Burrocacao

Non mi hai dato il permesso di amarti, perciò adesso sono qui a raccogliere da terra i miei stracci.

La saponetta al miele che mi hai regalato al mercatino di Natale è sempre sulla mensola del bagno, accanto alla pila di asciugamani belli. Non ho ancora avuto il coraggio di toglierla dalla sua confezione. Usarla, sarebbe come dare il nulla osta affinchè il mio amore si consumi con lei. Invece voglio farlo durare anche se so bene che non mi vuoi. È il mio patetico modo di preparare le briciole per l’inverno.

Guarda che io l’ho capita questa cosa. Non ti chiedo di spiegarmela più. Ma devo ancora farla comprendere al mio cuore perché a lui non gliene frega niente se sei stato cortese e mi hai chiesto “scusa” mentre mi rimettevi educatamente il cuore in tasca. Penso invece a quel pomeriggio di novembre. Ai sassi che scrocchiavano sotto in nostri passi, mai sincronizzati, e per questo così reali. Ricordo ancora il profumo rassicurante del burrocacao che in un gesto tanto inutile quanto necessario baciava le mie labbra al posto tuo. Allora mi appostavo in un angolo di me per sbirciare tra i tuoi sorrisi, che rimborsavano sempre le mie attese di te.

È finito il tempo del batticuore, e ora mi capita spesso di annoiarmi. Allora per ingannare i minuti, inizio a giocherellare con crudeltà con il mio cuore e provo ad immaginare come sarebbe stato il nostro primo Santo Stefano assieme. Quando la ribalta dell’arrosto di Natale è oramai finita e ciò che resta della giornata viene avvolto nella carta stagnola. Allora realizzo che probabilmente noi siamo gli avanzi di una festa che sul calendario non esiste. Arrotolo quindi le maniche della camicia e brindo a me con con un succo alla mela. Il mio silenzio è la più grande conferenza stampa sulla devozione che ho per te. La tua assenza invece, la più grande dichiarazione della vita che continua.

Oggi so che è una giornata diversa.

Come nelle migliori fiabe 2.0, ecco la svolta da cotta scolastica che tanto aspettavo: stamattina hai cambiato la tua foto profilo su WhatsApp.

L’immagine dell’orologio fermo alle due e mezza ha ceduto il posto ad un vostro ritratto. Tu e lei, schiena contro schiena, sfidate l’obiettivo e sorridete profeticamente al futuro. L’ho guardata. L’ho vivisezionata. Ho cercato un nuovo status che l’accompagnasse. Mi serviva disperatamente la frase finale del romanzo per chiudere questo libro.

Non c’era scritto nulla, ma io avevo già preso la penna per firmare il mio armistizio. Poi in un solenne silenzio procedurale,  ho deposto la mia baionetta di carta nel cassetto.

Finalmente potevo diagnosticarmi un quarto d’ora di infermità mentale e cardiaca e allora ho fatto una cosa da manicomio per innamorati respinti. Ho frugato nella mia borsetta in cerca di un burrocacao. L’ho trovato. Si era nascosto per bene, tra le chiavi e i fazzoletti. Un residuo bellico, per essere più bella. Siamo entrati in contatto. L’ho aperto con un gesto pensato e lento. Lui mi ha lasciato fare, arreso alla mia temporanea incapacità di intendere e volere. L’ho osservato. Era lo scarto della sua stessa storia. Solo un bossolo ormai, esploso in tempi migliori. Era così simile a me. Per questo col palmo ben disteso ho iniziato a disegnare sulla mano sentieri rosati sulle linee della vita, della fortuna, dell’amore. D’un tratto ero una chiromante senza più bugie da raccontare. Poi ho proseguito in questo rituale privo di senso e di sensi e mi sono spinta sulle dita, indugiando sulle nocche e sulle unghie. L’ho consumato tutto. Poi con la mano spalancata ho ammirato il mio capolavoro per un po’. Sapevo che non l’avrei rifatto. Per questo l’ho osservato bene.

Mi sono diretta in bagno ed ho scartato quella saponetta. Ho strappato l’involucro. All’inizio ha fatto resistenza. Era come se avessi interrotto di colpo il sonno di un neonato sazio e pulito. È bastato però solo qualche istante di gesti mirati per assecondare quella mia follia. Ho aperto il rubinetto ed ho lasciato scorrere l’acqua assieme alla mia vita. Mi sono insaponata le mani. I polsi. Sono arrivata agli avambracci bagnando gli orli della camicia e poi ho riempito di schiuma il mio viso, i miei capelli, la nuca. Ho sgocciolato e inzaccherato lo specchio. Il pavimento. Il tuo ricordo.

Mi sono sciacquata. Ho afferrato un asciugamano bello, uno di quelli che non uso mai, per non rovinarlo. L’ho profanato affondandoci il viso. Quando ho alzato lo sguardo verso lo specchio, quello mi ha guardato e mi ha sussurrato “Tu sei pazza”.

La saponetta invece l’ho buttata. O lei ha buttato me, non ricordo.

Mi sono tolta la camicia bagnata e ho indossato la mia maglietta della “Seven Up”. Poi mi sono seduta in terrazzo: era una bella giornata e ne ho approfittato per far asciugare i capelli al sole, mentre bevevo ciò che era rimasto di quel succo alla mela.

Images: Pixabay

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