La signora di Achille Togliani


Domenica sera ero a letto, nel mezzo del cammin dell’ultimo tomo di un prof. dotto e gagliardo, che da questa estate stuzzica il mio palato letterario. Nel tessuto silente di una letargica serata da single, con tanto di pigiama arrotolato alla fine della gamba e singhiozzo vigliacco del frigorifero che ci tiene a ricordarti che esiste pure lui, ho acciuffato con l’orecchio un ricamo melodico lontano nello spazio, ma soprattutto nel tempo. Non sono riuscita a capire esattamente da quale appartamento provenisse. Ma dal secondo istante da questa scoperta sussurrata al mio orecchio (il primo è andato per l’allungamento scenico della cartilagine tipo Spock), la mia mente ha realizzato lo schizzo a matita di questo passato color seppia. Il tutto sulle note di “Quando quando quando”, “Marina”, e una canzone che non conoscevo, “La signora di 30 anni fa“, di Achille Togliani. Incuriosita da quest’ultima, ne ho intercettato alcune parole e sono riuscita grazie alla rete a risalire poi al titolo. Ho pensato che ad ascoltare quelle belle canzoni di una volta fosse una donna, oramai nel crepuscolo dell’età. Ho immaginato il suo soggiorno con i mobili scuri che giocavano al rimbalzo con il bianco dei centrini. Ho visto nelle vetrine i souvenirs delle gite scolastiche dei figli e poi dei nipoti: un po’ d’Italia kitch su quelle mensole che sostengono gli oramai anemici ricordi. Il divano perfetto, con i cuscini rigidi, belli sodi: non come il mio, moderno e floscio, che ti ingoia a metà di una puntata di Zelig. Ho giocherellato con lo spazio immaginario di quella stanza, e poi ho visto quella donna. Seduta ad ascoltare la voce della sua giovinezza. A respirare il profumo del vento delle estati al mare, con i suoi genitori prima, e con il suo primo amore poi. Ho immaginato lei da ragazza, la sabbia sul suo ginocchio, e il suo cappello a tesa larga. Ed i polmoni, che respiravano la gioia della vita, qualunque essa sarebbe stata. Quando sai che hai 16 anni e il destino ti strizza l’occhio qualsiasi cosa tu faccia. E poi quel sorriso, sotto l’ombrellone, con quel ragazzo più grande che guardava te e il mondo già come un uomo. Perché ai tempi dei nostri nonni, quando avevi 22 anni, eri tosto, e sapevi che un matrimonio e un figlio potevano accadere da lì a poco, con genuina intenzionalità e quasi mai per “sbaglio”. Ho pensato a loro, ad un matrimonio durato mezzo secolo, proiettato nelle foto sbocciate e appassite di continuo in quel salotto che canticchiava i suoi ricordi analogici. Ho pensato a lei oramai senza lui. Non so perché, magari è tutta sbagliata questa storia e domani festeggeranno le nozze di diamante oppure non si sopportavano già dopo due anni. Ma ho pensato che se lui ci fosse ancora, forse lei non avrebbe ascoltato tutte quelle canzoni alle undici di sera. Perché la musica è andata avanti a lungo, e forse le serviva un aiuto per sognare di nuovo ciò che lui le rendeva reale, con la sua presenza. Insomma, un amore ad ingranaggi raffinati, quello che forse nessuna altra epoca storica ha disintegrato come quella attuale. Ma mi piacerebbe chiedere a questi “nonni” dagli amori lunghi, com’era il rituale dell’attesa. Della speranza. Della lettera che non arrivava. E del primo ballo assieme, con quella canzone di Achille Togliani, che ti accompagna per una vita intera.

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