Kiss, first. #2

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Matteo’s song!

Dicembre è così. Ti porta per mano verso il Natale e poi ti abbandona lì, augurandoti che tu abbia qualcuno con cui festeggiarlo. Lo sa bene Matteo, che ha rinunciato ad essere felice in famiglia per riversare tutte le sue aspettative negli amici e nella musica. Lui che duella a colpi di parole amare e occhiate feroci con suo padre, uomo debole e costantemente in recupero sulla vita. L’uomo che ha preferito un’altra donna a sua madre, e poi un’altra ancora. Matteo ricorda quell’ultima mattina di Natale quando lui era piccolo ed il pigiama era il vestito più bello per aprire i regali assieme. Agli occhi del mondo erano una famiglia Mulino bianco, ma senza biscotti. Perché in realtà se avesse guardato bene nelle pupille di suo padre, avrebbe capito che mentre si inginocchiava accanto all’albero decorato, lui li aveva già lasciati. Ora i Natali sono al rimbalzo, tra due famiglie abortite da un figlio. E forse quando hai 17 anni, a tutto questo non c’è rimedio. Matteo è uno che ammira in silenzio gli adulti che sanno cosa farne della loro vita e di chi la circonda. Matteo è uno che azzanna gli adulti incapaci di essere grandi ed attribuire così un senso agli anni che li hanno portati ad essere definiti tali. Lui invece sa che gli manca davvero poco per sentirsi grande. Perché c’è già quella ragazza con i capelli asimmetrici che non lo molla un attimo. A volte gli sembra che sia proprio quella pettinatura sbilenca a darle poco equilibrio nei comportamenti. Vorrebbe addirittura che si vedessero il giorno della vigilia. Non saranno cose troppo da fidanzatini? Inventerà una scusa qualunque, perché per lui quella ragazza è una “chiunque”. Anna invece è seduta in terza fila e si capisce che non ha ancora tutte le risposte. Ma le cerca, a forza di sbagliare e poi dice semplicemente “Ho sbagliato!”. Com’era carina da piccolina. Lei che era una cometa con la coda legata da un elastico blu. E correva, correva nel cortile della scuola. Nessuno riusciva a starle dietro. Ed era tutto così limpido e caldo in quel pezzetto di mondo: un disegno con una casa col tetto rosso e un sole che sorride nell’angolo.

Oggi è giovedì e Anna ha l’allenamento di atletica. Matteo lo sa bene e ha deciso che questa volta ci andrà. Perché non ha un motivo per non andarci. Perchè Matteo affronta le cose importanti con una traiettoria concentrica ma inesorabile. Si avvicina con prudenza a tutto quello che ha paura di sfasciare. Sarà bello vedere quello sguardo di chi sa cosa vuole. Come lo vuole. E quando lo vuole. E poi gli piace la curva delicata della sua nuca. I capelli che ondeggiano nel passo lungo e disteso. Il vapore che esce dalla sua bocca. Tutto questo sta per dare un senso completo ai suoi intimi pensieri su di lei. Sono già le tre. È ora di muoversi.

Anna sta per uscire, e come sempre la mamma ha una raccomandazione di realismo da cronaca nera:

– Quando finisci sarà buio! Se qualcuno ti si avvicina inizia ad urlare più forte che puoi!

– Mamma… ma cosa stai dicendo?

– E poi corri! Ti alleni apposta, no?

– Certo, mi sono iscritta alla società di atletica proprio per scappare dai maniaci…

Il sarcasmo non graffia mai la mente di una madre preoccupata. È così da secoli.

– E poi guarda che fa freddo, copri meglio quella schiena nuda!

– Vado mamma. Ciao.

Tutto è come dovrebbe essere.

Filippo oggi ha l’ultima lezione di guida prima dell’esame pratico. Filippo è il contrappasso di Matteo. Infatti in questa occasione il suo di padre ci sarà. Ci è sempre stato. Da quando ha capito che suo figlio avrebbe avuto una vita intera per sentire la mancanza di sua madre, ha deciso che l’unica cosa che poteva fare era cercare di essere un padre migliore. E così ha fatto. Filippo non chiede mai nulla, e accoglie ciò che questo adulto vuole offrirgli. Sa che è un uomo che ha fatto tutto quello che poteva, anche quando non poteva fare nulla. E così sono già passati dieci anni da quel pomeriggio. Loro due, che nella mancanza di una donna, sono diventati uomini assieme.

La strada per raggiungere la pista di atletica è a prova di cretino. Certo che lei sa starci attenta. Sacca in spalla, deve prendere la metro e un autobus che va verso la periferia della città. Ma il tempo che ci mette è davvero minimo. Quindi zero problemi. La sua schiena (ben coperta) è adagiata alla vetrata ipermicrobica della metro; la vita scorre via nel buio di una galleria e non si fa afferrare. Anna pensa a quel sorriso. Anche quello non si fa acciuffare. E poi bisogna vedere a chi era destinato. Perché le cose vanno meritate, non estorte alla realtà dalla propria fantasia, che vuole solamente un bel film su cui sgranocchiare dei pop corn.

Davanti al centro sportivo c’è un enorme piazzale adibito a parcheggio. Gli alberi ad intervalli regolari ne incorniciano idealmente il perimetro esagonale. L’autobus disarciona gli ultimi passeggeri in quella statica coreografia di cespugli e lampioni e si è già trasformato in una scia luminosa che dirige il suo destino verso l’ormai prossimo tramonto. Nel parcheggio ci sono alcune macchine nei tracciati.

– Adesso scala la marcia e accosta.

I dialoghi sono quelli essenziali e monocromatici di due maschi che comunicano in maniera funzionale. Questo è una modalità collaudata che rilassa da sempre padre e figlio.

La manovra è sicura e leggera. Nulla di più facile.

– Ora prova a parcheggiare tra quelle due macchine. Occhio che c’è gente.

Filippo sa che questa è la prova del 9. Del 18 e pure del 36. Eppure l’ha fatto altre volte. Ma stasera, c’è qualcosa che rende diverso quell’approccio. C’è una ragazza. Che non lo guarda e non le interessa essere guardata. Deve parcheggiare e proprio di lì sta passando lei. Allora Filippo attende. E mentre attende si ritrova agganciato a lei con gli occhi. E non è mica tanto male sentirsi così. Ma lei si volta di scatto ed il suo di sguardo parla chiaro:

– Che caspita hai da guardare?!?

Forse l’iniezione subliminale di antirabbica della mamma contro gli scocciatori è stata somministrata in dose eccessiva. Così Filippo si prende quello sguardo aguzzo e si lascia tagliare. È solamente un istante della vita di entrambi. Ma di quanti milioni di istanti è formata la vita di un adolescente?

L’istante di Matteo invece si esaurisce nell’ultimo sguardo verso l’ingresso in pista degli atleti. Probabilmente ha sbagliato giorno, ora e pianeta. Giocherellare col telefono non gli basta più. Eppure, qualcosa gli dice di rimanere. Perché se a dicembre rimani fermo ad aspettare qualcuno con cui non hai un appuntamento, è perché forse ne vorresti uno. E ad un tratto, lei accade negli occhi di lui: una calda diapositiva a colori, nel vapore di un respiro invernale.

Image: stocksnap

Song: Until the day I die – Story of the year

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