Kiss, first. #9

Riassunto della puntata precedente: Il padre di Anna viene ricoverato d’urgenza e lei apprende la notizia quando è con Filippo. Lui si offre di accompagnarla in ospedale in macchina. Lei, suo malgrado, accetta per guadagnare tempo…

L’aria fresca di marzo solleticava i vecchi infissi della scuola. Le venature marmoree dei corridoi seguivano naturalmente il flusso delle storie, degli amori, delle amicizie.

Nelle aule, le grandi finestre ottocentesche regalavano squarci di cielo azzurro e briciole di desideri. La lezione di latino sembrava eterna. Eterna come la sua storia. Carolina era incastrata in quell’azzurro così lontano ed i suoi occhi percorrevano i contorni a singhiozzo delle nuvole che lentamente si disintegravano, per poi riformarsi, all’infinito. Pensava ad Anna, a suo padre e a quel messaggio che le aveva inviato il giorno prima.

– Sono all’ospedale, hanno ricoverato mio padre. Parlano di pneumotorace, ma non so nemmeno cosa voglia dire. Era al lavoro e non riusciva a respirare. Hanno chiamato l’ambulanza e l’hanno portato d’urgenza al pronto soccorso.

– Davvero Anna? Cacchio, potevi chiamarmi subito!

– Ce l’ho fatta lo stesso.

– Sì, lo so tu ce la fai sempre lo stesso. Vengo lì?

– Lascia stare, sono qui con mia madre.

– Va bene, fammi sapere presto qualcosa.

– Ok.

Anna si arrangia. In qualche modo, ce la fa sempre.

La porta scura dell’aula, che si apre.

Ed ecco proprio lei, la sua amica che entra alla seconda ora, dopo aver passato la notte in ospedale. Sul suo viso la stanchezza della mezzanotte, della una e pure quella delle due di notte.

Anna consegna alla prof.-strega la giustificazione d’entrata posticipata e va a sedersi al suo posto, che di colpo si riempie di tutto ciò che lei ha vissuto in quelle ultime ore. Carolina la aggancia con gli occhi e con il cuore. Dal fondo dell’aula, Matteo la guarda. La abbraccia. La bacia. Le chiede come sta. E tutto questo senza muoversi né dire una parola.

Carolina non può aspettare e subito va dritta al sodo:

– Come sta?

– L’hanno operato ieri sera. Deve rimanere sotto osservazione, ma ora va meglio.

– Sono contenta!

La prof. alza sensibilmente la voce proclamando un nuovo paradigma latino. Lo fa per rimettere a posto l’acustica dell’aula. E Matteo, mosso dalla rabbia, dall’avversione all’adulto o semplicemente per la noia dell’età, non fa tardare la sua replica.

– Prof, lei sa come si dice “empatia” in latino?

La prof. non capisce. E questo oramai l’abbiamo capito anche noi, che leggiamo questa storia da dicembre.

È arrivata la parentesi della ricreazione, troppo preziosa per non fare questa cosa.

Anna lascia Carolina a bocca asciutta, e se ne scappa al piano di sopra. Sa che ha un principio di occhiaie e una coda di cavallo che tradiscono un sonno arido e un risveglio faticoso. Ma deve andare in V B. I piani alti. La porta dell’aula è la seconda nell’ordine, accanto alla sala di lettura. Si avvicina alla soglia dei futuri maturandi. Un po’ di emozione, passi più corti e sguardo prudente. Si affaccia all’ingresso e lo cerca. Squadra al volo tutte le capigliature bionde, ma non c’è corrispondenza con la sua idea. Allora si fa coraggio e si rivolge a due ragazze che stanno chiacchierando nel corridoio. Una è seduta sulla cattedra del bidello, l’altra le è di fronte ed è la prima che si volta verso Anna e il suo sguardo da piccola fiammiferaia.

– Scusate, sto cercando quel ragazzo alto con i capelli biondi e mossi.

La ragazza in piedi la squadra subito e la condanna altrettanto presto; il tutto con la proverbiale solidarietà femminile dettata dall’invidia.

– Guarda, mi sa che non sei l’unica a cercarlo. Dovresti metterti in fila.

– Scusami? – la purezza di Anna è a volte disarmante.

Ma è l’altra a rincarare la dose.

– Filippo c’è e non c’è. Se ti piace l’idea di essere un led ad intermittenza…prendi il numero.

Lo sguardo di Anna si fa meno fiabesco e più da donna. Nonostante i suoi diciassette anni.

– Grazie lo stesso, siete state molto gentili.

Le due scope in jeans skinny rimangono così, secche e vuote. Come prima.

Anna percorre a ritroso la strada verso la sua classe. Si dirige verso la scalinata neoclassica con quelle colonnine a forma di birillo che sembrano un inno allo strike. E forse perché proprio in quel momento lei si sente come un birillo scaraventato a terra.

Passa davanti alla sala di lettura. La strada del ritorno sta già per diventare un ricordo. La porta aperta, e quell’improvviso abbozzo di sagoma che le ricorda il parcheggio, le scale, la festa di Natale.

È Filippo, che se ne sta da solo seduto alla tavolata centrale, un libro sotto gli occhi, lo sguardo in una storia. Lei lo riconosce e in lui rivede anche la se stessa di ieri pomeriggio. Lei che aveva paura. Lei che non è rimasta sola. Perciò decide di entrare. E lui solleva lo sguardo verso di lei, come se fosse la prima volta in vita sua.

Lì fuori, invece c’è Matteo. È rimasto immobile, sulla scala. A metà tra se stesso e ciò che vorrebbe. Vede Anna entrare in quell’aula, ma capisce che deve fermarsi. È questione di empatia.

Image: Pixabay

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