Nonostante Me…lara

Era la primavera del 1980 e quello era il profilo di mia madre.

Il suo giovane sguardo si incantò sui fuochi della cucina economica di quel microscopico appartamento. Mio padre, nella sua bellezza “rock under trenta”, entrò in punta di piedi. Mio fratello maggiore ed io, eravamo insaccati nei nostri pannolini di stoffa e dondolavamo come matriosche sulle piastrelle sale e pepe. Quel ragazzotto alto e con le basette insolenti, aveva un sorriso che germogliava da sotto il naso: come un talismano urbano, agitò davanti alla moglie innamorata il mazzo di chiavi del nostro nuovo appartamento popolare. Un paio di mesi più tardi, vedemmo il nostro primo tramonto dal terrazzo quadrettato a Melara.

In quello scarno trasloco, mio fratello gattonò dal piano terra al quinto piano, mentre io bivaccai grassa e grossa in braccio a mia madre. Gli ascensori infatti non erano ancora operativi, e bisognava rotolare, non tanto verso sud, ma su per le scale: una salita ascetica quindi, intervallata da qualche smadonnamento occasionale. Eravamo già verdi per lo sforzo: verdi, come l’ala in cui avremmo vissuto.

A Melara mi sono addormentata bambina e mi sono risvegliata adolescente. Tredici anni in cui ho imparato a vedere anche quello che lì non c’era.

Contrariamente a quanto si possa pensare, vivere nel casermone ha amplificato il mio senso del bello. Forse proprio perché Melara ti insegna a vivere in quell’essenziale di cui parlava Saint-Exupéry. I cunicoli di gomma neri a pallini ti conducono in qualunque direzione, ma primariamente alla sostanza che c’è in te. Il perimetro del casermone non aveva lati, ma atmosfere. Di amici. Di piccoli negozi. Di ingranaggi di montacarichi e di messaggi affidati alla inerte democrazia dei muri. Le blasfemie calcistiche o le dediche d’amore, erano un enorme diario grigio senza lucchetto. Ricordo ancora con ammirazione stilnovistica, quella scritta sulla parete dello scalone dell’ala verde, in cui lui invitava la sua bella “al Valentinis”.

Ma c’era anche chi si dava le legnate a Melara. Ognuno aveva le sue ragioni. Nel cuore o nel pugno. All’ombra dei monolitici pilastri cementizi, anch’io sono finita – mio malgrado – in un groviglio di calci e sberle. È stata la mia prima volta, e mi ha fatto prendere coscienza di quanto possa essere imprevedibile la traiettoria di un manrovescio. Poco male, quella domenica avrei fatto la prima Comunione e allora via tutti in villa Revoltella a fare le foto belle.

Quando siamo arrivati a Melara, abbiamo conosciuto i nostri dirimpettai. Persone buone e sincere, con le quali abbiamo condiviso un segmento di vita nei morbidi anni Ottanta. A Natale, il nostro pianerottolo diventava bello come una vetrina della Standa: addobbato con festoni e ricami di neve spray, mi sembrava di vivere nella pagina di un album di cornicette dell’Avvento. Ricordo che accanto all’ascensore brillava un adesivo dorato con una “V”. Ero piccola e fiera di quella onorificenza, finché qualcuno mi spiegò che quella non era l’iniziale di Virginia, ma un numero romano che identificava il quinto piano. La prima delusione della mia vita.

Essere bambini a Melara voleva dire prendere l’ascensore di casa da soli anche se era vietato fino ai 12 anni. Tua madre ti agganciava alle mani due sacchetti puzzolenti e tu in un atto deliberato di ribellione infantile, decidevi di gettare quell’immondizia dalla rampa alta: in competizione solo con te stesso, miravi in silenzio per inquadrare lì sotto il bottino dei rifiuti, sempre aperto e per questo infinitamente sincero. Se facevi centro eri l’eroe del giorno. Se facevi cilecca, ti baloccavi con disgusto a raccogliere da terra bucce di patate e scatolette di tonno unte, sotto gli imprechi feroci degli anziani che ti insultavano dalla fermata dell’autobus numero 25.

D’estate, a Melara ti abituavi a girare da solo e a gestirti il tempo, anche senza orologio. Durante i tuoi vagabondaggi, nelle generose fessure tra le vetrate e le scalinate, ci potevi intravvedere delle monete da 100 Lire. E allora come in una puntata suburbana di giochi senza frontiere, noi ragazzini si ravanava compulsivamente nei cassetti del soggiorno, per recuperare spago e calamita. Era così che ci si guadagnava delle liquirizie facili in latteria. Andare a casa di un amico invece, voleva dire entrare in un appartamento perfettamente identico al tuo, ma allo stesso tempo completamente diverso. Per terra, giocavamo in un eterno presente: accolti dal pacifico tepore del linoleum, eravamo protetti dal condono temporale delle vacanze estive. Il tutto finché non ci veniva fame. Allora capivi che era ora di tornare a casa tua. In realtà ti sembrava di non esserci mai uscito. Arrivavi quindi al tuo portone con l’oblò (perché c’era un oblò?) e maltrattavi ripetutamente quel pulsante nero, in modo che tua madre ti aprisse subito risparmiandoti la fatica di identificarti.

Ricordo ancora l’odore di erbe amare della farmacia. E la terrazza, dove ai primi raggi di maggio, ragazze bellissime prendevano il sole sulle sdraio. Lì in vetta, il piccolo mondo in letargo delle soffitte. Da dietro le assi di legno curiosavo e immaginavo la vita delle persone che avevano riposto lì, oggetti che per me al tempo erano magici: peluche, slittini, fumetti colorati.

Quando te ne vai, piano piano i ricordi stingono e si disintegrano in qualche sporadico episodio color cemento. Ma Melara ancora oggi per me ha tonalità ben definite che nulla hanno a che vedere con il grigio. Queste si sovrappongono al rosso di quella bici, che in un azzardo di entusiasmo da telefilm per poco non tirava sotto quel vecchietto. Al giallo dell’edicola in cui compravo sempre le figurine di Creamy. Al blu della panchina dove attendevo paziente che aprisse l’ambulatorio. E al verde delle finestre di casa mia, che hanno accolto i solstizi più belli che io abbia mai visto. Sono passati quasi trent’anni da quei giorni e molte cose sono cambiate. Cose che sicuramente oggi non so più di via Pasteur. Però io ci passo ogni tanto, lì vicino. Magari in macchina. E non mi serve metterci piede, per sentirmi di nuovo a casa.

Perché puoi anche andartene da Melara, ma è Melara che rimane dentro di te.

Video: Ugo Pierri, “Rozzol Melara” video di Fausto Vilevich.

 

19 pensieri su “Nonostante Me…lara

  1. adry ha detto:

    Insomma…quella casa bianca che…vecchissima canzone di Marisa Sannia nella quale c’è la stessa atmosfera che ho ritrovato in queste righe. E’ incredibile come certi colori non stingano mai…Brava!!!

    • nonostantemeblog ha detto:

      “…mi rimane dentro al cuor…della mia gioventù, che mai più ritornerà”.
      Grazie Adry, questo paragone mi lusinga!

  2. FABRIZIO ERBÌ ha detto:

    Bellissimo questo articolo.
    Nascondino in giardin e mentre chi conta cerca gli altri, gli altri xe a far merenda tutti insieme a casa e a prender in giro dall’alto el malcapitato. Dopo un’oretta se andava a far libera tutti.
    I pomeriggi in “ricre” a giogar a ping pong,…….quando nevigava giù per la discesa dell’ala gialla dentro le casse de birra….partide a calcio nei campi de boccie…..manazza sui muri…..mille ricordi….
    24 anni de ricordi bellissimi….
    Fabri Ala Rossa

    • nonostantemeblog ha detto:

      È proprio così Fabrizio. Melara ci avvolgeva nei nostri gesti infantili, e sapevamo divertirci anche con niente 🙂

  3. ziofonta ha detto:

    a Melara andavo coi miei genitori a fare la spesa in uno dei primi COOP rionali nell’ala credo gialla. poco prima sulla destra c’era la panetteria coi panini al latte ed una cartoleria sempre ben fornita di curiosità per noi bambini, che ricordi!

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