Pioggia a Trieste

Te la ricordi la pioggia? Le tue guance bagnate, l’orlo della mia gonna appiccicata al ginocchio?
Era una sera d’estate e i passi lenti della gente annoiavano le strade. Ad un tratto il cielo della notte si spezzò in tre lampi. L’asfalto iniziò a tracciare punti chiari e scuri in un disegno dapprima fiacco, poi sempre più deciso. All’improvviso tutto diventò furioso. Abbiamo iniziato a correre, ma non sapevamo nemmeno dove andare. Quando cade la pioggia perdiamo il senso di noi e franano le nostre certezze sotto le nostre suole bagnate. La tua maglietta iniziava a scurirsi e ad appesantirsi sulle spalle. Io sentivo le gocce d’acqua correre lungo la linea della mia schiena. Il passo non era più il mio, ma era l’imitazione del tuo, per non essere da meno nella corsa. Abbiamo attraversato la piazza. L’idea era quella di rifugiarsi sotto la pensilina dell’autobus, che ovviamente era già imbottita di gente fradicia. A colpo d’occhio, tutt’intorno vetrine di negozi, una rivendita tabacchi, un’agenzia di assicurazioni. Nessuna sporgenza sotto cui ripararsi.

Io indossavo dei sandali bassi e nell’imprecisione della fretta, i miei piedi erano già finiti due volte dentro le pozze ai bordi dei marciapiedi. Le tue scarpe da ginnastica di tela verde erano ormai quasi completamente zuppe. Lo sentivi ad ogni passo, il rigurgito dell’acqua che aveva trovato uno, dieci, cento varchi. L’acqua trova sempre una strada. Noi invece non la trovavamo. Allora ci accontentammo di un balcone. Il balcone del primo piano di un edificio liberty. Era dritto e grigio. Grigio come la cenere di una sigaretta. Proteso verso la via, sembrava un guardiano che cercava pericoli dove non ce ne sono. Ci eravamo fermati lì sotto, e per i primi secondi cercavamo di prendere confidenza con la nostra nuova dimora. La pioggia ci aveva schiacciato i capelli sulla testa ed io sentivo il peso di alcuni frammenti d’acqua sulle mie ciglia. Non sapevamo chi avrebbe parlato per primo. Ci siamo guardati per capirlo. Allora tu mi hai chiesto sorridendo:

– Perché siamo scappati? – e mentre lo chiedevi, le tue mani partivano dalla fronte per portare indietro i tuoi capelli ormai zuppi.
Da bagnato mi apparivi diverso. Avevi linee differenti che non riuscivo a riconoscere pienamente. Era come se fossi tu, ma con un altro vestito, un’altra storia, un altro nome. Eri lo sconosciuto che sogni la notte. Quello di cui hai una tremenda paura, ma di cui vuoi anche innamorarti prima che suoni la sveglia.
– Non lo so. Alla fine il risultato non è stato un granché… – e mentre lo dicevo avevo lo sguardo basso e stringevo e rilasciavo le dita dei piedi per riempire il tempo e lo spazio tra me e te.
Ed eccomi di nuovo in quel sogno. Ma al contrario delle altre volte, avevo i capelli incollati alla testa e la gonna appiccicata alle cosce. Quelle cosce mai perfette. Quelle che, mentre cammini, catturano il tuo sguardo dall’alto e ti sembrano il tuo disastro personale. Ma poi davanti all’armadio aperto ti dici che è luglio, fa caldo e allora tana libera tutti, compreso il complesso estetico.

Ed è proprio lì che è arrivata la tua mano. Si è fermata a metà tra la pelle chiara e la gonna blu. Non era un tocco certo, ma lo è diventato in un attimo. Io offrivo la schiena al portone del palazzo ma era uno spazio anche troppo grande per me. Volevo riempirlo con te. Tu, di fronte a me e a tutti i miei pensieri, ormai senza più regole perché cancellate dalla pioggia.  Ed è stato allora che le mani si sono moltiplicate e sono diventate quattro. Le tue dita attorno alla mia vita, lì dove le gocce scendevano e mi bagnavano la schiena. Le mie braccia attorno al tuo collo. Sentivo la tua pelle calda e umida, il colletto della tua maglietta. Per caso ho trovato l’etichetta nascosta. L’ho lasciata lì. Non c’era più spazio tra i nostri corpi, solo le tue labbra sulle mie e i nostri sguardi chiusi al mondo. Sembrava di stare sotto acqua, eppure non avevamo mai respirato così a pieni polmoni. Poi ho sentito le tue mani che spostavano i miei capelli dal viso. Ho aperto gli occhi e ho visto i tuoi. In quel silenzio ci siamo detti delle cose. Mi hai dato un bacio sulla guancia ed in quel momento ho sentito che hai deciso qualcosa. I tuoi tratti allora mi sono tornati familiari.
Noi, che eravamo fuggiti da qualcosa per poi imprigionarci in qualcos’altro. La pioggia aveva semplicemente stretto il lucchetto e noi avevamo nascosto la chiave in un posto lontano.
Mi hai preso la mano. Ormai non ci ricordavamo nemmeno che in un passato lontano i nostri vestiti erano stati asciutti.
Così siamo usciti dall’ala protettiva del balcone e abbiamo iniziato a camminare sotto la pioggia, che nel frattempo si era fatta più leggera e fresca.

Images: Pixabay

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