Anestesia

di Anonimo

Ero dentro ad un locale più o meno sobrio, a parlare del più o del meno con degli amici, circondati da prostitute e donne messe lì a caso ed in cerca di uno sguardo di qualche cliente ubriaco. Mi trovavo in un mondo che non era mio o in qualche modo cercavo di non farmi piacere. Cercavo in qualsiasi modo di estraniarmi da quel mondo di alcolizzati, diversi da me. Alcolizzati in cerca di un piacere facile trovato per caso. Ma ero lì, mio malgrado, nel buio dell’angolo con il fare del timido ubriacone. Cercavo anche io uno sguardo facile, un sorriso a buon mercato. Ne trovai tanti, ma la voglia di mettermi a giocare con dei sorrisi anestetici non era quella che cercavo quella sera. Strano da parte mia: ormai di quei falsi sorrisi stereotipati e ubriachezza del venerdì ne avevo visti a migliaia. Avevo solo bisogno di un sorriso complice, di un sorriso che mi portasse a mattina dicendomi solamente IO… IO CI SONO.


Quando è un uomo a raccontarsi, lo capisci subito. Il monitor sbanda e si cricca. Al di là delle ovvie desinenze di genere, capisci che a scrivere è un maschio perché gli uomini sono ruvidi. Ma in ogni spazio bianco tra una parola e l’altra sono veri. Adoro “leggere” gli uomini. E non c’è niente di freudiano in questo. Semplicemente più ho modo di parlare in maniera intelligente con loro, più capisco tutti gli errori che ho commesso nel passato. Perché l’uomo che ti dice una cosa negativa, ha già fatto i conti con se stesso ed ora è pronto a farli anche con te. Sa che sarà una stretta di mano amara ed ostile, ma lo farà lo stesso. Questi sono gli uomini che apprezzo. Quelli da cui ho sempre qualcosa da imparare.

Avete un Amore catturato, mancato, sognato da condividere? Siete nel posto giusto. Mal che vada troverete il conforto di un’anima in pen(n)a come la sottoscritta. Inviate il vostro manoscritto digitale a: virginia@nonostanteme.com

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In principio c’era un principe

Trovo che la trentina sia l’età del cambiamento. Quello vero e intimo. Puoi ritrovarti sposata, con un figlio magari e iniziare un tuo nuovo percorso. O puoi ritrovarti ad aver fatto scoppiare la tua bolla, resettato tutto per ricominciare da una pagina bianca. Eh sì certo che sei spaventata, sbigottita, nostalgica ma anche molto eccitata. Perché diamine, ce l’hai fatta, hai soverchiato il tavolo e ti sei alzata in piedi. Potremmo stare a discutere se non ti andava bene la pieghetta del tovagliolino oppure ti continuavano a servire carne a te che sei vegetariana. Imparerai che sono dettagli inutili. Qualsiasi siano stati i motivi, te ne sei andata e ora ti metti in gioco.

Un faro però ti guida la strada. Tu il tuo principe l’hai conosciuto. Tu sai cosa vuol dire perdere il controllo. Tu hai vissuto un film, fossero solo quelle due settimane, ma ci sono state. E proprio loro ti hanno fatto capire che qualcosa doveva cambiare. Il principe azzurro arriva su di un cavallo bianco. Il mio è arrivato in aereo da una terra straniera. Parlava la lingua, per me, più bella al mondo e faceva il lavoro che ho inseguito e continuerò a farlo per una vita intera. Vi presentate, due chiacchiere e il rullo parte. Per quei giorni vivi un’altra vita, sei nella tua città ma non sei più lì, sei sempre tu ma non ti riconosci. Hai due occhioni che brillano e la sola volontà di stare con lui, parlarci e guardarlo. Tutto è sbagliato ma anche così dannatamente perfetto che tirarsi indietro è sacrilegio e comunque impossibile. Con lui ti riscopri, conosci una nuova cultura, ti metti in gioco e ti fa sentire desiderata come nessuno mai. Farfalle allo stomaco e nottate in bianco, mare e tramonti. Non vuoi che finisca più ma ovviamente giunge l’ora della partenza, sta per finire e hai giusto un attimo per realizzare quello che stai perdendo. Il distacco però è inevitabile, non sei lucida per fare delle scelte. Ci starai tanto male, prima moltissimo poi il tempo affievolisce, non i ricordi, ma le sensazioni e la vicinanza.

Il guaio di queste cose (ma anche la loro magia) è che si allontanano ma restano lì. Oramai le hai provate, la tua testa ed il tuo cervello le hanno immagazzinate. E quella vocina dal tuo profondo non se ne va più. E allora lì è tutto una questione di bilancia, pesi tutto: i familiari, gli amici, il mutuo, il cane o il gatto in comune.

Ecco io il principe l’ho conosciuto e quando succede non ci sono consigli e strategie, lo si vive a pieno. Io sono contenta di averlo fatto perché senza il mio principe non avrei realizzato come ci si sente quando si è completamente perse, quando si naviga a vista o a briglie sciolte.

Ascoltare o meno quella vocina che ti dice che sei ancora in tempo a cambiare è una scelta personale. Nessuna decisione è quella giusta, tutte vincenti e tutte perdenti allo stesso tempo. Chi può dire onestamente se è più coraggioso uno che si alza dal tavolo o uno che rimane seduto?

Ma il principe, quella persona che fa conoscere dove la nostra mente e il nostro cuore possono arrivare, quali picchi riescono a toccare, no Signore a quello non va mai rinunciato. È pura magia, va vissuto e assaporato, non sciupatelo che si tratti di un giorno, due settimane o una vita intera.

Anonima


Chi ha seguito un po’ questo blog in questi mesi, oramai ha capito l’aria da “sguardi intensi sulla metro” che tira qui. E non mi riferisco solamente al soffio di drago di questa copertina o agli appuntamenti a stampo romantico-utopico di cui abbiamo letto mordicchiandoci un’unghia.

Questa lettera poi (a proposito, grazie all’autrice!), mi ha dato lo spunto per pensare a quale fosse la mia concezione di “uomo top” o se vogliamo “principe” nella visione storico-tradizionale. Sì insomma, quello che come dice la nostra Anonima, ti fa meravigliosamente perdere il controllo. Mi sono data una risposta e a dire il vero non ho dovuto nemmeno pensarci più di tanto.

Grave, molto grave.

Infatti, anche secondo me il principe esiste ancora, ma ha semplicemente perso la sua carica nobiliare. Intendo dire che ho intravisto più prìncipi tra gli artigiani e gli agenti di commercio, che tra gli eredi delle Tredici Casade Triestine. Insomma, il principe è diventato un borghese. E per questo sta meglio di tutti noi. Il principe del mondo classico attendeva il giorno del tuo compleanno per poterti presentare i suoi auguri coreografati con una bella riverenza. Quello borghese di oggi, ti mette la mano sul ginocchio mentre guida per andare assieme al mare. Il principe vecchio stampo cavalcava sempiterno alla ricerca della sua bella rapita. Il suo mantello nel vento, un soffio di ovvietà. Il principe-borghese invece cavalca una vespa del ’78 che ha assemblato lui stesso navigando per le fiere del motociclo e le autorimesse con i calendari sconci; nel mentre, indossa una polo griffata con il colletto rampante. Il principe borghese inoltre va alle assemblee di condominio e non vuole farsi fregare dalla ditta di manutenzione dell’impianto di riscaldamento. Sa montare una mensola e smontare la tua insensata rabbia quando il ciclo usurpa la tua razionalità. Si dimentica sempre la tavoletta del wc alzata, ma non si scorda mai  di aiutarti a centrare il secchio quando hai la gastroenterite.

In tutta onestà io non so dire se sia in atto l’ennesima lotta di classe tra nobiltà e borghesia. Ma m’importa relativamente, in quanto già lo so, in questo stato di belligeranza, faccio sicuramente parte della plebe.

Avete una storia d’Amore da raccontare? Una riflessione travasata da una fiasca di saggezza? Prima di partire per le ferie, condividete il vostro racconto qui: virginia@nonostanteme.com

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Dorian Gray, dove sei?

Posso provare a raccontare la mia storia.

O posso provare a raccontare la storia che avrei voluto.

L’abitudine è la rovina dei ricordi! Confonde ciò che ricordiamo come vero e modella quello che si credeva fosse autentico.

Posso provare a raccontare le mie storie.

Hanno tutte un filo comune, sono legate indissolubilmente tra di loro, e la questione “ricordi” non ricopre questa importanza fondamentale; non ci sono dettagli da conservare meticolosamente. Il filo comune sono io.

Io.

Storie, che valessero la pena di essere definite tali, ne ho sperimentate 4 -5 contando il primo grande amore che per me assolutamente così non è stato, ma bisognerà pur avere un primo grande amore no?

Tra una e l’altra, e soprattutto attualmente, sperimento invece un tipo diverso di relazione, basato esclusivamente su un rapporto che lascia “esterno” qualunque tipo di coinvolgimento sentimentale. Almeno da parte mia.

Fatto sta che qualche storia l’ho vissuta. E ciò che accomuna tutte queste esperienze sono io. Io, che non le ho mai amate.

Potrei sprecare righe su righe a dire quanto sia da biasimare, quanto sia cinico, quanto sia egoista eccetera eccetera ma fortunatamente la faccia tosta non appartiene alle mie caratteristiche principali.

Non le ho mai amate.

L’ho detto, l’ho ripetuto migliaia di volte. Quelle due parole che unite generano conseguenze inimmaginabili; meravigliose o disastrose che siano. Ma le ho dette.

E tuttora, mi chiedo se utilizzarle fosse per uno “scopo” riconducibile a tale parola; se invece fossi realmente convinto di provare qualcosa -ma col senno di poi ne dubito- o se mi rivolgessi in realtà esclusivamente a me stesso!

Perché, potrete trovarlo banale, spregiudicato, ma la curiosità e la voglia di poter provare tale sentimento io le nutro davvero. Me lo impedisco da solo, ma una mia parte è troppo affascinata da questo “vortice di pensieri irrazionali” che ti sconvolge la vita. E lo dice una persona estremamente razionale e metodica. La dannazione dell’uomo moderno e scientifico!

Posso dire che sono stato amato, che ho vissuto in seconda persona questo sentimento, e che gli effetti tutt’ora a pensarci mi stupiscono. Pensando a quelle che a distanza di anni, nonostante nel frattempo si siano impegnate o addirittura sposate, continuano a farsi vive. A ricordarmi che, da qualche parte nella loro fragilità, esiste ancora un “noi” di cui facciamo parte.

Questa è forse la parte peggiore, la conseguenza che forse il mio atteggiamento ha generato. E che solo me stesso e con me stesso ne beneficio.

E quando parlo di innamorarsi escludo a priori qualsiasi riferimento a cottarelle o “simpatie carnali” verso qualcuno. Quelle ovviamente chi non le ha mai conosciute.

Ma pochi, molto pochi, si sono fermati alla conoscenza di solo quelle sensazioni.

Tuttavia sono felice di poter affermare senza false ipocrisie che, nonostante me (cit.), non avrò avuto modo né la fortuna di assaporare il piacere e le mille fragranze che l’amore sprigiona da sé, ma che amo me stesso, di questo ne sono assolutamente consapevole.

E, pensandoci bene, preferisco di gran lunga provare questo incondizionato amore, puro e -diciamo- “ricambiato”, che riversare tutte le mie energie per qualcuno che poi magari potrebbe non rendere questa funzione biunivoca, o peggio ancora ritrovandomi, come sempre più spesso posso spiacevolmente constatare, a mettere la mia persona in secondo se non addirittura in terzo o quarto piano.

Oscar la sapeva lunga, quando ancora Dorian era intrappolato nel ritratto della sua stessa mente: “Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura tutta a vita”.

Federico


Sarà che la curiosità è donna (cit.), ma secondo me questo racconto maschile è la reale proiezione ortogonale della delusione degli uomini che io classifico “seri”. Perché ortogonale? Perché il ragazzo che l’ha scritta, analizza la sua vita da vari punti di osservazione: il suo passato di devozione, il suo presente senza impegno e il futuro che deciderà per se stesso, proprio quando il suo presente si sarà in qualche modo compiuto. Suppongo che all’aggettivo “serio” si potrebbe contrapporre quello di “libertino” a seguito dell’attuale atteggiamento da buon rimorchio che nulla avrebbe a che fare con un uomo di antichi valori. Io invece vorrei concentrarmi sulla traccia lasciata nel percorso e mi pare di intravvedere un prolungato girotondo di sviste clamorose, conferme mancate ed inopportuni ritorni. Tutto da parte della compagine femminile.

Illuminazione! Ecco cosa mi ha ricordato.

Avete presente il film “Manuale d’amore”? Ebbene, al tempo in cui uscì, per me rappresentò un’affascinante rivelazione. Chissà, forse fu addirittura il terreno fertile che avrebbe custodito l’embrione di questo blog, nato più di dieci anni dopo. Lì infatti ho capito di essere una disgraziata che crede nelle attese d’Amore. In quel film però, ho adorato la coppia “in fieri” di Giulia e Tommaso. Per me rappresentavano il quaderno nuovo del primo giorno di scuola, i primi secondi dell’inno nazionale alla finale dei mondiali, il taglio della prima fetta di una torta appena sfornata. Di Tommaso, in particolare, ho amato i capelli anarchici e l’intraprendenza risorgimentale nei confronti di Giulia. E proprio lui, una sera e con disarmante verità, le rovescia addosso gli effetti devastanti della volubilità femminile sull’animo maschile. Quella che probabilmente farebbe perdere lo slancio anche ad un nerd romantico come Leopardi o al lentigginoso Richie Cunningham. Perchè se è  vero che gli uomini un po’ ci amano anche per quella nostra acrobatica capacità di tenerli sulle spine, forse però a volte riponiamo inutilmente al sicuro i petali, il profumo e le nostre incantevoli sfumature di maggio. E gli uomini, dopo un po’, mi sa che preferiscono pungersi altrove.

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Video: dal film Manuale d’amore (di Giovanni Veronesi, 2005)

Utopia hard c(u)ore

Ecco la mia storia che dura da ben 27 anni.
Successe nel 1990 che mia sorella si mise assieme ad un bellissimo bassista diciassettenne di un gruppo hard core triestino, con capelli lunghi, jeans stretti, chiodo e anfibi e io ebbi la fortuna di mettermi assieme, nello stesso periodo, al cantante di tale gruppo, anch’esso molto bello, ma con un look più punk che trasher. A quell’epoca, in piena adolescenza ormonale, non si andava tanto per il sottile e dopo due mesi io e mia sorella abbiamo fatto scambio di ragazzi e direi che la scelta non poté essere più felice. Lei stette col cantante punk per ben due anni e considerando che ne aveva appena 15 fu un rapporto sicuramente lungo e io il bassista trasher me lo tenni bello stretto, tanto che dopo 15 anni l’ho sposato e dopo 17 ci ho fatto il primo figlio. E ciò avvenne nonostante non mi abbia mai chiesto: “Ti metti con me?”.
Perché funzioniamo ancora? Che ne so! So solo che abbiamo la fortuna ancora adesso di parlare, ridere, divertirci, condividere gli stessi valori e idee politiche. Certo bisticciamo ogni tanto, ma alla fine ci riappacifichiamo nella stessa giornata. Non vale nella nostra coppia prolungare il broncio per più giorni. Devo confessare che sono contenta (per ora, mai dire mai ?) di aver avuto solo una storia importante, di non aver vissuto amori contrastati, pene d’amore da romanzo ottocentesco e di sapere che il mio uomo sa “quasi” tutto di me da sempre. Seppur siamo cambiati nel corso degli anni, abbiamo avuto la fortuna di adeguarci l’una all’altro, di continuare il percorso assieme. Questa è la nostra forza. Alla faccia di coloro che dicono che la prima storia d’amore adolescenziale non può durare!

Sabina


Ecco la storia di un riuscitissimo baratto d’amore! Non fraintendetemi… spero ovviamente che nel frattempo anche la sorella di Sabina abbia trovato il suo principe trash. Ma il sottofondo adolescenziale e il lieto fine di questo Amore, regalano la leggerezza necessaria per poter leggere questa storia con la giusta croccantezza. Mi piace immaginare quegli anni possibilisti. Che hanno portato una coppia a studiarsi e a scegliersi, nonostante un iniziale abbinamento imperfetto.

Che poi… a chi interessa più un Amore perfetto? Quella è roba per le apparenze delle casalinghe di Wisteria Lane. Confesso che anch’io, vent’anni fa, avrei fatto un tentativo col bassista di Umberto Tozzi. E poi con Umberto stesso (dan-dabadan…). Grazie Sabina, un saluto anche a tua sorella (non è un’offesa, giuro) e a tuo marito, che si conservi sempre trash, come piace a te.

E voi che Amore avete da raccontare? Scambista? Monoteista? Apripista? Apneista? Inviatelo con o senza vergogna a: virginia@nonostanteme.com

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Una vita per raccontarla

Ecco un’altra storia.

Fresca come una goccia di pioggia sulla schiena. Screanzata come la giovinezza. E malinconica come una canzone con gli accordi minori nei punti giusti. Ogni frase di M. dondola tra passato e presente, e mentre scende prende la spinta per risalire con grazia e potenza.

M. è nata all’estero e vive in Italia da qualche anno. Si preoccupa perciò di dirmi che devo perdonare il suo italiano ancora “circa”. Ma ha una consecutio temporum che parecchi italiani non riescono ad assemblare manco dopo la maturità. Per cui la pubblico tale e quale. Perchè l’amore non è mai stata una questione di ortografia o sintassi. Ed io la ringrazio ancora per aver voluto condividere un frammento della sua vita su questa pagina.


Avevo solo 13 anni, lui 17 o 18. Ovvio che non mi ha vista, uno figo come lui non sta a guardare le bambine come me.

Ho poco più di 20, sono sicura che l’ho visto prima. Lui mi guarda con la stessa faccia che devo avere avuto io. Ma dove l’ho visto? Sto per andar via quando lui mi prende del braccio e mi offre un passaggio, ho tanto da fare e non ho nessuna voglia di camminare sotto il sole quindi accetto volentieri. Dopo 10 minuti di macchina e nessuna indicazione, scendo proprio davanti a casa mia. 

Ci siamo ritrovati in diverse occasioni, concerti, feste, aperitivi. Avevamo amici in comune e conoscevo molto bene la sua fidanzata. Non abbiamo mai parlato ma ancora mi chiedevo come fosse possibile che mi avessi portato a casa senza io avergli detto dove vivevo. Una sera lui venne a prendere la sua fidanzata a casa mia, li stavo aiutando a fare una locandina, è stata la prima volta che ci siamo toccati, sfiorati solo per caso. Elettricità, non c’è un’altra parola che descriva meglio cosa ho sentito. Lui non ha detto niente, forse ha detto “scusa” ma i suoi occhi mi dicevano altro che non ho capito. La seconda volta la scossa fu ancora più forte, non potevamo dire niente, eravamo circondati. Ci siamo lasciati sconvolti, in silenzio, neanche un ciao. Non ero sicura di cosa voleva dire o se lui aveva sentito lo stesso, non avevamo mai parlato se non con gli occhi e io, io non sapevo leggere tutto quel nero, profondo, mi perdo, non voglio sapere cosa vuol dire, e allora guardo da un’altra parte.

E fu un giorno di estate che finalmente mi parlò. Ciao mi dice sulla chat, eravamo tanto lontani, in due città distanti, ma quel ciao bastò per parlare per ore. Di lui, di me… era lui chi avevo visto quasi 10 anni fa, e lui, lui sapeva chi ero. Mi ha riconosciuta un giorno che sono andata a trovare la mia coinquilina all’università, lui la conosceva e ha fatto di tutto per portarla a casa, così avrebbe saputo dove vivevo io. È ufficiale, non posso più fare a meno di lui.

Lui la lasciò, per me, lui voleva solo essere insieme a me, e io, io no! Non posso, io la conosco, non posso farle questo, lei lo ama e sta soffrendo. Non posso.

Solidarietà femminile”!!! che grande bastardata!!! Ma perché ci imponiamo delle regole che non fanno che nuocere la nostra felicità?! Perché la felicità degli altri vale più che la nostra?! Non è che una scusa, travestire di lealtà la nostra mancanza di coraggio. Questo che sento è vero, lui mi manca tanto.

Mi sono innamorata di un altro. Lui è con un’altra adesso, se ti dicono sempre NO, c’è un limite anche per il più innamorato. Ma io m’invento motivi per vederlo e copro di amicizia il mio amore tanto bene che neanch’io riesco a distinguerlo più. Con il mio nuovo amore non sono mai stata insieme, adesso penso che forse non volevo neanche esserlo.

Sto per fare 23. Uscì di lezioni e non ci ho pensato due volte, non so perché ma la chiamai. Sono andata a trovarla e le ho detto quel che sentivo, mi sono risparmiata i dettagli, sarà passato più di un anno ma avevo ancora paura di ferirla. Qualcuno mi ha detto, anche se non succede niente, lui merita di saperlo. E al giorno dopo andai da lui. Non rispondevano al citofono ma il custode mi fa salire lo stesso. Suono alla porta ma nessuno risponde e quindi mi giro per prendere l’ascensore e proprio come sceneggiatura di Rom Com Hollywoodiana si apre la porta ed era lui con i suoi occhi aperti forte, sempre neri, profondi, e io capisco che quei due universi neri sono il mio mondo.

Iniziai così: so che ci sono mille ragioni per dire che è sbagliato questo che sto per fare ma solo una mi valida e per quella ragione sono qui, lo faccio per me… Io non ho mai smesso di pensare a te, e so che sei con un’altra adesso, ma dovevo dirtelo, non ti chiedo di lasciarla, solo volevo dirti che io sono ancora qui… Vidi il suo riflesso nella TV, seduto con la testa tra le mani fa passare lunghi minuti in silenzio ma poi mi guardò e sorrise. Era un pomeriggio di primavera, un raggio di sole illuminava i suoi occhi. Io mi sentì finalmente leggera, e me ne andai. Due giorni dopo arrivò da me, e rimase per 3 anni. Ci sono persone che non mi hanno più parlato, pranzi in cui il silenzio e gli sguardi di disapprovo erano terrificanti; domande mai fatte, nessuno me lo disse ma io non avevo permesso per parlare di lui, ma niente m’importava perché ero felice.

Non ho mai più amato così. I suoi difetti erano quello che mi piaceva di più di lui perché le sue virtù erano tante che solo se conoscevi i suoi difetti voleva dire che lo conoscevi davvero. Quello mi faceva sentire importante, unica, il pezzo mancante del puzzle. Lui si dedicava a farmi sentire bella, a incoraggiarmi, a mostrarmi un mondo migliore ogni mattina. I suoi occhi sono oscuri ma non facevano che illuminare la mia vita, lui mi faceva ridere, non nascondeva niente e sapeva tirar fuori di me il meglio anche nei momenti bui. Ballavamo da soli senza musica in salotto, ci guardavamo per ore in silenzio perché sapevamo che a volte quelle sono le conversazioni più eloquenti, ci facevamo il tifo e rimproveravamo a vicenda, eravamo una famiglia; e abbiamo chiuso il patto con un anello.

Il giorno che il mondo crollò, quel giorno del “non sei tu, sono io”, “ti lascio libera”, “lo faccio per te” arrivò il giorno che compiei 27. Lo fece nuovamente su una chat. Eravamo di nuovo tanto lontani, in due paesi distanti, lontani da casa, dagli amici, dalla nostra lingua. Ma la vera distanza era quella tra di noi, e io non ne ero a conoscenza, o meglio, io non l’avevo vista crearsi, piano piano, una piccola fessura si era creata ed era adesso ormai un burrone. Non la vidi mai, ma era li e una storia che inizia così come la nostra non poteva finire diversamente. Doveva essere intensa, violenta, hollywoodianamente drammatica. Son dovuti passare anni per farmi aprire gli occhi e vedere che non ero la vittima, che magari sarebbe potuta finire meglio o meno male, si! ma io semplicemente non avevo visto che la nostra storia non ci apparteneva più solo a noi, eravamo su un nuovo palcoscenico con nuovi personaggi a recitare. Allungarla ancora non era che forzarla a essere banale, una storia in più come tante altre e noi, noi non siamo stati mai banali. Dovevamo percorrere altre strade, ognuno per conto proprio. Io soprattutto avevo tanta strada da fare ancora, da sola. Maledetta cecità la mia, ma finalmente ho capito che la verità non fa meno male, ma fa male meno tempo.

Non ci siamo mai più visti né abbiamo più parlato. Ho saputo che lui si sposò, che aveva il lavoro dei suoi sogni, che stava bene e che era felice. Io ancora non ero arrivata da nessuna parte, ma mi ha fatto onesto piacere saperlo.

E ancora sono passati altri anni e io continuo a perdermi e ritrovarmi. È che forse io non vado effettivamente da nessuna parte, sono troppo concentrata a vivere il presente, ma non farò passare più anni tra di noi mi dissi, e lo chiamai. Verrò dalle tue parti e vorrei trovarti, quando hai tempo?

Il giorno che ci siamo trovati non ero nervosa, ansiosa né preoccupata bensì felice, come quando da bambina a scuola suonava il campanello che avvisa che iniziavano le vacanze. Dopo quel ring! le giornate non potevano che migliorare. Dopo questo incontro non posso che star meglio.

Siamo stati tutto il pomeriggio insieme e fu come se non esistessero orologio né calendario. Sono passati più di 9 anni da l’ultima volta che ci siamo visti e più di 20 dalla prima ma non importava. Non c’erano temi tabù, no c’è stato nessun silenzio scomodo, abbiamo parlato, riso e abbracciato forte e a lungo.

È arrivato il momento di salutarci. Non so se ci rivedremo mai più ma sono contenta perché so che la nostra storia non è finita…

M.


Se volete raccontare la vostra storia, inviate una e-mail all’indirizzo virginia@nonostanteme.com

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Tacco 12

Trentasei anni fa, lungo la navata della chiesa, pensavo alla fuga. Credo me la impedisse solo il tacco dodici. L’esperienza a dir poco negativa dei miei certo non aiutava.

Promettere a qualcuno che lo si sarebbe amato “per sempre”? Una follia scientificamente scorretta.

Trentasei anni dopo siamo ancora qui. Insieme, intendo. 

Nel mezzo? Momenti di felicità pura, di sopportazione pura, di amore puro, di amicizia pura, di condivisione pura, di mutuo soccorso puro.

Superando – come tutti – varie difficoltà, non ultima quella di essere contemporaneamente Isotta e una moglie borghese. 

E soffermandomi spesso sul  miracolo di quest’uomo che, da estraneo, era diventato carne della mia carne e, appunto, compagno, amante, amico…

Ricette? Nessuna naturalmente. Nessuno con un po’ di sale in zucca si sognerebbe di darne. Perché il filo rosso che unisce un uomo e una donna (per trentasei giorni o trentasei anni) è sottile come una ragnatela, fragile, effimero e personalissimo. Alchimia? Fortuna? Casualità? Destino? 

Trentasei anni dopo non ho ancora la risposta.

Laura


Mi piacerebbe esordire dichiarandomi “fortunata lettrice in anteprima” delle fantastiche storie che avete inviato. Le pubblico e le leggo con gioia qui assieme a voi, perchè in soli due giorni ne sono arrivate tante, tantissime: inutile dire che da sabato, controllare l’account del blog è diventato il mio hobby preferito. Laura è stata una delle prime a scrivere. Quando è arrivata questa e-mail, l’ho letta in compagnia di un sorriso e un po’ di batticuore. I  motivi sono facilmente immaginabili. Il primo è perchè mi sono sentita lusingata dal fatto che una persona abbia voluto raccontarsi in questo spazio. In secondo luogo perchè parla di un’emozione che scivola leggera sul raso del vestito bianco. Sono quei racconti belli e semplici, che lasciano un senso di stucchevole verità. Io non sono sposata e non ho nemmeno idea di cosa sia un bouquet, ma so che queste sono le storie di cui ho bisogno. E mi piace ancora di più pensare che tutto questo sia successo all’inizio degli anni Ottanta e alla fine di una navata di una chiesa.  Per credere che c’è qualcosa che ancora non so, ma che funziona comunque. Nonostante tutto.

Se volete raccontare la vostra storia, inviate una e-mail all’indirizzo virginia@nonostanteme.com

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Tu, come lo fai?

Esistono in Amore gli approcci a lieto fine? Sì?!?

No, perché a me a volte, sfugge ancora  qualcosa che accade nel mezzo. Dunque, chi ha capito qualcosa di fondamentale, cruciale, sostanziale, cortesemente ce lo illustri. Raccontate le vostre esperienze e i barbatrucchi che vi hanno aiutato nelle situazioni a due, oppure dite cosa NON si dovrebbe assolutamente fare.

Fatelo, come meglio vi pare e la vostra esperienza sarà condivisa su queste pagine tenerone.

Personalmente prenderò appunti, in deferente silenzio e col sorriso fiducioso di chi crede di potercela fare. Ancora una volta.

Attenzione: a chi condivide un super-spoiler, anonimato garantito! Segnatevi dunque questo indirizzo virginia@nonostanteme.com ed inviate i vostri racconti!

P.s. Viva noi!

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