Matajur mon amour

Alcune notti le ricorderai per sempre.
Le metti assieme a quella in cui
scopri che le scritte sui vetri appannati rimangono anche se il giorno dopo lavi la macchina.

La mia notte da ricordare ha il rumore di duecento torce nel silenzio di un sentiero di montagna.

Nelle prime ore del 29 luglio 2018 tutti noi eravamo buio, erba che si lasciava accarezzare e tanta voglia di arrivare in cima. Il nostro era l’appuntamento con il sole, paragonabile per solennità probabilmente solo a quella del braccio di un padre che accompagna la figlia all’altare.

La montagna sa essere ospitale, ma solo quando lo decide lei. La montagna è meritocratica. Per questo mi piace. Perché ti dà tutto quello che ha, ma solo se tu la accetti completamente. E quando credi di non avere più fiato nei tuoi passi, ecco che ti regala la sua cima.

È stato allora che il freddo del mattino si è rifugiato nelle nostre mani. Seduti in attesa di un miracolo ordinario, ci siamo ritrovati nella meravigliosa incertezza di ciò che saremmo diventati non appena fosse arrivata la luce di un nuovo giorno. Anche il cielo, minuto dopo minuto si risvegliava. Lasciava scivolare lento ed assonnato il suo lenzuolo scuro a terra per ritrovarsi poi più allegro e leggero.

Ore 5.53: spalle infreddolite vegliate dalla piccola chiesa, poche voci con cadenze diverse e una coperta di sguardi puntati ad est.

Quando il sole ha terminato la sua rincorsa ed ha sbirciato dietro la serratura della montagna, ci siamo sorpresi tutti, quasi fossimo stati degli alieni.

È stato lì probabilmente che ci siamo ritrovati tutti un po’ felici e un po’ tristi. Perché ogni alba racchiude sempre in sé anche un po’ di tramonto.

Ma non è per questo che alla fine il nostro è un “wonderful world”?

Song: What a wonderful world di Louis Armstrong

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