La prima volta

Chi guardava vent’anni fa il cartone animato “È quasi magia Johnny” (“Kimagure Orange Road” di Matsumoto, per i nerd come me!) alzi la mano. Beh, chi ha amato il tiramolla tra Johnny e Sabrina, si divertirà a leggere questa lettera. Manuel ha condiviso qui sul blog, questo meraviglioso istante di preadolescenza imbarazzata. Io l’ho trovato veramente delizioso.  E a voi è mai capitato qualcosa del genere in gioventù? Buon Dio, siamo già agli anni dei ricordi!

Alla prossima, Virginia


I jeans si appiccicavano alle cosce sudate per il caldo. Il canto dei grilli era forte e monotono. Un’ape annusava il profumo di una margherita. Tutto era immobile. Poche macchine sfidavano l’asfalto rovente. Il marciapiede era un deserto, solo io camminavo a quell’ora di luglio. Erano le due del pomeriggio e stavo uscendo dalla casa dei miei nonni, dove avevo pranzato dopo una mattina trascorsa al mare. La breve distanza di un chilometro per tornare a casa. Per me era un piacevole svago, un momento fatto di pensieri solitari. Ancora oggi invidio la capacità che avevo di immaginare, di rendere originale la banale quotidianità. Ero creativo e ogni cosa noiosa, nella mia mente, diventava un’avventura.

Le poche ombre lungo la strada si stagliavano nette al chiaro del sole. Mani in tasca, passo allegro e nella mente una canzone… Com’è bella l’estate! Le vacanze… Quell’anno avevo finito la seconda media. I giorni passavano pigri e lenti, tanto da essere sazio del tempo che avevo a disposizione.

Passavo tra le dita le monete sudate pregustando il gelato che stavo per comprare. Una pallina, cioccolato e limone. I miei gusti preferiti. Il dolce del cioccolato ed il dissetante del limone. Un anno dopo cambiai gusti: una ragazza che mi piaceva mi aveva preso in giro per l’abbinamento. Ordinai il gelato con fatica, visto che la vecchia padrona odiava i ragazzini. I bambini non accompagnati spendono poco, vogliono solo una pallina, niente berline.

Proseguendo lungo la via di casa, mangiavo il gelato velocemente per la paura che si sciogliesse. Ai lati del marciapiede alcune lucertole prendevano il sole e la mia camicia cominciava a pesare per il caldo.

Ciao”.

Mi voltai lentamente, senza smettere di leccare il cioccolato, e vidi una ragazza. Usciva da un portico. La strada era deserta, era evidente che si stava rivolgendo a me. Sorrideva, non l’avevo mai vista. I suoi capelli avevano il colore delle spighe di grano. Indossava un cappello di paglia, una camicetta bianca con dei pizzi ricamati e una gonna blu.

Secondo te sto bene vestita così?” 

Non capivo il senso della domanda. Cosa dovevo dire? Dove voleva arrivare? Lo avrei capito anni dopo.

Stai bene”, risposi.

Un sorriso le allargò le guance. La mia scarsa esperienza non mi permetteva ancora di tradurre i messaggi non verbali. Per un attimo pensai ad una presa in giro.

Mi trovi carina?” 

Ancora una domanda imbarazzante. Cosa voleva? Che le dicessi di sì, mi pareva ovvio. Ma perché? Sotto un sole sempre più cocente io ero un perfetto imbranato con un gelato in mano. Nella mia mente da ragazzino, niente di quello che stava accadendo aveva senso. Così le diedi l’unica risposta possibile.

Sì”.

Lei sorrise e mi guardò in silenzio. Era un momento fatto di attese. Per un attimo avevo distolto lo sguardo dal mio gelato: il cioccolato si stava sciogliendo ed aveva già raggiunto la mia mano. Ed io, ragazzino di dodici anni, decisi di fare l’unica cosa per me ovvia. Mi voltai e continuai per la mia strada.

Grazie e ciao!” sentii alle mie spalle. Non mi girai, le feci solo un cenno con la mano. Il cioccolato era finito e la mia lingua aveva iniziato a scavare solchi nel limone. Amaro e dissetante, perfetto per l’estate. Pensai.

Manuel

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Image 1-2: Pixabay

Image 3: Kimagure Orange Road

 

 

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