Kiss, first. #10 (ending!)

Riassunto della puntata precedente: Anna torna a scuola dopo la notte in ospedale con suo padre. Durante l’intervallo va a cercare Filippo e lo trova in biblioteca.

– Lascia perdere. Non andare da lei.

Carolina è amara ma serena: è diventata la saggia voce fuori campo di un film sull’adolescenza.

Matteo, all’apice della scala del III piano del liceo ha i piedi in un precario quanto miserabile equilibrio. Ma si volta, con una calma del tutto inaspettata. La stessa che ha scoperto nel passo di Anna, mentre saliva ai piani alti per andare da “quel” lui. Da Filippo.

Lì dietro le quinte, Matteo si ritrova negli occhi azzurri e nei capelli infuocati di Carolina. Questa premura nel ricordargli cosa non fare, è però del tutto inutile.

– So bene cosa non devo fare, non ti preoccupare.

Matteo sfiora in silenzio il corrimano della scalinata con le dita. Sembra voler prendere dimestichezza col dolore. Rabbonirlo con una coccola. E tutto questo perchè ha capito di aver perso la sua occasione.

– Per favore, non dirle che l’ho seguita per vedere se andava da quel tipo.

– Io non ho visto niente.

Carolina gli offre il suo sorriso di consolazione. Sapendo bene che non esiste un sorriso che possa guarire un dolore d’amore.

Matteo inizia la sua discesa. Ogni gradino, un nuovo attimo senza più un’idea.

Costeggia l’immobilità di Carolina, e le regala la sua scia di composta tristezza. E lei trova delle parole che non sapeva di avere dentro di sé, fino a quel momento.

– Non ci sto provando con te. Non sei nemmeno il mio tipo. Ma se hai bisogno di parlare, usami pure.

– Grazie, ma sai che noi maschi non parliamo mai delle cose che per noi sono importanti.

– È vero, ma potreste sempre scegliere di fare questo passo verso voi stessi.

Forse questa era la frase che Matteo aspettava da una vita. Quella che parte dall’abbandono della sua famiglia ad opera di suo padre. Quella che arriva in silenzio su quei gradini di pietra oramai consumati da un secolo di liceali innamorati.

– Grazie… Carolina.

– Dai, torniamocene in classe – un altro sorriso – che questo è il piano dei poveretti “senza estate”. Non ci posso credere, che tra due anni tocchi a noi!

– Che dici, vogliamo smetterla con le brutte notizie?

– Hai ragione! Senti, hai intenzione di disintegrare la strega di latino anche oggi?

– In realtà non faccio nulla di che. È lei che collassa su se stessa. Io le dò solamente la spintarella finale – pausa di ragionamento -. In effetti sono un gran bastardo.

– Dai. Non sei così male.

– Allora se non hai paura di andare alla tavola calda con uno screanzato come me, ci vediamo alla fine delle lezioni. Ti aspetto accanto al busto di Leopardi.

– Sarà un gran momento per quel marchigiano.

– Puoi dirlo forte.

La luce nella sala di lettura era davvero il compendio di tutti i colori. Che si potevano vedere negli scaffali, nelle vetrate. E poi negli occhi di Anna e Filippo.

– Le tue compagne di classe mi hanno detto che eri qui. Sono state carinissime.

– Lo posso immaginare.

La pagina del libro si era chiusa, senza il segno per ritrovare il punto esatto. Una partita persa, insomma. Ma Filippo voleva parlare.

– Come sta tuo padre?

– Lo hanno operato. Un problema respiratorio. Comunque si riprenderà.

– Mi fa davvero piacere.

– Volevo ringraziarti per ieri. Sei stato molto gentile. Io invece ti ho trattato come un delinquente.

– Non devi scusarti. Se avessi una figlia della tua età vorrei che si comportasse come te.

– Caspita, che pensiero da adulto…

– Già, devo smetterla di ragionare come se fossi mio padre.

Anna aveva deciso di avvicinarsi. Filippo fece lo stesso, e si alzò da quella oramai inutile sedia.

Poi lei si fermò, accanto alla finestra. Quella con le vetrate enormi ed indiscrete. Lui con la mente era già accanto a lei. Altri tre passi fecero il resto.

– Cosa leggevi quando sono arrivata?

– “Il vecchio e il mare”di Hemingway. Ecco, adesso penserai davvero che sono un anziano.

– Non l’ho mai letto. Di cosa parla?

– Di una sfida contro il mare. Contro le opinioni della gente. Contro se stessi. Mia madre mi ha insegnato ad osare, quando credo in qualcosa. Poi la vita mi rivelerà se ho fatto bene oppure male. Per i pochi anni che l’ho avuta con me, mi ha insegnato questo.

Filippo ha trovato un suo spazio, appoggiando il suo fianco alla parete vicino alla finestra. Anna invece ha accolto la notizia della madre di Filippo facendosi illuminare dalla luce quasi primaverile di metà mattina.

– E quindi ora sai perché ti stresso con i miei interventi fuori luogo. Forse in questo non c’è nessuno più immaturo di me. Ma non temo nessuna circostanza sfavorevole. Ci voglio provare. Perché tu hai la forza negli occhi. E non hai bisogno di me. Per questo mi piaci.

– E tutte le ragazze che ti vengono dietro? E quella della festa di Natale?

– Hai ragione, non sono un santo. Ho avuto diverse esperienze, ma nessuna finora che possa essere definita “amorevole”. Non sono interessato affettivamente a nessuna delle ragazze con cui sono stato.  E sono sicuro che sia la prima volta in cui faccio un discorso di questo tipo ad una donna.

Lo sguardo di Filippo aveva presidiato il viso di Anna e fu in quel momento che entrò nel sogno che lei avrebbe fatto quella notte. Lui era davvero bellissimo nella forza della gioventù che non teme lo sbaglio, nè il fallimento. I suoi capelli biondi a soqquadro avevano di colpo acquistato un loro senso e una loro prospettiva. Quegli occhi chiari e sinceri dicevano esattamente quello che il cuore e la testa avevano pattuito, in un’ottica di reciproca onestà.

Lei lo osservò. Lo ascoltò.

Ispezionò con grazia ed attrazione soprattutto quei suoi sguardi. E sentì che era ciò che voleva in qualche modo provare anche lei. Perciò in cuor suo lo ringraziò per essere stato così costante, determinato, ostinato.

Gli piaceva, perché gli aveva detto la sua verità. Lei poteva credergli o meno. Forse la vita da quel giorno in poi avrebbe rivelato la serietà di questa scelta. O forse no. Ma oramai non era più in grado di decidere col distacco del mercante, perché lui aveva abbandonato la tana della parete e le aveva preso le mani inondandola di azzurro.

Fu a quel punto che lei capì.

Che non c’è un motivo per non fare ciò che il cuore ti sta urlando. E così strinse quell’intreccio di mani e raggiunse in punta di piedi il viso di lui.

Con gioia ed un raggio di sole, lo baciò.

Una volta, due volte.

Poi lui la accolse nelle sue spalle e non la lasciò più.

C’è da dire che la campanella della fine della ricreazione era suonata quando Filippo aveva iniziato a parlare di Hemingway.

Ma ad entrambi non era importato più di tanto, perché avevano capito che quello era un attimo di liceo che capita una volta nella vita e se l’erano preso e basta.

Image: Pixabay

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