Quello che non so(no)

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Cara me,

ho deciso di scriverti in questo pomeriggio di dicembre, perché questo è il mese più adatto per accoccolarsi in un angolo morbido della giornata e sfogliare un libro che nessuno ha ancora scritto. Le acrobazie di questa tazza fumante giocano birichine con i miei pensieri e con questo foglietto appeso al monitor, ed io oggi ho bisogno di racconti con un bel finale. Sai cara me, ora è un momento bello. Sono felice nel cuore e nella testa. Dopo tanto tempo sono tornata ad essere una dignitosa versione di me stessa. Ma c’è una curiosità che vorrei togliermi e posso chiederlo solamente a te. Tu che sei sempre me in questo stesso tempo, ma in un altro luogo. Mi piacerebbe poterti chiedere com’è che ci si sente ad essere diventata mamma. Avrei così tante domande da farti. So già che sarò un disastro in questo, perché ti chiederò delle cose ovvie, che solo chi non è madre può osare chiedere. Ma fai finta di avere a che fare con un altro pargolo, e mentre lui sta dormendo, ti prego di regalarmi la tua pazienza in questo pomeriggio di dicembre. Ecco la prima. Com’è stata la prima volta in cui hai visto il tuo corpo diverso? Ti sei spaventata o ne andavi fiera? Io non so come mi sarei sentita. Potrei provare ad immaginarlo. Forse sarei rimasta ore sdraiata a fissare questo nuovo curvo orizzonte. Poi avrei provato a far camminare il dito indice e medio sulla morbida linea della pancia facendo le voci di chi racconta la storia di una tartaruga così vecchia che si era scordata il suo nome. Cercando di aiutarla a ricordarlo, ne avrei detti un migliaio e avrei provato ad intuire quale sarebbe piaciuto di più al bambino. Lo avrei chiamato proprio come lui voleva, la prima volta: lui, tutta una ruga e un pianto, in quel telo bianco dell’ospedale. Hai mai pensato che ti piaceva di più la vita di prima (la mia di ora)? Quando cenavi seduta con una gamba piegata di lato e di colpo ti alzavi per andare a strimpellare la chitarra? O a decidere di vederti una puntata del Trono di Spade alle 23? Quante volte hai pensato che lui sarebbe stato sicuramente meglio di te? Io lo penso anche ora, e credo sia piuttosto vero. Com’è stato vederlo camminare verso di te la prima volta, nel disordine di quella cucina e con quel ciuffo di capelli che il mollettone che avevi in testa non riusciva a tenerti su? Io penso che avevi un sorriso limpido e profondo, e le tue mani lo desideravano come una radice brama l’acqua nascosta nei segreti della terra. Ti voglio immaginare mentre saluti la nostra mamma con lui in braccio, morto di sonno e tu più stanca di lui. Voglio accarezzare con lo sguardo il tuo passo lento e prudente per non svegliarlo. Quando cerchi le chiavi con una mano sola e non le trovi, mentre lui si rannicchia ancora di più nel suo guscio di sogni. Ti vedo infine adagiarlo in una nuvola di lenzuola azzurre e fresche, baciato dai tuoi sguardi tiepidi e disarmati, che non lasciano più posto ad un solo pensiero che riguardi un presente senza di lui. Vedi cara me, io sono felice di ciò che sono adesso. La mia casa è in ordine e faccio la lavatrice solo un paio di volte alla settimana. L’altro ieri ho pure azzannato una mozzarella direttamente nel lavandino. Ma sono certa che se ora lui mi facesse un sorriso con solamente i due dentini di sotto, il mio presente parallelo mi farebbe un’enorme tenerezza.

Image:publicdomainarchive

Song: Love me, Yiruma

2 pensieri su “Quello che non so(no)

  1. Elisa Risigari ha detto:

    Penso che in nessun modo, prima di provare questo, pur avendolo desiderato più di qualsiasi cosa al mondo e provato ad immaginare in ogni suo aspetto, avrei saputo descrivere questo soffice, lieve ed infinito sentire con tanta luce, limpidezza e poesia. …

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