L’Amore al tempo del Corona Virus

Ci siamo conosciuti in quei giorni di follia.
Avevamo sintomi lievi, ma ci misero comunque in quella stanzetta. Lui aveva le punte dei capelli che gli toccavano la barba ai lati del viso, e le mani che scavavano nel fazzoletto di carta. Lo sguardo era quello di chi sapeva che era uscito dal confine dei sani. Io indossavo la maglia di lana con le trecce davanti e avevo la tosse. Il mio respiro era discreto, usciva ed entrava ma sentivo che stava cambiando. Mi guardai le unghie, erano rosicchiate. “Non mettere le mani in bocca!”. Peccato, troppo tardi.
Le mascherine ci blindavano il viso, una forma di incognito che poco aveva a che fare con le nostre vere identità. Lui mi restava seduto accanto. Eravamo sconosciuti simili. Il virus aveva smantellato il principio della distanza di cortesia in nome di un accatastamento generico nei reietti della società di inizio 2020. L’uno accanto all’altro, le due sedie di fronte alla scrivania vuota, i nostri piedi paralleli. Gli fissai le scarpe, aveva le “All Star” alte e l’orlo dei pantaloni gli sfiorava la stella. Avevo paura. Non tanto del virus, ma della distanza che le persone intrattenevano tra la mia mano e la loro. Dei loro gesti controllati. Delle loro bocche in camice bianco che modellavano sempre la stessa combinazione di parole “temperatura”, “tampone”, “quarantena”.
Aspettavamo.
Non sapevo se anche lui avesse paura. Ma probabilmente sapeva che gli altri di lui ne avrebbero avuta. Non ci parlavamo, ma essere malati ci portò in pochi minuti a una forma di intimità reciproca silenziosa. Il corridoio era un’onda continua di dottori e infermieri. Una risacca di gesti sommersi, di porte che si aprivano e si chiudevano. L’ attesa prolungata tra noi era troppa e allora si voltò verso di me e mi guardò. Forse furono solo pochi secondi, ma in verità non li contai. Ciglia nelle ciglia, gli chiesi nella mia testa “Come stai?”. La domanda mi rimbombò così forte dentro che per la prima volta la feci anche a me stessa. Anche le sue parole erano una corrente sommersa. Tremavano. Avevano la febbre pure loro. Mi rispose dentro di sè. Dopo avermi detto in silenzio quello che si sentiva di dire, la nostra conversazione finì. Quando entrò il dottore nella stanza, vide due persone che si tenevano per mano, senza nemmeno sapere il nome l’uno dell’altro.
Sapevamo che saremmo guariti.

Image: Pixabay

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