Kiss, first. #4


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Party’s song!

Il magazzino in cui si terrà la festa è un pezzo raro di bigiotteria industriale. Alti soffitti incorniciati da tubature pendenti e scaffalature metalliche custodiscono i decibel di questo groviglio di strumenti musicali. Qui le chitarre, la batteria e il basso trovano una naturale accoglienza in un’atmosfera di melodica fantascienza. In quest’arena musicale, i giovani visi rivelano sguardi esperti e gestualità di rito.

– Domani sera facciamo festa all’ex magazzino tessile. Vieni?

L’invito di Matteo, è nato da un passo convinto dal fondo dell’aula al termine della ricreazione. Anna era assopita nelle pagine del suo diario ed è stato tremendamente bello vederlo avvicinarsi, farsi agganciare da quello sguardo e da quel profumo di shampoo che quei capelli dilapidano appena si muovono. È meraviglioso sentirsi vittime dello stesso raggiro.

La risposta di Anna è tanto pulita quanto menzognera.

– Grazie, vedrò se riesco a passare.

Matteo ha sorriso. Ha capito che il gioco è appena iniziato.

Nella sala principale ci saranno almeno un centinaio di persone nate sul crinale del terzo millennio. Ufficialmente ragazzi di III, IV e V di questo liceo innevato. Ma almeno un terzo di questi sono amici imbucati in cerca di una serata giusta. Quella che riscatta in un colpo solo un’annata deludente. È la sera del 23 dicembre e tutto tace sotto la neve. Ma in questo edificio neoclassico ricamato dai ghirigori dello smog, non c’è posto per la noia del silenzio. Qui i cuori pulsano con gli amplificatori in un eterno contrattempo. È una vita che la chitarra non dà tregua a Matteo. Lui suona. Quando è incavolato. Quando è innamorato. Quando è se stesso. Ha iniziato quand’era alle medie, con la chitarra classica. Poco dopo il passaggio alla chitarra elettrica l’ha disintegrato e poi ricostruito nei primi due accordi. Da allora è un elemento costante del suo addio all’infanzia. Da sempre leale con i suoi pensieri e con gli amici, quando suona è un’ombra solitaria nella luce di una canzone. Ma la cosa davvero rara di un adolescente come Matteo è che non c’è egocentrismo nelle sue pennate. Matteo si regala al gruppo nel suo meglio e questa attitudine rafforza il suo talento. Questo piace pure alle ragazze, che se lo godono con gli occhi e lo esplorano con le mani, mentre accarezzano quel bicchiere fradicio di condensa. Lo sa bene la tipa dai capelli asimmetrici che è già lì dalle otto, benché la serata cominci appena alle 22 e passa. In quel cataclisma i corpi si accalcano e le menti si sbranano in uno sguardo. Ogni sorso di quei miscugli alcolici equivale ad un avanzamento di pedina nel gioco degli adulti.

Anna arriva nella zona industriale della città accompagnata dal papà. Il silenzio in macchina proietta l’istogramma della preoccupazione di questo pover’uomo, che vede la figlia uscire nell’ora in cui gli orchi hanno voglia di fare merenda.

– Papà, dai, fammi un sorriso.

– Promettimi che non … – pausa drammatica.

– Se tu mi prometti che non ti preoccuperai.

– Ci proverò.

Un bacio e via. Con quel lucidalabbra, Anna lascia un po’ dei suoi 17 anni sulla guancia del papà. E lui sa che in quel bacio la sta perdendo, ed è proprio la vita che glielo sta delicatamente urlando tra un fiocco di neve e una lucina di Natale.

Carolina è già tutto un festone. Le corre incontro e mentre l’abbraccia le regala la frase che diventa all’istante il proverbio della serata:

– Non ha chiesto di te, per questo ti vuole da morire!

– La tua saggezza mi commuove.

– Lo so, mi sorprendo anch’io. Dai, hanno appena iniziato a suonare. Ho contato almeno tre sanguisughe in saldo pronte a tutto pur di farsi vedere al suo fianco dopo il concerto. Senza contare quella tizia tutta stramba che se l’è già masticato tutto… povera la cannuccia di quel bicchiere!

– Cosa dovrei fare quindi?

– Nulla. Vedrai che questo ti distinguerà da quel polpettone di sgualdrine.

– Andiamo Carolina, ne ho abbastanza di queste strategie vuote.

“What I’ve done” dei Linkin Park tuona in ogni dettaglio della sala. Anna si avvicina al luogo sensibile. Lì dove albergano il suo cuore e il suo tremore. Lo riconosce subito. Sfrutta la distesa di teste e bicchieri alzati precariamente al cielo per osservarlo un po’ più a lungo. Può finalmente evitare di sembrare una stalker. È davvero bello questo ragazzo in camicia spettinata e capelli avvolti nel fumo. Ma la sua bellezza è solo la parte di un tutto che già sa di adulto. L’ altalena del desiderio femminile oscilla: ammirarlo nella folla o andare all’arrembaggio per farsi definitivamente scoprire? Ma come spesso accade, non siamo noi diretti artefici delle pagine delle nostre vite.

Per un attimo Anna distoglie lo sguardo dall’oggetto di tutti i suoi desideri e lo rivolge verso il limbo ancora vivibile della sala, dove non c’è calca umana e il pavimento sembra una radura dopo il passaggio di un branco di gnu metropolitani. E lì, nota lui. Il cafone del parcheggio. Della scuola. Insomma, di qualsiasi luogo. La sua sagoma è inconfondibile, perché tradisce linee maschili forti e delicate allo stesso tempo. Lui, tanto maleducato quanto incastrato in un bacio con quella ragazza di III. Non c’è davvero un motivo per guardare una scena così privata e così esclusiva tra due esseri umani, eppure Anna si è impantanata lì. Non sa nemmeno lei il perché. Sa solo che in un banalissimo secondo della sua vita, non è il suo Matteo che ha intercettato il suo sguardo, ma è Filippo che se lo prende e in silenzio se lo mette in tasca. Di colpo vulnerabile, di colpo indifesa. Ecco come la vita ci scaraventa in noi stessi e nelle nostre fragilità. A volte serve lo sguardo di un’altra persona per vedere ciò che siamo.

La neve da sempre danza su una musica che sente solamente lei. Noi esseri umani possiamo solamente ammirare questa bianca coreografia, immaginandone la melodia. Stasera, Anna e Filippo sono caduti l’uno nell’altra in una musica tutta loro.

Image: Pixabay

Song: What I’ve done – Linkin Park

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