…e domenica?

Domenica di febbraio.

Come in un film americano in cui da un momento all’altro potrebbe comparire a sorpresa Don Johnson, sono andata a correre: una sorta di obolo motorio alla mia pigra coscienza invernale. Sono andata a Barcola, il lungomare per eccellenza della mia città. Qui i triestini nelle giornate di fine inverno possono fare solamente due cose: o corrono tutti contratti in una smorfia di lycra, o morsicano passi lenti ed impelliciati, con la bocca aperta e sporca di caffè. Siccome non sono né una runner, né una caffeinomane, ho scelto di nascondermi dietro le quinte ed ho puntato il vialetto dei derelitti, delle scorie: quelli che, corrono ma (ahimè!), non possono ostentare una buona falcata nella passerella che sfiora il mare.

Così, come una Forrest Gump con l’orchite, sono partita dal parcheggio della gelateria e sono andata controcorrente, ripercorrendo il viale in direzione stazione centrale. Un’andata che sapeva già di ritorno, insomma.

Per scelta, quando vado a correre non ascolto musica, perché mi garba troppo ascoltare i pensieri che si impadroniscono del mio cranio mentre incontro i vari personaggi che popolano la mia città. Così a passo discreto e con piccole pause di tutela cardiaca, respiro, osservo e pulso in ogni mio appoggio plantare.

La prima cosa interessante che si può notare, è che c’è davvero un casino di gente che corre. Da tutte le parti ed in ogni senso. In particolare, la domenica mattina ci sono più runners sui marciapiedi che macchine parcheggiate. Prima domanda ignorante: da dove arrivano tutti questi? Di corsa, ok, ma da dove?

Con il più classico entusiasmo dell’inizio e l’incoscienza di chi crede di potercela fare, ho iniziato il mio affondo nel nome del passo spedito e degli sguardi rubati con i runner che ho incontrato lungo il mio cammino. Il primo è stato un signore di circa cinquant’anni. Andava così veloce che quando ci siamo incrociati, si è aperta una finestra spazio/temporale e ci si è tuffato dentro. Chissà se aveva moglie e famiglia. Poi dalle retrovie una bici mi ha scampanellato allegramente ed io altrettanto allegramente ho fatto finta di essere sorda. Così lui ha capito che doveva fare tutto da solo per non lasciarmi il simpatico solco della ruota sulla schiena. La fiducia nel prossimo, prima di tutto. Ma non poteva mancare lei: la maledetta coppietta della domenica. Coordinati prima nel passo, poi nella tenuta tecnica, quando ci siamo incrociati lei mi ha guardato con un’espressione di amore degna di Donna Francisca. Devo dire che non mi sono arresa e ho continuato la mia baldanzosa corsetta, abbastanza fiera di essere lì e non nel mio meraviglioso letto col piumone arancio e con quei due pazzeschi cuscini devoti al memory foam. Comunque. Quando camminavo per riprendere coscienza, controllavo spesso l’orologio in modo da far pensare ai casuali avventori del momento, che fossi una di quelle atlete che sta facendo un allenamento figo e studiato. In realtà non avevo la minima idea di cosa stessi facendo. Andavo così piano che potevo leggere tutte le scritte sui muri. Ho notato che ci sono dei messaggi piuttosto suggestivi, abbandonati in angoli dimenticati da tutti. Chissà se è stato intenzionalmente nascosto quel: “Con te, due mesi inutili”. A ogni modo, percorsi 2,5 km (sperando per me invece non fossero vani) mi pareva onesto tornare indietro e darmi un bel voto per la volontà manifestata. Sulla strada del ritorno ho incontrato un runner-bandito, uno di quelli che corre col passamontagna. Mi sono chiesta il motivo della ricerca di un tale anonimato. Ma poi, siccome eravamo soli lui ed io nel raggio di 50 metri, ho preferito tenermi il dubbio e sono corsa via veloce. Ho scoperto poi da Runtastic che è stato il mio miglior chilometro. Tornando alla macchina da brava bravetta ho fatto un po’ di stretching. Quando mi sono resa conto che dovevo flettere il busto in avanti ho avuto un momento di crisi: non volevo dare le spalle a nessuno e per questo continuavo a girare su me stessa. A tratti sembravo un animale da cortile che cerca la sua identità perduta nella cattività. 

A quel punto ho capito che forse avevo trovato la metafora della giornata.

Image: Pixabay

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