la scrittrice Antonella Cilento ha creato qualcosa di unico, e per questo la ringrazierò ogni giorno, fino al prossimo Natale. Oltre ad averci da subito accolti e raccolti, ognuno col suo personale sentore di cosa volesse dire “scrivere”, è riuscita ad accendere in noi delle scintille senza per questo farci bruciare a vuoto. Abbiamo infatti lavorato con cognizione e presenza di noi stessi e di ciò che vorremmo riuscire a trasmettere, esercitandoci a boicottare i freni e i revisori che spesso ci bloccano nella scrittura. All’inizio per me non è stato semplice. Io che sono una che quando si mette a scrivere, è convinta di fare un’opera di restauro seicentesco. Ma ci ho provato, e questo è già qualcosa. Perché questa esperienza mi ha offerto una visione nuova di ciò che ho dentro di me. Gli esercizi di scrittura sono stati crudeli, e per questo giusti. Da un concetto/pensiero-stimolo dovevamo infatti creare un racconto. Così, d’emblée. Ah, ovviamente avevamo un tempo prestabilito. 10, 20 o 30 minuti al massimo. Praticamente un suicidio letterario per me. Ma l’ho fatto. Ed è stato davvero bello.

Copio qui sotto un esercizio di scrittura che ho provato a realizzare: tra un centinaio di immagini sparse su un tavolo, dovevamo scegliere la foto di una persona che ci colpiva ed in base alla scelta del personaggio raffigurato, assumerne il punto di vista (io ho scelto l’immagine di copertina di questo articolo). Poi via, a raccontare. Ho preso la foto e mi sono seduta. L’ho guardata per 4 o 5 minuti, non lo so. Ne è uscita questa bozza, con la quale vi saluto e vi invito a tornare per aggiornamenti romanticoni… Fatemi sapere cosa ne pensate (nel bene ma soprattutto nel male!). Ciao!!!

ESERCIZIO N# 4

L’orologio della sala schiocca le dita: sono già le quattro.

Posso ben dire che da adesso è iniziato il mio “per sempre” senza di te. Sono affamata di vita e per questo ho deciso di godermi da subito i primi minuti dal nostro addio. Dieci anni fa avevo scelto te, perché mi avevi dedicato un’attesa che avrebbe convinto anche una donna antica e ricamata come mia madre. Oggi invece ti ho detto addio perché è giusto regalarsi la possibilità di essere felici, in un modo o nell’altro. Vorrei potermi addossare qualche colpa – di tradimento, nefandezza, illusione – tanto per non rischiare di rimanere impunita. Invece la mia faccia di oggi è semplicemente un volto che non ama più. Mi si è consumato l’amore addosso, e come un torrente in secca, mi sono ritrovata arida e poco umana. Scusami perciò, se non ti amo più. Mentre lo dico però, la vita già mi afferra per un braccio, e tutto ciò che voglio, non comprende più te.

Non amo un altro, e non ho bisogno di un uomo.

Questa è forse la più grande colpa che mi addosserebbe quel soprammobile di mio padre, se ora fosse in questa stanza e mi vedesse così sollevata nel licenziare un sentimento che lui, un decennio fa, aveva legittimato con quella stretta di mano tra uomini. Non ci sei più dentro di me, ed io non sono mai stata più colma di così. Amo questo tempo che rintocca gentile e pacifico nella mia nuova libertà. Sono un ostaggio liberato da me stessa e per questo accetto tutto quello che ne verrà. Ho la grinta di una bambina che ha appena imparato a dire il proprio nome e per questo lo ripete all’infinito. […tempo esaurito!!!]


P.s. Un ringraziamento speciale a:

  • Lisa per avermi sopportato per quattro interminabili giorni: scusa se ti ho fracassato l’anta dell’armadio.

  • Pier per essermi venuto a recuperare fuori dall’Università nonostante l’afa, il vaporetto e i turisti cinesi.

  • Tutte le belle persone che ho conosciuto in aula e soprattutto fuori. Grazie davvero!

Alberto, mio Angela.

Dammi tre parole: dorico, ionico, corinzio.

Ed io lo so che tra qualsiasi collarino, abaco ed echino di un capitello ci sei sempre tu, Alberto.

Le tue sopracciglia, che nell’atto espositivo si inarcano come volute, si spalancano con fiducia alla conoscenza. E le tue mani, in una continua danza aerea, corteggiano la Storia, la Scienza, l’Arte.

Eppure da questa nostalgica terra istroveneta al confine nordorientale della penisola italica, ho deciso di provare a conquistarti. Puro azzardo di follia di quell’Erasmo lì. Lo so.

Prima di iniziare però, vorrei farti una confessione in un totale atto di onestà intellettuale: in seconda superiore ho ricevuto un 6/7 nel compito in classe sugli alleli dominanti e recessivi di Mendel. Lo so, fa male. Ma te lo dovevo dire, perché non voglio ci siano segreti tra di noi.

Sei lontano Alberto, eppure così vicino alla mia ragion pratica. E anche a quella pura.

In questo mio improbabile tentativo romantico, dovrò giocoforza disturbare il buon Auguste Comte: diventerò così una positivista francese, che elimina ogni traccia di metafisica e si fonda esclusivamente sui dati dell’esperienza. Finalmente scoprirò le leggi che permettono di ricostruire la società, e per farlo, partirò proprio dalla nostra meravigliosa diade: “Alberto e Virginia”.

So bene che hai 17 anni più di me, ma d’altronde tu stesso ci hai dimostrato che l’amore per l’antica Roma va oltre il tempo depositato all’anagrafe comunale.

Poserò per te.

Se ti piacerà il mio profilo destro sarò la tua Cecilia Gallerani, la famosa dama con l’ermellino. Se invece preferirai quello sinistro, sarò la ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer. Come loro, ti guarderò sempre di traverso, fintantoché la mia cervicale ed i miei muscoli orbitali me lo permetteranno.

Io con te lo so, sarei “Serenissima” come quella Repubblica Marinara a te tanto cara. Con buona pace di Genova, Pisa e Amalfi.

A proposito, a Natale che fai? Ho trovato un’offerta on line per un ponte a Roma per quattro persone: tu, io, Carlo Magno e papa Leone III. Aperitivo e poi festa grande a casa di Jep Gambardella per il primo Imperatore del Sacro Romano Impero.

Pensa: mentre gli altri innamorati festeggeranno il 14 febbraio, noi potremmo celebrare San Carbonio-14. Per le idi di marzo invece a Maniago è in programma la mostra “Coltello in festa”. Ci andiamo assieme?

Ma l’amore, si sa, è fatto di elettricità e magnetismo. I conduttori (soprattutto televisivi) hanno l’ultimo orbitale semivuoto e ciò significa che l’energia di attrazione con il nucleo degli elettroni più esterni è bassa. Qui gli elettroni hanno margine di movimento verso gli altri materiali. Ebbene, io ho fiducia nella fisica, perciò resto nelle vicinanze e confido nella forza di attrazione che ti porterà inevitabilmente a me.

Saremo simili, ma squisitamente complementari: io diverrò lo “Sturm und drang” del tuo Illuminismo. E già lo so, che nel fraseggio di un endecasillabo dantesco, sarò la tua guelfa e tu il mio meraviglioso ghibellino. Ed intanto, immagino le nostre vacanze al mare: noi, stupende creature vitruviane, sul solenne bagnasciuga bizantino.

Oh Alberto, se è vero che il Dolce Stil Novo ha creato il mito della donna-angelo, io ora mi ritrovo ad osannare un uomo-Angela.  Così, te lo chiedo ufficialmente: vorresti essere il mio Beatricio?

Tu, che per me sei stato come la scoperta della penicillina o la firma di Roosvelt sul New Deal. Fa’ che questa lettera non rimanga un vuoto appello alla Soprintendenza per l’Archeologia,  le Belle Arti ed il Paesaggio.

Con immenso positivismo francese,

tua Virginia

Image: Picture from web – “Stanotte a Venezia”

Dimmi di no

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Amici di chi?

Non siamo fidanzati, né siamo mai stati insieme.

Non mi risulta nemmeno che noi due siamo amici: non facciamo le cene in pizzeria e non ci organizziamo per andare assieme al mare al sabato pomeriggio. A dirla tutta, noi due ci scansiamo di continuo, anche quando non ci incontriamo. Eppure a volte immagino ancora le mie dita che giocano con i tuoi capelli neri su quel divano. Il tuo profilo è accanto al mio e sembra quello di una fotografia degli anni ’40, dove però ci sono solo persone che non conosco. La tua mano destra sulla mia gamba segue la cucitura dei miei jeans e disegna la nostra eterna linea Maginot. Perchè altro non siamo che lettere esplose di parole mai dette e granate di pioggia deflagrate tra quei coraggiosi rami di pino.

È già passato un anno.

Tu, che sapevi camminare al mio fianco facendomi sentire il tenore del tuo passo. Le tue spalle raccontavano la calma del tuo corpo. La tua voce, aveva sempre qualcosa da insegnarmi. Poi arrivava un momento di te che mi teneva in ostaggio, e da quanto io ricordi non ho mai tentato di evadere. Accadeva quando mi parlavi e mi guardavi negli occhi nell’abbrivio di un respiro. Poi mi lasciavi lì, mentre il tuo sguardo cercava altrove la risposta che non siamo riusciti a trovare per noi due. Intanto nella nostra testa arrivava il bacio che non ci siamo mai dati. Ancora una volta.

Ricordo il rimprovero del mare che quella notte mi ha spinto verso di te. Così ho trovato un coraggio che non era il mio. L’ho preso lo stesso, perché in quel momento mi serviva.

“Posso provare a fare una cosa?”.

Le tue mani ancora in tasca. Quel sorriso come sempre pronto a qualsiasi magnifica catastrofe. Ho fatto un passo che ha riempito di colpo quel nostro mese di maggio. Finalmente vicini, i nostri cuori per la prima volta si sono fiutati. Mordicchiati. Spaventati. Una doppia sistole che ci stringeva nelle braccia e nel tuo mento appoggiato alla mia bianca spalla.

Ci siamo scritti, ci siamo letti. Abbiamo fatto i bravi e abbiamo contato addirittura fino a due, ma non ci bastava mai. Abbiamo imparato ben poco l’una dell’altro. Così sul crinale dei quarant’anni, per il nostro bene abbiamo deciso di nominarci genitori di noi stessi. Di colpo siamo diventati gli adulti che non giocano più, che non si sporcano più, che non tentano più di disubbidire ai lividi dei loro cuori. Il nostro tempo, già archiviato, come le nostre conversazioni al telefono.

Mi piacevi. E non piacevi solo a me, ma so che saresti stato simpatico anche a quel mio futuro che non ti ha mai conosciuto. Se ora ti vedessi, forse potresti dirmi che sono la ragione per cui esiste una prospettiva che non restringe gli oggetti lontani, ma li amplifica e li rende più veri. Allora io potrei trovare il modo di ingannarmi ancora una volta e nascondere il tradimento di me stessa nel tuo abbraccio. Ma non accadrà.

Con te ho imparato che l’ispettore Zenigata non deve mai acciuffare il suo Lupin, altrimenti finirebbe in un attimo tutta quella meravigliosa serie di inseguimenti che ancora oggi ci tengono in vita entrambi.

Image: Pixabay

Song: Rufus Wainwright – Going to a town

L’appuntamento perfetto

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Asole e bottoni

Quella sera di maggio lui indossò la sua camicia preferita.

Come quando la stirava sua madre, sapeva di un pulito antico, eterno, senza anno né stagione. Questa volta però era passata sotto l’ardito tocco della signora della lavanderia, ma questo poco importa alla nostra storia. La stoffa azzurrina scivolò silenziosa sulle sue spalle. Le asole e i bottoni si baciarono uno dietro l’altro, senza preliminari. La cintura, seria e raffinata allo stesso tempo, si accomodò perfettamente a metà, tra la sua curiosità e il suo passato. Nel frattempo il computer dondolava sulle note di “No surprises” dei Radiohead. La barba appena accennata, era stato un atto estetico premeditato del mercoledì appena trascorso. Il ciuffo da trentenne screanzato e le basette accorte solleticavano la pelle del suo viso, ma soprattutto lo sguardo di una commessa che mentre abbassava la saracinesca del suo negozio, se lo mordicchiò tutto con gli occhi.

Lui, che andava al suo primo appuntamento con lei.

Lei invece era un merletto di capelli biondi che giocano inesperti sulla curva delle spalle. Il suo sorriso, un papavero che si schiude nel verde riposo di un prato. Nei suoi occhi, la stessa grazia femminile della nonna: come lei aveva un carattere antico, fatto di sogni colorati e di accordi in bianco e nero come quelli delle canzoni di Sergio Endrigo. Stasera è serena, e ama ciò che è diventata. Ha imparato a voler bene ai suoi sguardi imbarazzati e alle mani che si congelano al solo pensiero di trovare un amore che le riscaldi.

Quella sera l’aria era tiepida e tradiva già i segreti dell’estate. Lui parcheggiò la macchina con il dovuto riguardo e quando si alzò dal sedile osservò con diffidenza e sarcasmo le pieghe che si erano formate sulla sua camicia da lavanderia. Ora era più se stesso e anche la situazione era tornata in sé. Arrivò alla fontana alla fine del viale alberato e la mano soffusa del tramonto aveva iniziato a coccolare la città, che presto inarcò la schiena e fece pigramente le fusa.

Lei arrivò e lui la riconobbe da lontano. Un delicato acquerello di cui lui si appropriò con un sorriso. Lei si avvicinò, e ad ogni passo confermò la sua scelta di essere lì quella sera. Lui lo capì, e non ebbe più dubbi quando lei – ormai prossima – gli disse:

– Che bella camicia. Su questa piega mi sembra ci sia scritto qualcosa.

Lui non si tirò indietro, e accolse la sfida:

– Hai ragione, ma non ho fretta di scoprirlo. Vogliamo andare?

Arrivarono in quel ristorante che trionfava di legno profumato e mani lente che sfogliano i menù.

Parlarono.

Di quando erano piccoli e disobbedivano agli adulti. Del genio attoriale di Aldo Baglio nei film con Giovanni e Giacomo. Di cosa avrebbero voluto fare nel 2024.

Entrambi erano soddisfatti di se stessi mentre si regalavano all’altro con i loro racconti. A fine serata, in un atto di tanto consapevole quanto logico posizionamento nell’era contemporanea, lei si offrì di contribuire alla cena, ma lui la guardò sorpreso. Come se gli avesse detto che quella volta Walt Disney si era sbagliato e Mufasa non era morto. Così le intimò di non scherzare sulle cose serie, e regolò i conti con l’oste. Lei lo ringraziò, non solo per la cena, ma soprattutto per quello sguardo meravigliato.

Uscirono e camminarono verso ciò che stavano diventando, o che forse in realtà erano sempre stati.

Erano vicini. Non si sfioravano. Eppure lui sentiva il volo colorato della gonna di lei, mentre lei percepiva la delicata serietà delle mani di lui.

Arrivarono al mare e lì lui non ebbe paura di parlare:

– Sono felice. Perché sono sicuro che entrambi ci meritavamo una serata così.

Lei annuì:

– È vero. E se domani ci sarai ancora, ne sarò felice. Se però non ci vedremo più, sarò comunque contenta di averti conosciuto. E ci ho messo trent’anni per credere in quello che ho appena detto.

Lui obbedì alla logica delle parole, che di notte sono più vere che mai:

– Hai ragione. Ed è scritto pure qui – e indicò sulla camicia, la piega obliqua che gli si era formata accanto al cuore.

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Song: Radiohead – No surprises

Inter-svista!

Ciao a tutti!

Chiedo venia per l’attesa della pubblicazione del podcast, ma soprattutto per quella della diretta. Ecco finalmente l’intervista realizzata dal bravissimo Christian alla disgrazia ambulante, che poi sarei io. Non abbiamo potuto inserire le tracce musicali che avevo scelto per motivi di copyright (come sarebbe a dire “Grazie al cielo!”???). A presto!

 

Image: Pixabay

A passi lenti

Sono entrata in quella piccola stanza. I passi lenti spiffervano il cambio di atmosfera sonora, ma soprattutto emotiva. Mi sono seduta di fronte al microfono. Mi fissava, e un po’ mi strizzava l’occhio. Mani fredde, bocca asciutta e piede destro col Parkinson. Non conoscevo nessuna delle domande che mi avrebbero fatto: mi sono così ricordata di quell’interrogazione di biologia del marzo ’96. Eppure ho parlato. Col mio accento che fischia come la bora scura e la loquela impazzita di una mitraglietta irredentista.
Oggi però posso finalmente dire che sono felice di aver creduto in me stessa.
In questa giornata desidero anche dire grazie a Christian, che da subito mi ha offerto questa opportunità col sorriso tranquillo e sereno di chi sa che ce la puoi fare. Anche negli impicci dell’ultim’ora che hanno reso difficoltosa la messa in onda del programma all’orario stabilito, è stato solido e zelante e queste sono cose che faranno sempre la differenza.
Ora.
Sarà l’età. Sarà la primavera. O forse solo la nostalgia canaglia. Ma giorno per giorno capisco un po’ di più come va la vita e di come noi “andiamo” in essa. Quindi, bravo a chi affronta ciò che in fondo è. Senza per questo toccare il fondo.
Avanti tutta quindi.

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Nonostante una fragola

Giovedì 18 maggio “Nonostante me” sarà ON AIR su Radio Fragola!

Tra le 12.45 e le 13.50 (a sorpresa!) …solo per veri estimatori del mio accento triestino!

“Lunch Break”, Radio Fragola 104.5-104.8. In streaming su www.radiofragola.com

 

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